Fuori c'erano le sette meraviglie del mondo e io dovevo stare chiuso nella mia stanza d'albergo? Mai! Mi ero appena slogato una caviglia a Jasper, celebrando il primo secolo di vita del parco - che cade proprio quest'anno - con una cavalcata assieme a un paio di californiani scapestrati e proprio non mi andava di stare alla finestra a guardare da lontano le prime spolverate di neve sulle magnifiche Rockies. E poi a Calgary, in uno slancio di entusiasmo mi ero comprato pure uno Smithbilt nuovo, nero come la pece, il vero simbolo dell'ospitalità western canadese (disegnato nel 1919 da un imprenditore ebreo proprio in questa città).
Era la quintessenza del cappello da cowboy nordamericano - altro che Stetson. In negozio c'erano due ragazze così sorridenti che avrebbero saputo vendere un dentifricio a un neonato. Passavano le loro giornate circondate da stivali e copricapo di cuoio, lanciando hi-yaah a ogni cliente maschio sotto i 70 anni che aveva la fortuna di ritrovarsi nella loro boutique. Irresistibili. Ma ora, meno di 24 ore dopo, il cappello stava spianato sul letto e fuori dalle vetrate panoramiche del Fairmont Banff Springs Resort, il più antico e celebrato albergo del Paese, stavo guardando sconsolato un alce femmina che attraversava il campo da golf. Lei brucava sul green e io avevo un diavolo per capello.
Era appena passata l'alba, c'era un vento silenzioso che pettinava il bosco e smuoveva le ultime stelle che piano se ne andavano con la notte. In controluce scintillava il Bow River che spezzava la valle in due, come un'autostrada, prima di correre veloce nelle gole d'oriente. Era un crimine rimanere attaccato ai vetri. Dovevo assolutamente buttarmi in mezzo alla selva. Fasciatura stretta alla caviglia e via. Cercavo un mezzo di trasporto alternativo ai piedi o ai cavalli dispettosi. Almeno per oggi. Qualche giorno prima mi era parso di vedere una malconcia barchetta di vetroresina che risaliva lenta da Banff verso i seimila chilometri quadrati del Parco nazionale omonimo. Ho fatto quindi quattro passi al piccolo molo fluviale del Fairmont per saperne di più. A quell'ora era tutto deserto.
Accucciato tra i sassi del Bow Lake studiavo affascinato le forme incredibili di questo castello scozzese trapiantato nel cuore del Canada un secolo fa e trasformato in tempio del relax e del benessere montano. Intorno c'erano foreste gialle, verdi e rosse. Ho messo la caviglia a bagno nell'acqua gelida e per un poco mi sembrò di esser guarito. Arto ibernato e rapaci in lontananza. C'era solo un kayaker di Vancouver che si stava vestendo con impegno poco più in là. "Salve amico", disse il ragazzetto biondo strizzando gli occhi e stirandosi la barba mentre finiva di montare una pagaia doppia. "I turisti a quest'ora dovrebbero ancora stare a dormire. Che ci fai tu in giro zoppicando? Se vuoi vedere bene il fiume è meglio che ti procuri una di queste e una buona colazione al sacco chiusa in un tascapane impermeabile; qui gli orsi sentono il profumo dei panini a due miglia dai tuoi scarponi.
Stai "molto" attento. E comunque è faticoso risalire verso nord-est a remi da soli se non si è allenati... con quella caviglia sei sicuro che ce la farai?". Stavo per rovinare i rapporti italo-canadesi, quando sul pontile è comparsa, provvidenziale, una guida del parco; uno che era - così diceva - responsabile del battellino in vetroresina che avevo visto navigare ieri. "Di solito non litighiamo già all'alba da queste parti ragazzi", biascicò sotto i baffi Jeff, faccia scura e stivali scricchiolanti. "Lascia perdere il kayak per oggi e vieni in barca con noi con il giro delle 10. Permette ai meno avventurosi (e agli infortunati) di godersi animali e foresta senza camminare troppo. Capita magari che ci siano qualche grizzly o un paio di alci maschi a tiro di grandangolo...", disse guardando complice la mia macchina fotografica. Un invito irrinunciabile.
