L'ultimo oro della città-ragù
di Erri De LucaNapoli è un abito da festa sopra un corpo lacero. La geografia ha deciso la sua storia: senza baluardi naturali è stata proprietà di chi l’ha voluta. Per la prima volta nella storia la sua peste non dipende da un malannoì forestiero. È tutto suo. È cancro di dentro e non la sifilide portata dai francesi
IL CONGRESSO di Vienna del 1815 Metternich
con intento spregiativo definì
l'Italia «Una espressione geografica».
Voleva negarle diritti politici. Non conosceva
la geografia, non sapeva la forza
genitrice di un suolo e di un clima
che avevano messo al mondo civiltà politiche e di arte.
Quando la geografia si esprime, è per sempre. L'Austria,
potente espressione politica di allora, dopo non è stata
nient'altro. Napoli è un doppio concentrato di geografia,
un ragù denso e tirato sopra una tavola sgangherata,
un abito da festa sopra un corpo lacero. La geografia
ha deciso la sua storia: senza baluardi naturali è stata
proprietà di chi l'ha voluta.
Popoli venuti in nome dei quattro venti, Bizantini, Spagnoli, Normanni, Saraceni, l'hanno posseduta poco e molto. È stata per secoli una capitale d'Europa, la più florida e vasta città d'Italia. Una capitale d'Europa la riconosci dal vuoto che fa intorno a sé. Parigi, Londra, Madrid non lasciano sussistere altro nei paraggi, d…
Popoli venuti in nome dei quattro venti, Bizantini, Spagnoli, Normanni, Saraceni, l'hanno posseduta poco e molto. È stata per secoli una capitale d'Europa, la più florida e vasta città d'Italia. Una capitale d'Europa la riconosci dal vuoto che fa intorno a sé. Parigi, Londra, Madrid non lasciano sussistere altro nei paraggi, d…
IL CONGRESSO di Vienna del 1815 Metternich
con intento spregiativo definì
l'Italia «Una espressione geografica».
Voleva negarle diritti politici. Non conosceva
la geografia, non sapeva la forza
genitrice di un suolo e di un clima
che avevano messo al mondo civiltà politiche e di arte.
Quando la geografia si esprime, è per sempre. L'Austria,
potente espressione politica di allora, dopo non è stata
nient'altro. Napoli è un doppio concentrato di geografia,
un ragù denso e tirato sopra una tavola sgangherata,
un abito da festa sopra un corpo lacero. La geografia
ha deciso la sua storia: senza baluardi naturali è stata
proprietà di chi l'ha voluta.
Popoli venuti in nome dei quattro venti, Bizantini, Spagnoli, Normanni, Saraceni, l'hanno posseduta poco e molto. È stata per secoli una capitale d'Europa, la più florida e vasta città d'Italia. Una capitale d'Europa la riconosci dal vuoto che fa intorno a sé. Parigi, Londra, Madrid non lasciano sussistere altro nei paraggi, drenano tutte le risorse al loro centro. Nell'Italia delle cento città/stato Napoli ha divorato il territorio intorno, lasciando stare solo Palermo in fondo alla Sicilia. A nord si spartiva da Roma a metà strada. Una capitale cancella una regione, si sovrappone a essa. Si sente dire con fierezza che s’è toscani, umbri, lombardi, mai senti dire da uno che è campano. Su questo suolo assorbente, bruciato da eruzioni, con ginestre a fiorire sulle ustioni, si è radicato un popolo orgoglioso e povero, chiassoso e feroce, insomma inespugnabile. Non ha avuto evoluzioni, ma pazienze e sussulti. È scattato di collera e fierezza, l'ultima volta nel settembre del '43, scagliandosi contro i tedeschi che opprimevano senza proteggere dai catastrofici bombardamenti aerei di quell'estate. Napoli sbottò, tre giorni e quattro notti, in anticipo breve su un'eruzione mite del vulcano, pochi mesi dopo. In dopoguerra è stata offerta in dote alla Sesta Flotta degli Stati Uniti: portaerei nel golfo e migliaia di marinai sbarcati in libera uscita a svuotare l'astinenza. Il Dopoguerra a Napoli è durato altri trent'anni rendendola il più grande bordello militare del Mediterraneo.
