Camminare con il mare come compagno di viaggio. Muoversi lungo il filo di costa, senza fretta. È l’ultima sfida delle città portuali italiane: Genova, Napoli, Trieste, ma anche Savona, Ravenna, Bari. Grandi o piccole, ma con un Dna comune: l’inscindibile legame fra il territorio e le sue banchine. Rapporto complesso, difficile, spesso conflittuale quello che si vive in Italia, con reciproci scambi di accuse, sottolineature pesanti all’invadenza dell’una o dell’altro nei rispettivi ambiti.
E proprio qui sta il punto e, al tempo stesso, l’essenza di una sfida che vuol trasformare le città portuali in una rete di territori aperti al confronto, capaci di offrire angoli d’Italia inimmaginabili, spazi da vivere con intensità e calma, ricchi di storia, cultura, arte. Unica condizione, far cadere quella barriera, a volte fisicamente delimitata da muri o cancellate, altre volte invisibili ma altrettanti presenti, che delimitano i confini. È la sfida dei waterfront portuali, quel filo di costa che spesso è terra di nessuno, non più città, non ancora porto. E invece proprio quel filo che di fatto unisce tutta la penisola e si rafforza nelle venticinque città sedi di autorità portuali (gli enti a cui compete il governo del porto) è l’elemento su cui scommettere con maggiore forza.
Non è un caso che tutte quante le città portuali stiano ripensando il loro rapporto con il mare, dando al territorio la possibilità di un affaccio diretto alla costa. Il paradigma di questa Italia, così nuova ma tanto antica, capace di affondare le sue radici in un passato mercantile che rimanda al Medioevo, è Genova, orgogliosa Repubblica che ancora non ha rinunciato al suo desiderio di restare "Superba".
Qui, cogliendo al volo l’opportunità offerta nel 1992 delle Celebrazioni Colombiane per i 500 anni della scoperta dell’America, si può dire sia nata la scuola italiana del waterfront. Sfruttando al meglio la pioggia di finanziamenti arrivati per le Colombiane, Genova ha affidato alla matita dell’architetto Renzo Piano la sua ritrovata vocazione di città portuale. Complice una fase di profonda incertezza dei traffici, che all’epoca avevano relegato Genova ai margini del business marittimo, la città riuscì ad appropriarsi di spazi non più sfruttati dalle attività commerciali. Nacque lì il primo nucleo di iniziative che trasformarono l’area compresa fra i Magazzini del Cotone e il ponte Spinola nell’Expò di Genova, che oggi ha nell'Acquario il suo punto di maggior richiamo turistico. Viene abbattuta la cancellata che separa piazza Caricamento dal suo mare e Genova ritrova d’un colpo la sua suggestione più forte, quella essere vista dall’acqua. Non un sol giorno, da allora, è passato senza l’area dell’Expò non sia stata meta di visite, incontri, semplice passeggio di residenti e turisti.
Uno dopo l’altro sono sorti ristoranti, bar, locali, esercizi commerciali, attrazioni turistiche, centri d’arte e di cultura. E la strada continua ancora con Renzo Piano, a cui Genova ha affidato la riscrittura del suo affaccio a mare con il nuovo progetto del waterfront. Per sperimentarla, questa “new Genova” basta scendere a piedi da piazza De Ferrari, lasciarsi scivolare lungo via San Lorenzo, costeggiare la cattedrale e fare una prima sosta a palazzo San Giorgio, oggi sede dell’autorità portuale, casa-simbolo della gloriosa Repubblica (qui nacque il Banco di San Giorgio che finanziò la grande avventura globale delle esplorazioni geografiche, ma qui venne anche incarcerato Marco Polo che al piano terra del palazzo dettò a Rustichello da Pisa il suo “Milione”). Dalla piazza si entra nel cuore della città portuale e l’unica strada è quella senza meta. Le vecchie bitte e le gru idrauliche raccontano ancora di un mare che dava lavoro grazie alle braccia dei camalli.