Il cielo era appena velato da cirrostrati ghiacciati, ma i riflessi dei colli erano ugualmente già una meraviglia. Angoli acuti grigi e bianchi disegnati nell'acqua, pietraie e foreste, polle brune come specchi d'ambra, dove rami iperbolici di larici e abeti stavano cambiando colore al mondo. Un paio di cavalli sbuffavano sull'altra riva legati a una radice monumentale. La barca dondolava in attesa. C'era una bella luce morbida. Ma era troppo presto per molte cose. Solo i profumi d'autunno erano mattinieri quanto noi: resine, sottobosco alpino, erba fradicia. Le solite cose che si trovano anche nelle nostre valli, per carità. Ma qui l'aria era più frizzante, con promesse di nevicate serie in arrivo (come da noi non se ne vedono più da anni), e colori quasi invernali bruci anti su sfondi verticali possenti. Roba da quadri: luci oblique e sfumature dense come tempera.
Ero passato da queste parti tanti anni prima mentre inseguivo un treno da una costa all'altra del Paese. Un mattino di aprile ero partito da Toronto in auto e contavo di arrivare a Vancouver attraversando, tra le altre cose, anche le Rockies per arrivare all'altro mare. Una volta in British Columbia dovevo montare sul Canadian (un treno di lusso, tutto acciaio e vetrate panoramiche) e fare dietrofront verso l'Atlantico lungo 3.500 chilometri di binari. Ma dalle parti di Jasper mi ero ovviamente perduto seguendo toponimi suggestivi e strade laterali senza un filo d'asfalto.
Non potevo non fermarmi un po' tra i 10mila chilometri quadrati della riserva che arrivano fino a Banff. Volevo vedere le acque smeraldo del Lake Louise e i saracchi del ghiacciaio Victoria, andare a pescare sul lago Minnewanka e camminare sulle spianate sassose fenomenali che avevo visto dal finestrino della jeep, duemila metri più in su, tra laghi e creste aguzze. Ma la primavera era appena iniziata e il parco si stava risvegliando troppo lentamente a quel tempo. Gli animali avevano i loro ritmi. Io i miei. Montai dunque in auto, ritrovai le traversine e girai il cofano a ovest in cerca del Pacifico.
Questa volta invece avevo fretta di non perdermi l'Indian Summer, che quassù e in tutto il nord America diventa un appuntamento di massa che nemmeno Woodstock. C'erano ancora parecchi orsi in giro prima del letargo, caribù, lupi, cervi, marmotte e anatre arlecchino che giravano per le colline. Poco vento e cieli azzurri che si alternavano a spolverate di neve in quota. E sopra ogni poggio e belvedere c'erano anche decine di caravan e auto familiari cariche di gitanti con binocolo e teleobbiettivo al collo per scrutare l'orizzonte. Bambini parcheggiati nell'erba e cani a passeggio a fiutare le prime tempeste. Ad autunno inoltrato, quasi ogni anno, ci sono giorni di tempo tiepido e primaverile (un po' come i nostri giorni dell'estate di San Martino), che regalano spettacoli inarrivabili e gite tra boschi senza gelo.
Quassù le nevicate più intense si manifestano quando le correnti del Pacifico occidentale si mescolano all'aria proveniente dalle regioni artiche che risiede spesso nelle praterie a nord e a sud delle Rockies. Le condizioni atmosferiche hanno comportamenti bizzarri.
Ci sono fenomeni di inversioni climatiche (con differenze di temperature in inverno considerevoli tra il fondovalle dove ristagna l'aria fredda e i costoni delle montagne che possono essere addirittura tiepidi) e giornate di chinook - nome nativo che significa più o meno mangiatore di neve - che determinano sbalzi di temperature di oltre 30 gradi. Il vento caldo (come il nostro föhn) scende dalle cime delle montagne, si porta via tutta l'umidità e scioglie buona parte delle prime nevicate di novembre. Intanto la navigazione proseguiva. Io scalpitavo. In fondo non era niente male stare seduti a prua e avere le due sponde del Bow River a portata di sguardo. Ma non resistevo a stare solo seduto. Mi guardavo intorno affascinato. La foresta frusciava e crepitava di foglie e onde verdi. L'acqua era limpida. Jeff stava al timone e il suo socio aveva gli occhi incollati al binocolo. Era un magnifico safari liquido: tracce d'orso sulla riva fangosa, corna d'alce che spuntano da un cespuglio, volo di rapaci oltre i canaloni in quota. Tutto perfetto. Troppo. Algido. Avevo voglia di sporcarmi di terra e foglie. Mi mancavano solo una caviglia nuova e la faccia da trapper.
