Una storia da ricordare
di Roberto caramelliQuella dell'emigrazione italiana. Una mostra ricostruisce l'esodo di milioni di nostri connazionali verso l'Usa. I Viaggi
In cento anni, dal 1876 al 1976, sono stati oltre 25 milioni gli emigranti italiani: cifra immensa, che corrisponde alla popolazione attuale di Belgio e Olanda messi insieme. I libri ricordano momenti cruciali della storia italiana come il Risorgimento, la Grande guerra, la Resistenza, ma troppo poco evocano l'imponente migrazione, avvenuta soprattutto a cavallo tra '800 e '900, di quelle folle di miserabili spinti "dall'artiglio della miseria" come scrisse Edmondo De Amicis, che contribuirono con le loro rimesse all'accumulazione capitalistica italiana dell'inizio del secolo scorso.
Quelle storie individuali di sofferenze e grandi speranze, che chiedono ancora oggi di non essere dimenticate, sono il tema della mostra Voci da terre lontane, fino al 15 dicembre al Mu.T.A.C. (Museo delle Tradizioni ed Arti contadine) di Picciano, in provincia di Pescara. La mostra racconta, spiega il sottotitolo, la grande emigrazione verso gli Stati Uniti tra il 1870 e il 1920; un vero e proprio fenom…
Quelle storie individuali di sofferenze e grandi speranze, che chiedono ancora oggi di non essere dimenticate, sono il tema della mostra Voci da terre lontane, fino al 15 dicembre al Mu.T.A.C. (Museo delle Tradizioni ed Arti contadine) di Picciano, in provincia di Pescara. La mostra racconta, spiega il sottotitolo, la grande emigrazione verso gli Stati Uniti tra il 1870 e il 1920; un vero e proprio fenom…
In cento anni, dal 1876 al 1976, sono stati oltre 25 milioni gli emigranti italiani: cifra immensa, che corrisponde alla popolazione attuale di Belgio e Olanda messi insieme. I libri ricordano momenti cruciali della storia italiana come il Risorgimento, la Grande guerra, la Resistenza, ma troppo poco evocano l'imponente migrazione, avvenuta soprattutto a cavallo tra '800 e '900, di quelle folle di miserabili spinti "dall'artiglio della miseria" come scrisse Edmondo De Amicis, che contribuirono con le loro rimesse all'accumulazione capitalistica italiana dell'inizio del secolo scorso.
Quelle storie individuali di sofferenze e grandi speranze, che chiedono ancora oggi di non essere dimenticate, sono il tema della mostra Voci da terre lontane, fino al 15 dicembre al Mu.T.A.C. (Museo delle Tradizioni ed Arti contadine) di Picciano, in provincia di Pescara. La mostra racconta, spiega il sottotitolo, la grande emigrazione verso gli Stati Uniti tra il 1870 e il 1920; un vero e proprio fenomeno socio-politico che interessò principalmente le popolazioni meridionali.
Dal nord Italia, molti emigranti invece si trasferirono prevalentemente in Argentina e Brasile. All'ingresso del museo il visitatore è accolto in una sala dove viene proiettato un film-documentario, diretto nel 1972 da Alessandro Blasetti per la RAI e commentato dalla voce di Riccardo Cucciolla, con immagini di repertorio e filmati girati appositamente, sul tema dei flussi migratori. Una grande tenda, con sopra stampata l'immagine di emigranti in attesa di imbarcarsi, segna l'inizio del percorso espositivo; ricorda il trapasso verso un altro mondo, che si raggiungeva in 4 settimane di viaggio attraverso l'ignoto, immenso Oceano Atlantico. Diffidenza e repulsione verso la traversata, erano i sentimenti più diffusi tra gli emigranti: molti non avevano mai visto il mare. In quegli anni, l'opinione pubblica era profondamente scossa da casi di colera sui piroscafi , da truffe di armatori agli emigranti e da tragici naufragi come quello del Sirio, dell'Ortigia e dell'Oncle Joseph.
