Fin da quando ero un bambino, in casa mia Parigi era sinonimo di "lontano". Quando si voleva indicare l'irraggiungibile, il luogo più lontano che si potesse immaginare, era lì che si finiva, a Parigi. E così con la fantasia cercavo di rappresentarmi come potesse essere quel luogo continuamente evocato e forse inventato. Erano gli anni della conquista della Luna ma in casa mia si adoperava Parigi per significare un paradosso. Insomma, non mi sarei stupito più di tanto se qualcuno mi avesse detto che un giorno sarei andato in vacanza sulla Luna ma non avrei mai e poi mai immaginato di poter passeggiare per le strade di Parigi.
Parigi per me era la massima espressione della modernità, una città del futuro ma anche il sogno, la bellezza, la grandezza e la grazia. Era il mondo, in una parola. Ci sono andato per la prima volta a sedici anni: tre giorni in tutto, di corsa come uno che non ci sarebbe mai più tornato e che quindi doveva vedere più che poteva, soprattutto per verificare se davvero esistevano tutte quelle meraviglie che aveva visto sui libri e alla televisione in bianco e nero.
E il bianco e il nero sono in effetti i colori base di Parigi. In bianco e nero erano anche i Maigret di Gino Cervi che guardavo per collocare le vicende nelle strade e nelle vie che tentavo di ordinare in una mia personalissima toponomastica. Per tutto questo, Parigi è il mio luogo dell'anima. Appena ci metto piede mi viene da sorridere, divento allegro, mi sembra persino di respirare meglio.
Ho sempre meno voglia di viaggiare perché mi sembra di avere già trovato il non plus ultra e del resto ogni volta che voglio fare un complimento a una città che vedo per la prima volta dico che "mi sembra di essere a Parigi". Tanto vale scegliere Parigi e non perdere altro tempo. Perdere tempo a Parigi invece è tutta un'altra cosa: è doveroso innanzitutto ed è soprattutto un piacere e un'esperienza. Lì ti accorgi del tempo che passa e in nessun'altra città del mondo è altrettanto struggente guardare dai vetri di un caffè la vita che scorre nei passi veloci dei passanti.
Per me è così, ma sono di parte. Me ne starei per ore seduto a guardare quelli che passano, aspettando che arrivi la sera e che si accendano le luci delle insegne e i fari delle auto. È la prima città cinematografica che il mondo abbia avuto, prima ancora del cinema, grazie alla pittura. È New York prima di New York, è il tentativo di raggiungere il cielo e di spingersi verso l'alto. È il Novecento, il nostro secolo, il luogo dove tutti siamo nati. È grandiosa ma anche rassicurante nelle piazzette e nei quartieri risparmiati da Haussmann e poi non finisce mai.
Non ci si può annoiare perché a Parigi la noia diventa melanconia. Il variare della luce cambia la città di attimo in attimo e proprio per questo non si finisce mai di rincorrerla per provare a catturarla. Inutilmente: Parigi scorre.
La bellezza di Parigi è stordente; a volte mi pare eccessiva. Provate ad andare sul Pont des Arts o in Place de la Concorde e guardatevi intorno. Non si sa dove fermarsi con lo sguardo, è tutto un vortice di bellezza a trecentosessanta gradi che non sembra vero e che ti fa rischiare una overdose di euforia. Per questo mi piace rifugiarmi in Place Dauphine, nei pomeriggi di primavera o all'inizio di settembre, a bere un caffè, seduto fuori al tavolino, protetto dalle case e dalla quiete di quella piazza seicentesca che fa da filtro con il resto del mondo. Un caffè in Place Dauphine, una passeggiata lungo i quais dell'Ile St. Louis, un pomeriggio al jardin du Palais Royal.
Ecco, a me non sembra ci sia qualcosa di meglio e mi ritengo fortunato a pensarla così
Parigi per me era la massima espressione della modernità, una città del futuro ma anche il sogno, la bellezza, la grandezza e la grazia. Era il mondo, in una parola. Ci sono andato per la prima volta a sedici anni: tre giorni in tutto, di corsa come uno che non ci sarebbe mai più tornato e che quindi doveva vedere più che poteva, soprattutto per verificare se davvero esistevano tutte quelle meraviglie che aveva visto sui libri e alla televisione in bianco e nero.
E il bianco e il nero sono in effetti i colori base di Parigi. In bianco e nero erano anche i Maigret di Gino Cervi che guardavo per collocare le vicende nelle strade e nelle vie che tentavo di ordinare in una mia personalissima toponomastica. Per tutto questo, Parigi è il mio luogo dell'anima. Appena ci metto piede mi viene da sorridere, divento allegro, mi sembra persino di respirare meglio.
Ho sempre meno voglia di viaggiare perché mi sembra di avere già trovato il non plus ultra e del resto ogni volta che voglio fare un complimento a una città che vedo per la prima volta dico che "mi sembra di essere a Parigi". Tanto vale scegliere Parigi e non perdere altro tempo. Perdere tempo a Parigi invece è tutta un'altra cosa: è doveroso innanzitutto ed è soprattutto un piacere e un'esperienza. Lì ti accorgi del tempo che passa e in nessun'altra città del mondo è altrettanto struggente guardare dai vetri di un caffè la vita che scorre nei passi veloci dei passanti.
Per me è così, ma sono di parte. Me ne starei per ore seduto a guardare quelli che passano, aspettando che arrivi la sera e che si accendano le luci delle insegne e i fari delle auto. È la prima città cinematografica che il mondo abbia avuto, prima ancora del cinema, grazie alla pittura. È New York prima di New York, è il tentativo di raggiungere il cielo e di spingersi verso l'alto. È il Novecento, il nostro secolo, il luogo dove tutti siamo nati. È grandiosa ma anche rassicurante nelle piazzette e nei quartieri risparmiati da Haussmann e poi non finisce mai.
Non ci si può annoiare perché a Parigi la noia diventa melanconia. Il variare della luce cambia la città di attimo in attimo e proprio per questo non si finisce mai di rincorrerla per provare a catturarla. Inutilmente: Parigi scorre.
La bellezza di Parigi è stordente; a volte mi pare eccessiva. Provate ad andare sul Pont des Arts o in Place de la Concorde e guardatevi intorno. Non si sa dove fermarsi con lo sguardo, è tutto un vortice di bellezza a trecentosessanta gradi che non sembra vero e che ti fa rischiare una overdose di euforia. Per questo mi piace rifugiarmi in Place Dauphine, nei pomeriggi di primavera o all'inizio di settembre, a bere un caffè, seduto fuori al tavolino, protetto dalle case e dalla quiete di quella piazza seicentesca che fa da filtro con il resto del mondo. Un caffè in Place Dauphine, una passeggiata lungo i quais dell'Ile St. Louis, un pomeriggio al jardin du Palais Royal.
Ecco, a me non sembra ci sia qualcosa di meglio e mi ritengo fortunato a pensarla così