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L'Iran è mia madre

Colloquio con Marjane Satrapi

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Il film racconta il suo paese?
"Vero. Anche se ai miei occhi, la parte più esotica della storia si svolge a Vienna. Il film non dà giudizi, non dice "questo è giusto, questo è sbagliato", illustra solo i tanti risvolti di una situazione. Non è un film orientato politicamente, che vuole schierarsi. E’ prima di tutto e soprattutto un film che racconta il mio amore per la mia famiglia. Comunque, se il pubblico occidentale imparerà a considerare gli iraniani esseri umani come tutti gli altri e non nozioni astratte come "fondamentalisti islamici", "terroristi" o "l’Asse del Male", allora sentirò di aver fatto qualcosa di buono. Non dimentichiamo che le prime vittime del fondamentalismo sono gli stessi iraniani”.

Le manca l’Iran?
“Ma certo. E’ il mio paese e lo sarà sempre. Se fossi un uomo, direi che l’Iran è mia madre, e la Francia mia moglie. Ovviamente, non posso dimenticare tutti gli anni in cui mi sono svegliata guardando una montagna innevata alta più di cinquemila metri, che dominava Teheran e la mia vita. E’ difficile pensare che non potrò vederla mai più. Mi manca. D’altronde ho la vita che volevo. Abito a Parigi che è una delle città più belle del mondo, con l’uomo che amo, e sono pagata per fare quello che mi piace fare. Per rispetto verso quelli che sono rimasti lì, che condividono le mie idee ma non possono esprimerle, troverei inappropriato e di cattivo gusto lamentarmi. Se mi lasciassi andare alla disperazione, avrei perso tutto. Quindi, fino all’ultimo momento, terrò la testa alta e continuerò a ridere, non riusciranno a distruggermi. Finché sei vivo, puoi protestare e gridare, ma la risata è l’arma più sovversiva di tutte