L'attesa sul molo poteva durare giorni: De Amicis nel suo Sull'Oceano del 1889, parla di "notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade". Fu l'emigrazione una moderna tratta degli schiavi? "In un certo senso sì", risponde il professor Franco Di Silverio, presidente del Mu.T.A.C. e appassionato organizzatore della mostra, "Lincoln aveva abolito negli USA la schiavitù ma serviva manodopera per all'avvio della più colossale industrializzazione di tutti i tempi. Gli italiani erano sì bianchi, ma non avevano istruzione e non conoscevano l'inglese".
I piroscafi erano come un piccolo Stato: nella terza classe c'era il popolo, la borghesia nella seconda e nella prima l'aristocrazia; il comandante e gli ufficiali superiori rappresentavano il Governo. Ad una nave di emigranti è dedicata la seconda sala del museo: ne è stato riprodotto il profilo di 40 metri di lunghezza e 4 di altezza, con la ricostruzione di una cabina di terza classe e il gabinetto medico dell'Ufficiale Medico. Per capire il rapporto tra lo spazio riservato alle classi in un piroscafo di media grandezza basta pensare che erano 50 le persone ospitate nella prima classe, 20 in seconda e 1600 in terza. Le condizioni igieniche, nella terza classe occupata dagli emigranti, erano disastrose, spesso si moriva durante la traversata. Intorno alla riproduzione della nave sono sistemati grandi pannelli sui quali vengono elencate le Compagnie di Navigazione, alcune delle quali, portando gli emigranti, fecero la loro fortuna. Viene spiegato come si viaggiava, come venivano separati uomini e donne nei dormitori, i pasti, il rapporto con il personale di bordo che, per paura di contrarre malattie, spesso si rifiutava di scendere nella terza classe.
Infine, l'accoglienza a Ellis Island di New York, dove passarono, tra il 1892 e il 1920, 16 milioni di persone, sottoposte a umilianti esami sanitari, psicologici e legali. Una sezione è dedicata a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due italiani emigrati in Massachusetts, accusati di duplice omicidio, che morirono sulla sedia elettrica nel 1927. Condanna tutta politica, perché i due, riconosciuti innocenti dopo l'esecuzione e riabilitati nel 1977, erano anarchici. Il professor Di Silverio ha impiegato 5 anni per raccogliere i materiali esposti: "È facile fare una mostra con quadri importanti, il difficile è raccogliere cose che evocano ricordi drammatici, oggetti che la gente tende a nascondere o buttare. Tra le tante cose ho ritrovato il tavolo di uno scrivano, figura centrale dell'emigrazione", continua.
"Essendo tantissimi gli emigranti analfabeti, lo scrivano interpretava i sentimenti delle spose che rimanevano a casa e la sofferenza dei lavoratori che non vedevano per anni i loro cari. Spesso la lettura delle missive avveniva in pubblico, belle frasi erano inventate dagli scrivani per dare gioia a chi ascoltava e per non far dimenticare chi era lontano". Per non dimenticare la storia dell'emigrazione italiana all'estero, tragedia lontana ma ancora attuale, vale la pena di visitare questa mostra.
Quelle storie individuali di sofferenze e grandi speranze, che chiedono ancora oggi di non essere dimenticate, sono il tema della mostra Voci da terre lontane, fino al 15 dicembre al Mu.T.A.C. (Museo delle Tradizioni ed Arti contadine) di Picciano, in provincia di Pescara. La mostra racconta, spiega il sottotitolo, la grande emigrazione verso gli Stati Uniti tra il 1870 e il 1920; un vero e proprio fenomeno socio-politico che interessò principalmente le popolazioni meridionali.
