E' molto facile dire che cosa sia Parigi; ognuno può trovarvi ciò che cerca. Il titolo (in francese) di un celebre libro di Ernest Hemingway era Paris est une fête (in italiano: Festa mobile). Parigi una festa? Sì, anche. Una grande metropoli? Sicuramente. Un insieme di villaggi? Nemmeno questo è sbagliato. Una città nuova? Non si discute, anzi per certi aspetti, in certe zone, addirittura nuovissima. Oppure una città antica? carica di un suo visibile passato? Ebbene, ancora una volta sì.
Ma proprio perché Parigi si offre con tale disponibilità, non è bene andarvi tanto per andare poi si vedrà. La stessa regola d'altronde vale per il suo più celebre museo, il Louvre. Mi correggo: si può andare benissimo a Parigi, o al Louvre, e girare a caso, il naso in aria, attratti dai luoghi (dai quadri) più noti, qualcosa di notevole certamente capiterà d'incontrare. C'è però un rischio: non aver visto, vissuto, ciò che veramente si voleva vedere, vivere. Può esserci al ritorno il rammarico postumo di aver perso proprio ciò che più avrebbe interessato.
Il consiglio di chi come me ha fatto di Parigi la sua seconda patria (dopo Roma) e ha avuto il privilegio di poterla scoprire nel corso di molti anni, il consiglio è di partire sapendo almeno in linea di massima le cose, i luoghi, i monumenti che più si vorrebbe vedere. Viaggiare con la mente è un'operazione proficua, certe volte riesce così bene che muoversi poi fisicamente può risultare addirittura meno soddisfacente. Chi riesce a mettere insieme le due cose tocca comunque il massimo.
A Parigi c'è da tracciare in primo luogo una differenza tra le due rive del fiume che separano davvero due mondi. La riva destra (quella dell'Opera, dei grandi boulevard, degli Champs-Elysées) ha una fisionomia prevalentemente commerciale, borghese, da grande metropoli. Ci sono però delle eccezioni, chi arriva nel quarto arrondissement (il celebre Marais) trova, al contrario di quanto ho appena detto, un quartiere di piccole strade antiche, la magnifica Place des Vosges, il ghetto ebraico con il suo fascino e le sue tragiche memorie.
Restano tuttavia eccezioni, ciò che dà fisionomia alla riva destra è la zona tra l'arco di Trionfo e place Vendôme, le ambasciate, le grandi vetrine d'esposizione, i grandi alberghi, il Crillon, il Ritz. La riva sinistra è quella dei due celebri boulevard Saint Germain e Saint Michel. Lì è l'incrocio più celebre di Parigi: una combinazione di caffé (Flore e Deux Magots), brasserie (Lipp) librerie (La Hune) edicole con tutti i giornali del mondo; soprattutto un'aria nella quale sono ancora avvertibili i resti di quegli anni Cinquanta e Sessanta durante i quali Parigi è stata ancora una volta al centro del dibattito intellettuale non solo europeo. Andando verso sud (lungo un altro boulevard: Raspail, o percorrendo la maestosa rue de Rennes) si arriva a Montparnasse col suo brutto grattacielo ma anche, poche centinaia di metri più a Est, con un altro incrocio giustamente celebre, quello formato dall'incontro tra Raspail e Montparnasse. Ufficialmente si chiamerebbe square Pablo Ricasso, tutti però lo chiamano Carrefour Vavin dal nome di una stradina nei pressi. Attorno a quell'incrocio, esattamente un secolo fa, sono nate, hanno proliferato, le avanguardie artistiche destinate a cambiare, Picasso in testa, la storia dell'arte mondiale. Nello stesso luogo, subito dopo la Grande Guerra, sono calati i magnati americani a fondare, con i loro immensi e spregiudicati acquisti, quello che sarebbe diventato il moderno mercato dell'arte. Percorrendo proprio la rue Vavin si arriva al Jardin du Luxembourg, forse il più bello di Parigi, il più curato anche perché è il giardino del Senato che ha sede nell'edificio posto sul suo lato settentrionale e sopra il quale sventola il tricolore. Percorrete il giardino in senso trasversale, risalite la rue Soufflot, arrivate al Panthéon sulla collina di Sainte Geneviève. Si può entrare nel maestoso tempio laico (ex cattedrale dedicata alla santa) sul cui frontone appare la scritta "Aux grands hommes la Patrie reconnaissante" e al cui interno c'è il famoso "Pendolo di Foucalut". Oppure si può aggirarlo. Alle sue spalle si apre un altro quartiere caro agli artisti. Qui ha abitato Hemingway ma anche Verlaine, la place de la Controscarpe vale una sosta, ancora di più la stretta rue des Mouffetards gremita di negozietti che scende tortuosa verso l'antica chiesa di saint Médard; sul suo sagrato, in tempi dimenticati, si bruciavano gli eretici. Mi rendo conto ora di aver tracciato uno dei miei itinerari del cuore. Ma se dovessi dire quale luogo di Parigi mi ha dato in anni lontani l'emozione più forte, dovrei dire la Butte Montmartre. È un luogo infestato di turisti come e peggio di Trastevere a Roma o del Village a New York. Se però si riesce a prescindere dalla folla o a scegliere l'ora giusta, credo che lo spettacolo del tramonto da quella terrazza sia per chiunque indimenticabile. Ne affido l'immagine alle parole di Emile Zola nel suo Paris: " Parigi immensa si stendeva ai suoi piedi, una Parigi limpida e leggera nella chiarità di una sera di primavera precoce. Il mare senza fine dei tetti si stagliava con così singolare nettezza che si sarebbero potuti contare i camini e i trattini neri delle finestre, a milioni. Nell'aria calma i monumenti sembravano navi alla fonda, una squadra fermata nel suo cammino le cui alte alberature brillavano nell'addio del sole".