Oggi quelle braccia ci sono ancora (i soci della Compagnia Unica sono un migliaio), ma sono spostate più in là, a Ponente. Qui il lavoro è diventato "servizi", turismo, cultura e commercio. Per rendersene conto basta camminare verso i Magazzini del Cotone e affacciarsi sul Molo Vecchio, dove oggi accostano docili i grandi yacht, o camminare lungo le vecchie calate, dal Porto Franco allo Spinola, proseguendo sull’ultima area risanata che da ponte Morosini arriva fino alla vecchia Darsena. Qui il sapere antico dell’acqua salata rinasce attraverso nuove suggestioni in un’attrazione culturale di fresca concezione come il Museo del Mare.
La sfida, adesso, è far cadere l’ultima barriera, rendendo vivibile anche l’area che da ponte Parodi, attraverso lo splendido Hennebique (primo manufatto italiano in cemento armato, completamente da risanare) arriva fino alla Stazione Marittima. Si creerebbe così un waterfront unico al mondo, capace di spingersi fino ai piedi della Lanterna, con un percorso pedonale ininterrotto lungo qualche chilometro.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035403]]Stessa angolazione, uguali suggestioni, per le altre portualità storiche che sulla valorizzazione del filo di costa stanno scommettendo parecchio: Napoli e Trieste. Nel cuore del Tirreno, con un’iniziativa di ridisegno del waterfront, Napoli gioca buona parte del suo futuro turistico. Scelto il progetto al termine del bando internazionale, presto partiranno le gare di appalto. Per il momento, per chi è in cerca di emozioni, vale la pena partire dalla Stazione Marittima e camminare lasciandosi a fianco la Darsena da cui partiranno le grandi vele e il molo Beverello, che da febbraio darà spazio esclusivo agli aliscafi. Punto d’arrivo, solo parziale tenuto conto dei progetti, l’Immacolatella vecchia, da cui partono le autostrade del mare.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035402]]Si può partire ancor più da lontano dialogando con il mare, se la meta è Trieste. Fin dalla splendida Sistiana per arrivare alla zona di Miramare e, da qui, alla Barcola. Qualche chilometro ed ecco la più forte delle suggestioni, quella del Porto Vecchio. Qui si cammina sulle Rive, partendo dalla Capitaneria di Porto per proseguire poi lungo piazza Duca d’Aosta, piazza Unità d’Italia fino alla zona della Lanterna. La sfida è quella dei Punti Franchi, angoli di porto che hanno fatto la storia della vita marittima italiana e che sono ora oggetto di un profondo restyling da parte dell’authority.
E proprio qui sta il punto e, al tempo stesso, l’essenza di una sfida che vuol trasformare le città portuali in una rete di territori aperti al confronto, capaci di offrire angoli d’Italia inimmaginabili, spazi da vivere con intensità e calma, ricchi di storia, cultura, arte. Unica condizione, far cadere quella barriera, a volte fisicamente delimitata da muri o cancellate, altre volte invisibili ma altrettanti presenti, che delimitano i confini. È la sfida dei waterfront portuali, quel filo di costa che spesso è terra di nessuno, non più città, non ancora porto. E invece proprio quel filo che di fatto unisce tutta la penisola e si rafforza nelle venticinque città sedi di autorità portuali (gli enti a cui compete il governo del porto) è l’elemento su cui scommettere con maggiore forza.
Non è un caso che tutte quante le città portuali stiano ripensando il loro rapporto con il mare, dando al territorio la possibilità di un affaccio diretto alla costa. Il paradigma di questa Italia, così nuova ma tanto antica, capace di affondare le sue radici in un passato mercantile che rimanda al Medioevo, è Genova, orgogliosa Repubblica che ancora non ha rinunciato al suo desiderio di restare "Superba".
Qui, cogliendo al volo l’opportunità offerta nel 1992 delle Celebrazioni Colombiane per i 500 anni della scoperta dell’America, si può dire sia nata la scuola italiana del waterfront. Sfruttando al meglio la pioggia di finanziamenti arrivati per le Colombiane, Genova ha affidato alla matita dell’architetto Renzo Piano la sua ritrovata vocazione di città portuale. Complice una fase di profonda incertezza dei traffici, che all’epoca avevano relegato Genova ai margini del business marittimo, la città riuscì ad appropriarsi di spazi non più sfruttati dalle attività commerciali. Nacque lì il primo nucleo di iniziative che trasformarono l’area compresa fra i Magazzini del Cotone e il ponte Spinola nell’Expò di Genova, che oggi ha nell'Acquario il suo punto di maggior richiamo turistico. Viene abbattuta la cancellata che separa piazza Caricamento dal suo mare e Genova ritrova d’un colpo la sua suggestione più forte, quella essere vista dall’acqua. Non un sol giorno, da allora, è passato senza l’area dell’Expò non sia stata meta di visite, incontri, semplice passeggio di residenti e turisti.