Dal nord Italia, molti emigranti invece si trasferirono prevalentemente in Argentina e Brasile. All'ingresso del museo il visitatore è accolto in una sala dove viene proiettato un film-documentario, diretto nel 1972 da Alessandro Blasetti per la RAI e commentato dalla voce di Riccardo Cucciolla, con immagini di repertorio e filmati girati appositamente, sul tema dei flussi migratori. Una grande tenda, con sopra stampata l'immagine di emigranti in attesa di imbarcarsi, segna l'inizio del percorso espositivo; ricorda il trapasso verso un altro mondo, che si raggiungeva in 4 settimane di viaggio attraverso l'ignoto, immenso Oceano Atlantico. Diffidenza e repulsione verso la traversata, erano i sentimenti più diffusi tra gli emigranti: molti non avevano mai visto il mare. In quegli anni, l'opinione pubblica era profondamente scossa da casi di colera sui piroscafi , da truffe di armatori agli emigranti e da tragici naufragi come quello del Sirio, dell'Ortigia e dell'Oncle Joseph.
L'attesa sul molo poteva durare giorni: De Amicis nel suo Sull'Oceano del 1889, parla di "notti all'aria aperta, accucciati come cani per le strade". Fu l'emigrazione una moderna tratta degli schiavi? "In un certo senso sì", risponde il professor Franco Di Silverio, presidente del Mu.T.A.C. e appassionato organizzatore della mostra, "Lincoln aveva abolito negli USA la schiavitù ma serviva manodopera per all'avvio della più colossale industrializzazione di tutti i tempi. Gli italiani erano sì bianchi, ma non avevano istruzione e non conoscevano l'inglese".
I piroscafi erano come un piccolo Stato: nella terza classe c'era il popolo, la borghesia nella seconda e nella prima l'aristocrazia; il comandante e gli ufficiali superiori rappresentavano il Governo. Ad una nave di emigranti è dedicata la seconda sala del museo: ne è stato riprodotto il profilo di 40 metri di lunghezza e 4 di altezza, con la ricostruzione di una cabina di terza classe e il gabinetto medico dell'Ufficiale Medico. Per capire il rapporto tra lo spazio riservato alle classi in un piroscafo di media grandezza basta pensare che erano 50 le persone ospitate nella prima classe, 20 in seconda e 1600 in terza. Le condizioni igieniche, nella terza classe occupata dagli emigranti, erano disastrose, spesso si moriva durante la traversata. Intorno alla riproduzione della nave sono sistemati grandi pannelli sui quali vengono elencate le Compagnie di Navigazione, alcune delle quali, portando gli emigranti, fecero la loro fortuna. Viene spiegato come si viaggiava, come venivano separati uomini e donne nei dormitori, i pasti, il rapporto con il personale di bordo che, per paura di contrarre malattie, spesso si rifiutava di scendere nella terza classe.
Infine, l'accoglienza a Ellis Island di New York, dove passarono, tra il 1892 e il 1920, 16 milioni di persone, sottoposte a umilianti esami sanitari, psicologici e legali. Una sezione è dedicata a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due italiani emigrati in Massachusetts, accusati di duplice omicidio, che morirono sulla sedia elettrica nel 1927. Condanna tutta politica, perché i due, riconosciuti innocenti dopo l'esecuzione e riabilitati nel 1977, erano anarchici. Il professor Di Silverio ha impiegato 5 anni per raccogliere i materiali esposti: "È facile fare una mostra con quadri importanti, il difficile è raccogliere cose che evocano ricordi drammatici, oggetti che la gente tende a nascondere o buttare. Tra le tante cose ho ritrovato il tavolo di uno scrivano, figura centrale dell'emigrazione", continua.
"Essendo tantissimi gli emigranti analfabeti, lo scrivano interpretava i sentimenti delle spose che rimanevano a casa e la sofferenza dei lavoratori che non vedevano per anni i loro cari. Spesso la lettura delle missive avveniva in pubblico, belle frasi erano inventate dagli scrivani per dare gioia a chi ascoltava e per non far dimenticare chi era lontano". Per non dimenticare la storia dell'emigrazione italiana all'estero, tragedia lontana ma ancora attuale, vale la pena di visitare questa mostra.