Era la quintessenza del cappello da cowboy nordamericano - altro che Stetson. In negozio c'erano due ragazze così sorridenti che avrebbero saputo vendere un dentifricio a un neonato. Passavano le loro giornate circondate da stivali e copricapo di cuoio, lanciando hi-yaah a ogni cliente maschio sotto i 70 anni che aveva la fortuna di ritrovarsi nella loro boutique. Irresistibili. Ma ora, meno di 24 ore dopo, il cappello stava spianato sul letto e fuori dalle vetrate panoramiche del Fairmont Banff Springs Resort, il più antico e celebrato albergo del Paese, stavo guardando sconsolato un alce femmina che attraversava il campo da golf. Lei brucava sul green e io avevo un diavolo per capello.
Era appena passata l'alba, c'era un vento silenzioso che pettinava il bosco e smuoveva le ultime stelle che piano se ne andavano con la notte. In controluce scintillava il Bow River che spezzava la valle in due, come un'autostrada, prima di correre veloce nelle gole d'oriente. Era un crimine rimanere attaccato ai vetri. Dovevo assolutamente buttarmi in mezzo alla selva. Fasciatura stretta alla caviglia e via. Cercavo un mezzo di trasporto alternativo ai piedi o ai cavalli dispettosi. Almeno per oggi. Qualche giorno prima mi era parso di vedere una malconcia barchetta di vetroresina che risaliva lenta da Banff verso i seimila chilometri quadrati del Parco nazionale omonimo. Ho fatto quindi quattro passi al piccolo molo fluviale del Fairmont per saperne di più. A quell'ora era tutto deserto.
Accucciato tra i sassi del Bow Lake studiavo affascinato le forme incredibili di questo castello scozzese trapiantato nel cuore del Canada un secolo fa e trasformato in tempio del relax e del benessere montano. Intorno c'erano foreste gialle, verdi e rosse. Ho messo la caviglia a bagno nell'acqua gelida e per un poco mi sembrò di esser guarito. Arto ibernato e rapaci in lontananza. C'era solo un kayaker di Vancouver che si stava vestendo con impegno poco più in là. "Salve amico", disse il ragazzetto biondo strizzando gli occhi e stirandosi la barba mentre finiva di montare una pagaia doppia. "I turisti a quest'ora dovrebbero ancora stare a dormire. Che ci fai tu in giro zoppicando? Se vuoi vedere bene il fiume è meglio che ti procuri una di queste e una buona colazione al sacco chiusa in un tascapane impermeabile; qui gli orsi sentono il profumo dei panini a due miglia dai tuoi scarponi.
Stai "molto" attento. E comunque è faticoso risalire verso nord-est a remi da soli se non si è allenati... con quella caviglia sei sicuro che ce la farai?". Stavo per rovinare i rapporti italo-canadesi, quando sul pontile è comparsa, provvidenziale, una guida del parco; uno che era - così diceva - responsabile del battellino in vetroresina che avevo visto navigare ieri. "Di solito non litighiamo già all'alba da queste parti ragazzi", biascicò sotto i baffi Jeff, faccia scura e stivali scricchiolanti. "Lascia perdere il kayak per oggi e vieni in barca con noi con il giro delle 10. Permette ai meno avventurosi (e agli infortunati) di godersi animali e foresta senza camminare troppo. Capita magari che ci siano qualche grizzly o un paio di alci maschi a tiro di grandangolo...", disse guardando complice la mia macchina fotografica. Un invito irrinunciabile.