Uno dopo l’altro sono sorti ristoranti, bar, locali, esercizi commerciali, attrazioni turistiche, centri d’arte e di cultura. E la strada continua ancora con Renzo Piano, a cui Genova ha affidato la riscrittura del suo affaccio a mare con il nuovo progetto del waterfront. Per sperimentarla, questa “new Genova” basta scendere a piedi da piazza De Ferrari, lasciarsi scivolare lungo via San Lorenzo, costeggiare la cattedrale e fare una prima sosta a palazzo San Giorgio, oggi sede dell’autorità portuale, casa-simbolo della gloriosa Repubblica (qui nacque il Banco di San Giorgio che finanziò la grande avventura globale delle esplorazioni geografiche, ma qui venne anche incarcerato Marco Polo che al piano terra del palazzo dettò a Rustichello da Pisa il suo “Milione”). Dalla piazza si entra nel cuore della città portuale e l’unica strada è quella senza meta. Le vecchie bitte e le gru idrauliche raccontano ancora di un mare che dava lavoro grazie alle braccia dei camalli.
Oggi quelle braccia ci sono ancora (i soci della Compagnia Unica sono un migliaio), ma sono spostate più in là, a Ponente. Qui il lavoro è diventato "servizi", turismo, cultura e commercio. Per rendersene conto basta camminare verso i Magazzini del Cotone e affacciarsi sul Molo Vecchio, dove oggi accostano docili i grandi yacht, o camminare lungo le vecchie calate, dal Porto Franco allo Spinola, proseguendo sull’ultima area risanata che da ponte Morosini arriva fino alla vecchia Darsena. Qui il sapere antico dell’acqua salata rinasce attraverso nuove suggestioni in un’attrazione culturale di fresca concezione come il Museo del Mare.
La sfida, adesso, è far cadere l’ultima barriera, rendendo vivibile anche l’area che da ponte Parodi, attraverso lo splendido Hennebique (primo manufatto italiano in cemento armato, completamente da risanare) arriva fino alla Stazione Marittima. Si creerebbe così un waterfront unico al mondo, capace di spingersi fino ai piedi della Lanterna, con un percorso pedonale ininterrotto lungo qualche chilometro.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035403]]Stessa angolazione, uguali suggestioni, per le altre portualità storiche che sulla valorizzazione del filo di costa stanno scommettendo parecchio: Napoli e Trieste. Nel cuore del Tirreno, con un’iniziativa di ridisegno del waterfront, Napoli gioca buona parte del suo futuro turistico. Scelto il progetto al termine del bando internazionale, presto partiranno le gare di appalto. Per il momento, per chi è in cerca di emozioni, vale la pena partire dalla Stazione Marittima e camminare lasciandosi a fianco la Darsena da cui partiranno le grandi vele e il molo Beverello, che da febbraio darà spazio esclusivo agli aliscafi. Punto d’arrivo, solo parziale tenuto conto dei progetti, l’Immacolatella vecchia, da cui partono le autostrade del mare.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035402]]Si può partire ancor più da lontano dialogando con il mare, se la meta è Trieste. Fin dalla splendida Sistiana per arrivare alla zona di Miramare e, da qui, alla Barcola. Qualche chilometro ed ecco la più forte delle suggestioni, quella del Porto Vecchio. Qui si cammina sulle Rive, partendo dalla Capitaneria di Porto per proseguire poi lungo piazza Duca d’Aosta, piazza Unità d’Italia fino alla zona della Lanterna. La sfida è quella dei Punti Franchi, angoli di porto che hanno fatto la storia della vita marittima italiana e che sono ora oggetto di un profondo restyling da parte dell’authority.