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I paesaggi di Jovanotti

Il mondo di Jovanotti. Da Londra a New York, a Rio, a Cuba. Le grandi città ma anche la natura. La foresta e i deserti ma anche musei e piccoli mercati. <I Viaggi

6 minuti di lettura
"VIAGGIARE è come creare". Può sembrare un’iperbole eccessiva, ma se a dirla è Jovanotti, uno dei personaggi più originali e creativi del nostro panorama artistico, vale la pena cercare di farsela spiegare. Anche perché Lorenzo è un viaggiatore straordinario, instancabile, e la dimensione del viaggio è parte integrante della sua esperienza artistica: "È vero, la dimensione del viaggio per me è fondamentale. È come se fosse la parte fisica di quello che mi accade quando faccio la musica. Senza esagerare potrei dire che è una maniera di comporre e scrivere canzoni attraverso i piedi, è una forma di scrittura attraverso il movimento. È come se io intendessi il mondo come una pagina, sulla quale scrivo percorrendola in lungo e in largo".

L'immagine è affascinante. Scrivere viaggiando, comporre il paesaggio, cantare il mondo: "Molto di quello che faccio nasce così. Quindi viaggio senza fare il turista, quando parto io non vado in vacanza. Ovvio che faccio un lavoro privilegiato che mi porta a non sapere cos’è una vacanza, lo dico con certo un senso di colpa, perché sembra sfacciato. La gente ha bisogno di una vacanza per staccare da una vita di routine e doveri, invece io, facendo un lavoro che non ha orari e vincoli particolari se non quelli che mi do io da solo, lo vivo un po’ come se fossi uno studente, un universitario fuori corso. Io accetto questa realtà come un regalo, non posso far finta che non sia così, per cui il viaggio fa parte di questa maniera di intendere la vita che mi è capitata nelle mani".

[[ge:rep-locali:repubblica:117035522]]il primo viaggio che ha fatto? "Certamente, è stato un viaggio a Londra. Avevo quindici anni, partii con un amico facendo un’architettura pazzaesca: dicemmo che andavamo in gita con la scuola, ma non era vero. Siamo andati a Londra in un albergo super rimediatissimo, all’arrembaggio. Fu un viaggio meraviglioso e mi comprai lo spray per farmi i capelli blù". La sensazione era quella di essere per la prima volta in un altro mondo? "Si. È stata un’apparizione mi ha segnato tutta una vita, quella sensazione lì è quella che ho ricercato sempre nei miei viaggi successivi". Non è tipo da viaggi organizzati Jovanotti, preferisce la sorpresa e l’inatteso. Ma non è di certo un integralista: «Un viaggio organizzato lo fai perché la maggior parte fa così, ci metti meno tempo, è più comodo, è un industria talmente grande e perfetta che cura ogni dettaglio, dal cibo che mangerai alla durezza del cuscino. Compri un viaggio così come compri una macchina, le scarpe o la tv, è un esperienza che ha a che fare con le tue necessità, è come andare a farsi un massaggio. La cosa più sbagliata è criticare senza motivo, è insopportabile chi ha l'atteggiamento pregiudiziale contro la vacanza organizzata, è una stupidaggine. È come pensare che tutti debbano comporre musica: i dischi la gente li compra perché sono già fatti".

Ma davvero Jovanotti non va mai in vacanza? "Beh, proprio mai no. La vacanza con la famiglia c’è naturalmente, la bambina al mare ce la porto anche io, ma è un fatto terapeutico". Si viaggia, si parte e si ritorna, per molti motivi diversi. Per Lorenzo viaggiare ha a che fare con la memoria: "Io in un viaggio provo a cercare di comporre un pezzo della mia vita, della mia memoria. C’è chi dice che si viaggia sempre nei propri ricordi, e io penso che sia vero. In una città del Sudamerica rivedo molto di quando ero bambino, a Rio rivedo situazioni romane; l’Avana negli anni Novanta era come la mia città negli anni Settanta quando c’era l’austerità, e tutto questo porta forti vampate di emozione". E così come è importante il luogo d’arrivo, è fondamentale il luogo di partenza: "Sì, il fatto che vengo da Roma ha un ruolo. Se è vero che tutte le strade portano a Roma è anche vero che portano via da Roma. E Roma è un viaggio di per sé. Perché è un luogo di turismo e di pellegrinaggio, ti permette di vedere pezzi di mondo senza muoverti. Da bambino ero incuriosito dalle targhe dei pullman, mi ricordo che facevo il gioco di capire da dove venivano le persone. È una cosa che ho continuato a coltivare: seguire all’incontrario le strade che portano a Roma".

Farsi sorprendere dai luoghi, al giorno d’oggi, è sicuramente più difficile di un tempo. Il cinema, la televisione, internet, ci rendono familiari posti in cui non siamo mai stati, ce li fanno sentire nostri, vicini, familiari. "L’America non mi ha sorpreso. Andare a New York è come andare a trovare un parente, è una città che ti appartiene profondamente anche se non ci sei mai stato, appena arrivi sei dentro un film, conosci già tutto. Io conosco più New York di Roma, l’ho vista talmente tanto in tutte le salse, in tutti i film, non puoi scattare foto perché tutte le immagini le conosci già. Invece quando sono andato a Cuba nel 1990, era caduto il muro da un anno, era un momento durissimo, senza luce, elettricità, per la prima volta ho visto un'altra maniera di stare al mondo, con le scarpe bucate. Ho provato quella cosa che hai nei racconti degli altri ma non l’hai nei sensi, con i profumi, le sensazioni, il parlare con la gente, tutto era nuovo per me. È stato prima del boom turistico, andai con un amico e c’erano solo cubani. Già oggi non è più così, in dieci anni c’è stato un cambiamento velocissimo".