Ma proprio perché Parigi si offre con tale disponibilità, non è bene andarvi tanto per andare poi si vedrà. La stessa regola d'altronde vale per il suo più celebre museo, il Louvre. Mi correggo: si può andare benissimo a Parigi, o al Louvre, e girare a caso, il naso in aria, attratti dai luoghi (dai quadri) più noti, qualcosa di notevole certamente capiterà d'incontrare. C'è però un rischio: non aver visto, vissuto, ciò che veramente si voleva vedere, vivere. Può esserci al ritorno il rammarico postumo di aver perso proprio ciò che più avrebbe interessato.
Il consiglio di chi come me ha fatto di Parigi la sua seconda patria (dopo Roma) e ha avuto il privilegio di poterla scoprire nel corso di molti anni, il consiglio è di partire sapendo almeno in linea di massima le cose, i luoghi, i monumenti che più si vorrebbe vedere. Viaggiare con la mente è un'operazione proficua, certe volte riesce così bene che muoversi poi fisicamente può risultare addirittura meno soddisfacente. Chi riesce a mettere insieme le due cose tocca comunque il massimo.
A Parigi c'è da tracciare in primo luogo una differenza tra le due rive del fiume che separano davvero due mondi. La riva destra (quella dell'Opera, dei grandi boulevard, degli Champs-Elysées) ha una fisionomia prevalentemente commerciale, borghese, da grande metropoli. Ci sono però delle eccezioni, chi arriva nel quarto arrondissement (il celebre Marais) trova, al contrario di quanto ho appena detto, un quartiere di piccole strade antiche, la magnifica Place des Vosges, il ghetto ebraico con il suo fascino e le sue tragiche memorie.
Restano tuttavia eccezioni, ciò che dà fisionomia alla riva destra è la zona tra l'arco di Trionfo e place Vendôme, le ambasciate, le grandi vetrine d'esposizione, i grandi alberghi, il Crillon, il Ritz. La riva sinistra è quella dei due celebri boulevard Saint Germain e Saint Michel. Lì è l'incrocio più celebre di Parigi: una combinazione di caffé (Flore e Deux Magots), brasserie (Lipp) librerie (La Hune) edicole con tutti i giornali del mondo; soprattutto un'aria nella quale sono ancora avvertibili i resti di quegli anni Cinquanta e Sessanta durante i quali Parigi è stata ancora una volta al centro del dibattito intellettuale non solo europeo. Andando verso sud (lungo un altro boulevard: Raspail, o percorrendo la maestosa rue de Rennes) si arriva a Montparnasse col suo brutto grattacielo ma anche, poche centinaia di metri più a Est, con un altro incrocio giustamente celebre, quello formato dall'incontro tra Raspail e Montparnasse. Ufficialmente si chiamerebbe square Pablo Ricasso, tutti però lo chiamano Carrefour Vavin dal nome di una stradina nei pressi. Attorno a quell'incrocio, esattamente un secolo fa, sono nate, hanno proliferato, le avanguardie artistiche destinate a cambiare, Picasso in testa, la storia dell'arte mondiale. Nello stesso luogo, subito dopo la Grande Guerra, sono calati i magnati americani a fondare, con i loro immensi e spregiudicati acquisti, quello che sarebbe diventato il moderno mercato dell'arte. Percorrendo proprio la rue Vavin si arriva al Jardin du Luxembourg, forse il più bello di Parigi, il più curato anche perché è il giardino del Senato che ha sede nell'edificio posto sul suo lato settentrionale e sopra il quale sventola il tricolore. Percorrete il giardino in senso trasversale, risalite la rue Soufflot, arrivate al Panthéon sulla collina di Sainte Geneviève. Si può entrare nel maestoso tempio laico (ex cattedrale dedicata alla santa) sul cui frontone appare la scritta "Aux grands hommes la Patrie reconnaissante" e al cui interno c'è il famoso "Pendolo di Foucalut". Oppure si può aggirarlo. Alle sue spalle si apre un altro quartiere caro agli artisti. Qui ha abitato Hemingway ma anche Verlaine, la place de la Controscarpe vale una sosta, ancora di più la stretta rue des Mouffetards gremita di negozietti che scende tortuosa verso l'antica chiesa di saint Médard; sul suo sagrato, in tempi dimenticati, si bruciavano gli eretici. Mi rendo conto ora di aver tracciato uno dei miei itinerari del cuore. Ma se dovessi dire quale luogo di Parigi mi ha dato in anni lontani l'emozione più forte, dovrei dire la Butte Montmartre. È un luogo infestato di turisti come e peggio di Trastevere a Roma o del Village a New York. Se però si riesce a prescindere dalla folla o a scegliere l'ora giusta, credo che lo spettacolo del tramonto da quella terrazza sia per chiunque indimenticabile. Ne affido l'immagine alle parole di Emile Zola nel suo Paris: " Parigi immensa si stendeva ai suoi piedi, una Parigi limpida e leggera nella chiarità di una sera di primavera precoce. Il mare senza fine dei tetti si stagliava con così singolare nettezza che si sarebbero potuti contare i camini e i trattini neri delle finestre, a milioni. Nell'aria calma i monumenti sembravano navi alla fonda, una squadra fermata nel suo cammino le cui alte alberature brillavano nell'addio del sole".