Il cielo era appena velato da cirrostrati ghiacciati, ma i riflessi dei colli erano ugualmente già una meraviglia. Angoli acuti grigi e bianchi disegnati nell'acqua, pietraie e foreste, polle brune come specchi d'ambra, dove rami iperbolici di larici e abeti stavano cambiando colore al mondo. Un paio di cavalli sbuffavano sull'altra riva legati a una radice monumentale. La barca dondolava in attesa. C'era una bella luce morbida. Ma era troppo presto per molte cose. Solo i profumi d'autunno erano mattinieri quanto noi: resine, sottobosco alpino, erba fradicia. Le solite cose che si trovano anche nelle nostre valli, per carità. Ma qui l'aria era più frizzante, con promesse di nevicate serie in arrivo (come da noi non se ne vedono più da anni), e colori quasi invernali bruci anti su sfondi verticali possenti. Roba da quadri: luci oblique e sfumature dense come tempera.
Ero passato da queste parti tanti anni prima mentre inseguivo un treno da una costa all'altra del Paese. Un mattino di aprile ero partito da Toronto in auto e contavo di arrivare a Vancouver attraversando, tra le altre cose, anche le Rockies per arrivare all'altro mare. Una volta in British Columbia dovevo montare sul Canadian (un treno di lusso, tutto acciaio e vetrate panoramiche) e fare dietrofront verso l'Atlantico lungo 3.500 chilometri di binari. Ma dalle parti di Jasper mi ero ovviamente perduto seguendo toponimi suggestivi e strade laterali senza un filo d'asfalto.
Non potevo non fermarmi un po' tra i 10mila chilometri quadrati della riserva che arrivano fino a Banff. Volevo vedere le acque smeraldo del Lake Louise e i saracchi del ghiacciaio Victoria, andare a pescare sul lago Minnewanka e camminare sulle spianate sassose fenomenali che avevo visto dal finestrino della jeep, duemila metri più in su, tra laghi e creste aguzze. Ma la primavera era appena iniziata e il parco si stava risvegliando troppo lentamente a quel tempo. Gli animali avevano i loro ritmi. Io i miei. Montai dunque in auto, ritrovai le traversine e girai il cofano a ovest in cerca del Pacifico.
Questa volta invece avevo fretta di non perdermi l'Indian Summer, che quassù e in tutto il nord America diventa un appuntamento di massa che nemmeno Woodstock. C'erano ancora parecchi orsi in giro prima del letargo, caribù, lupi, cervi, marmotte e anatre arlecchino che giravano per le colline. Poco vento e cieli azzurri che si alternavano a spolverate di neve in quota. E sopra ogni poggio e belvedere c'erano anche decine di caravan e auto familiari cariche di gitanti con binocolo e teleobbiettivo al collo per scrutare l'orizzonte. Bambini parcheggiati nell'erba e cani a passeggio a fiutare le prime tempeste. Ad autunno inoltrato, quasi ogni anno, ci sono giorni di tempo tiepido e primaverile (un po' come i nostri giorni dell'estate di San Martino), che regalano spettacoli inarrivabili e gite tra boschi senza gelo.
Quassù le nevicate più intense si manifestano quando le correnti del Pacifico occidentale si mescolano all'aria proveniente dalle regioni artiche che risiede spesso nelle praterie a nord e a sud delle Rockies. Le condizioni atmosferiche hanno comportamenti bizzarri.
Ci sono fenomeni di inversioni climatiche (con differenze di temperature in inverno considerevoli tra il fondovalle dove ristagna l'aria fredda e i costoni delle montagne che possono essere addirittura tiepidi) e giornate di chinook - nome nativo che significa più o meno mangiatore di neve - che determinano sbalzi di temperature di oltre 30 gradi. Il vento caldo (come il nostro föhn) scende dalle cime delle montagne, si porta via tutta l'umidità e scioglie buona parte delle prime nevicate di novembre. Intanto la navigazione proseguiva. Io scalpitavo. In fondo non era niente male stare seduti a prua e avere le due sponde del Bow River a portata di sguardo. Ma non resistevo a stare solo seduto. Mi guardavo intorno affascinato. La foresta frusciava e crepitava di foglie e onde verdi. L'acqua era limpida. Jeff stava al timone e il suo socio aveva gli occhi incollati al binocolo. Era un magnifico safari liquido: tracce d'orso sulla riva fangosa, corna d'alce che spuntano da un cespuglio, volo di rapaci oltre i canaloni in quota. Tutto perfetto. Troppo. Algido. Avevo voglia di sporcarmi di terra e foglie. Mi mancavano solo una caviglia nuova e la faccia da trapper.