[[ge:rep-locali:repubblica:117035523]]Per uno che vive di parole, per un rapper che sui testi gioca gran parte della sua creatività, trovarsi a contatto con altre lingue, spesso sconosciute, è una sfida non indifferente. Ma anche un gioco: "L’ho sempre sentito come un gran piacere, mi piace sentire le lingue più diverse, buttarmi e provare a parlare. Non ho mai avuto timidezze, anche a costo di fare figuracce. Lo spagnolo mi ha affascinato e ho tentato subito, ma anche con altre lingue ho fatto lo stesso. Sono come musica, mi piace sentire parlare, con le lingue si entra nei climi e nell’atmosfera dei posti, mi piace mettermi lì e approfitto per diventare un altro, non sanno chi sono, allora attacco bottone in un bar e parlo". Il viaggio riserva sempre delle sorprese. Chissà se per Lorenzo ci sono state anche delle delusioni, dei posti che non hanno mantenuto le attese della vigilia. "Deluso no, davvero mai. Ci sono stati dei posti che non ho capito la prima volta che ci sono stato, e invece poi mi hanno catturato, come certe canzoni, che le senti e non le capisci, poi le risenti e scopri che ti piacciono. Mi è successo con Rio. La prima volta non l’ho capita, addirittura sono tornato dicendo che mi era sembrata brutta. Mi ero trovato nel posto sbagliato, di fronte al turismo fatto per rimorchiare le ragazzine, che era molto chiaro davanti all’albergo dove ero, e l’ho rifiutata. Ma avevo comprato dei dischi e ascoltando quella musica straordinaria, rileggendo i libri degli scrittori brasiliani, mi sono detto che non era possibile che non mi fosse piaciuta. Sono tornato affittando un appartamento, in una zona vicina a Copacabana, e sono impazzito. Oggi è una delle città dove amo andare, non per fare qualcosa, solo per stare lì. Ci ho portato anche Francesca e Teresa, passeggiando, andando a vedere concerti, vivendo il ritmo della città".

Non sono solo le città ad affascinare il viaggiatore Jovanotti, anzi il rapporto con la natura, con il mondo che respira, è diventato negli anni più forte e importante, è diventato qualcosa che lo ha cambiato, profondamente: «Ultimamente ho fatto viaggio dentro la natura, mi sono immerso in luoghi del mondo che hanno influito molto nel mio ritmo, dalla foresta ai deserti, posti che mi hanno cambiato davvero. Io sono disposto al cambiamento, mi piace che una cosa mi cambi, non mi irrigidisco, cambiare il punto di vista è una delle cose più belle che possono accadere nella vita, tornare cambiato è uno dei motivi di un viaggio». Ma non c’è solo la sorpresa, il cambiamento. Nel cuore di un viaggio c’è anche altro: «C’è la noia», dice Lorenzo. La noia? «Viaggiando senza organizzazione può capitare. Non organizzare il tempo ti porta a vivere giornate infinite, di una noia mortale, quando ti trovi in una stazione di un pullman o di un traghetto e aspetti dieci ore, o un giorno, prima di andare altrove. Quei momenti li vivo nel pieno della noia, mi dico "che palle".

Poi, nel ricordo del viaggio, sono momenti magici, che poi ritrovo come preziosi. Perché è difficile, quando sei grande, hai famglia e lavoro, che tu possa passare una giornata senza fare niente, una giornata in cui ti annoi. Invece al momento in cui sei al confine tra la Grecia e la Turchia, sei lì in un bar che aspetti e non succede niente, non c’è niente di interessante, ecco in quel momento lì devo dire che ho toccato degli attimi di grandissima estasi. È quando pensi "fantastico, rimango qui e vado a cercare lavoro, c’è un officina, mi prendete, mi metto a verniciare le macchine". Comincio a pensare a vite alternative, penso di tutto, a qualsiasi cosa, ti senti in colpa [[ge:rep-locali:repubblica:117035524]]che sei li e non fai un cazzo...". Ma è mai possibile che Jovanotti non faccia nulla di quello che fanno i normali turisti? Che viaggi solo "a modo suo"? "No, vado nei musei, giro per mercati, uso le guide come la Lonely Planet. Non vado nei City tour, giro con i mezzi pubblici. Poi faccio foto, ma un po’ snobisticamente uso sempre la stessa macchina fotografica, una Leika analogica con rullini in bianco e nero a 400 asa. Mi do un tono da reporter. Questo mi vincola, con una macchina del genere non sei lì a scattare centomila foto, ti impone di essere parsimonioso. Questo fa sì che la tiri fuori una volta al giorno".

Quindi niente serate con gli amici con le immancabili diapositive? "Non esattamente. Sono parsimonioso anche in questo. Aspetto la bella cena con un po’ d’amici dove tiro fuori due o tre storie che so che li stendo, Quando torno dico "è andato tutto benissimo" poi non faccio vedere niente a nessuno, aspetto il momento d’oro per dire "un giorno ero nel nord del Pakistan...". Certe cose bisogna consumarle fredde...».