Se un marinaio ammazzava uno di noi ne rispondeva a un tribunale americano, Napoli era provincia di Washington, non di Roma. Oggi è il più esteso deposito di rifiuti giacenti, un'eruzione minore dovuta a inerzia interessata dei suoi pubblici poteri. Per la prima volta nella storia la sua peste non dipende da un malanno forestiero. È tutto suo. È cancro di dentro e non la sifilide portata dai soldati francesi di Carlo Ottavo. Sapere che dal nord ancora arrivano di notte scarichi da insaccare in qualche campo, non produce collera ma tristezza. Il cittadino sa che i traditori parlano napoletano. Chi arriva in città e vede che al centro si fa raccolta di rifiuti e in periferia no, spalanca i sensi sbalorditi davanti alla pazienza mostruosa dei napoletani.
Sopportano l'oltraggio, la rogna senza bende sulla pelle, lo schifo, la vergogna, il marcio delle decomposizioni. Ne bruciano qua e là per interrompere la nausea, derattizzare i cumuli, qua e là si fanno blocchi stradali e presidi, ma è schiacciante lo stesso la pubblica pazienza, l'attesa desolata. È l'ultimo oro di Napoli, la sopportazione sovrumana, e lo stanno spendendo fino all'ultimo spiccio
Popoli venuti in nome dei quattro venti, Bizantini, Spagnoli, Normanni, Saraceni, l'hanno posseduta poco e molto. È stata per secoli una capitale d'Europa, la più florida e vasta città d'Italia. Una capitale d'Europa la riconosci dal vuoto che fa intorno a sé. Parigi, Londra, Madrid non lasciano sussistere altro nei paraggi, drenano tutte le risorse al loro centro. Nell'Italia delle cento città/stato Napoli ha divorato il territorio intorno, lasciando stare solo Palermo in fondo alla Sicilia. A nord si spartiva da Roma a metà strada. Una capitale cancella una regione, si sovrappone a essa. Si sente dire con fierezza che s’è toscani, umbri, lombardi, mai senti dire da uno che è campano. Su questo suolo assorbente, bruciato da eruzioni, con ginestre a fiorire sulle ustioni, si è radicato un popolo orgoglioso e povero, chiassoso e feroce, insomma inespugnabile. Non ha avuto evoluzioni, ma pazienze e sussulti. È scattato di collera e fierezza, l'ultima volta nel settembre del '43, scagliandosi contro i tedeschi che opprimevano senza proteggere dai catastrofici bombardamenti aerei di quell'estate. Napoli sbottò, tre giorni e quattro notti, in anticipo breve su un'eruzione mite del vulcano, pochi mesi dopo. In dopoguerra è stata offerta in dote alla Sesta Flotta degli Stati Uniti: portaerei nel golfo e migliaia di marinai sbarcati in libera uscita a svuotare l'astinenza. Il Dopoguerra a Napoli è durato altri trent'anni rendendola il più grande bordello militare del Mediterraneo.
Se un marinaio ammazzava uno di noi ne rispondeva a un tribunale americano, Napoli era provincia di Washington, non di Roma. Oggi è il più esteso deposito di rifiuti giacenti, un'eruzione minore dovuta a inerzia interessata dei suoi pubblici poteri. Per la prima volta nella storia la sua peste non dipende da un malanno forestiero. È tutto suo. È cancro di dentro e non la sifilide portata dai soldati francesi di Carlo Ottavo. Sapere che dal nord ancora arrivano di notte scarichi da insaccare in qualche campo, non produce collera ma tristezza. Il cittadino sa che i traditori parlano napoletano. Chi arriva in città e vede che al centro si fa raccolta di rifiuti e in periferia no, spalanca i sensi sbalorditi davanti alla pazienza mostruosa dei napoletani.
Sopportano l'oltraggio, la rogna senza bende sulla pelle, lo schifo, la vergogna, il marcio delle decomposizioni. Ne bruciano qua e là per interrompere la nausea, derattizzare i cumuli, qua e là si fanno blocchi stradali e presidi, ma è schiacciante lo stesso la pubblica pazienza, l'attesa desolata. È l'ultimo oro di Napoli, la sopportazione sovrumana, e lo stanno spendendo fino all'ultimo spiccio