FACILE, TROPPO FACILE, cogliere malinconia e
humor in un comico che da trent’anni, oltre che attore,
è autore di commedie divertenti e molto amare.
Ma in Carlo Verdone c’è qualcosa di più quando
racconta la natura dei personaggi del suo ultimo
film Grande grosso e...Verdone. O soprattutto, quando
parla del modo di viaggiare degli italiani. La malinconia mescolata
alla comicità, diventa un’arma, uno strumento che lui,
come pochi, sa maneggiare per mettere in ridicolo i vizi, le abitudini
e le nevrosi dei nostri tempi. La nuova pellicola, in uscita
il 7 marzo, di cui Verdone è regista e protagonista, ripropone tre
personaggi già noti agli spettatori.
Il tempo è passato e i suoi eroi sono invecchiati, cambiati; ma come per tutti gli italiani, le loro debolezze sono sempre le stesse. Ecco, allora, la malinconia prendere il sopravvento sulla comicità: è quando Verdone porta sullo schermo il tema della volgarità contrapposta al candore. "Volgarità che cresce e che segna la società di oggi, completamente priva di etica e di principi", sottolinea il regista. Alcuni personaggi nel film, come in altri precedenti, viaggiano, vanno in alberghi di lusso. Ma il denaro non significa assenza di bassezze e sguaiataggine. C’è una volgarità, oggi nel viaggiare, anche tra chi può spendere?«Certo che c’è. Faccio un piccolo esempio: tempo fa stavo prendendo un aereo. Era estate. All’imbarco vedo il solito gruppo di persone, eterogeneo. Tra loro, un ragazzo con una T-shirt bianca, le gambe scoperte, i sandali di plastica; arrotolato attorno alla vita un asciugamano e in mano uno shampoo. Sembrava appena uscito da uno stabilimento di Ostia, pronto per andare sotto l’ombrellone. Nessuno lo guardava, non faceva effetto a nessuno. Questo mi ha spaventato".
Malinconia e humor portano Verdone al ricordo di Alberto Sordi: «In quel momento, all’aeroporto, mi rivenne in mente una cosa che disse Sordi durante il nostro ultimo pranzo insieme: Caro Carlo, quanto mi fate pena voi oggi! Perché Alberto? Dissi io. Perché non c’è più il senso del ritegno. Oggi nessuno si scandalizza più per niente».
Tornando al tema del viaggio, la globalizzazione contribuisce alla volgarità? «Sì, la gente ormai, quando viaggia, guarda senza vedere, ma non è solo questo. Tante persone guardano se gli altri li vedono. Se vanno a visitare un tempio greco, non guardano un capitello dorico; è importante per loro che gli altri li stiano a guardare. Oggi si viaggia per dire: siamo stati lì e là e abbiamo fatto questo e quello. Tutti poi sono fissati con il benessere, le beauty farm».
Vizi e vecchie abitudini degli italiani. Quello che conta è l’apparenza; la cultura viene all’ultimo posto. «Sono sempre più quelli che rimangono nella piscina termale dell’albergo rispetto a quelli che vanno a vedere le bellezze artistiche di un luogo».
Qual è stato il primo viaggio di Verdone? «Il primo, importante, l’ho fatto in Francia, nel 1966. Avevo 15 anni, partii con mio padre che lavorava per l’Unesco. Mi portò a Parigi dove aveva una conferenza. Mi diede una cartina e disse: devi andare a vedere Les Invalides, la Tour Eiffel, il Louvre eccetera eccetera, poi ci vediamo stasera in albergo. Ero per la prima volta in una vera metropoli e mi sentivo come se viaggiassi da solo perché ero in compagnia solo di me stesso. Ero eccitato perché per la prima volta entravo in grandi negozi di dischi, in musei importanti che avevo visto solo sui libri».
Il padre di Carlo Verdone, professore di Storia del Cinema molto autorevole, non legato alla politica, riceveva continuamente inviti per conferenze all’estero, anche nei Paesi oltrecortina, dove non era facile entrare. Per esempio, nella Cecoslovacchia del dopo Dubcek: «Nel 1970 mi chiese di accompagnarlo a Praga e a Bratislava per delle lezioni che doveva tenere. Ricordo che ci volle tanto, tanto tempo, per avere i visti», racconta il regista, «poi, alla fine, non ci furono problemi, perché mio padre era uno studioso veramente al di sopra di ogni ideologia.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035689]]Facemmo in aereo Roma-Milano-Praga. A quei tempi si volava poco, specie verso i Paesi dell’Est: incredibile, all’andata eravamo 11 passeggeri e a ritorno 4! Questo per dire come erano chiusi quei Paesi allora. Mio padre mi portò anche in Germania Orientale e Polonia dove tornai poi con due amici e trassi l’ispirazione per l’ultimo episodio di Un sacco bello». Verdone ricorda l’emozione che si provava attraversando la Cortina di Ferro. «Era come entrare in un altro mondo. Una volta ho scoperto sul lampadario della stanza dell’albergo una microspia ». Adesso, non ci sono più frontiere, «scendi dall’aereo e ti sembra di essere in un quartiere molto lontano da dove vivi abitualmente, ma sempre nella tua stessa città. Non esiste più quel senso di stupore che si aveva un tempo. Non senti più quella sensazione di distanza, di differenza che è parte essenziale del viaggio. Oggi vedi ovunque le stesse magliette, lo stesso taglio di capelli, le stesse scarpe. Un tempo sì che vedevi la differenza».
Qualche confessione e qualche dichiarazione d’amore, più colorate di malinconia che di humor: «Sono molto attratto dal Nord Europa. Amo Bruxelles perché è una città elegante, raffinata. Amo le atmosfere grigie delle cittadine belghe che un tempo furono centri industriali e dove ora le vecchie fabbriche sono avvolte da mistero e fascino. Mi piace la Francia, la Gran Bretagna dove ho girata due film. A volte l’Italia, che è bellissima, sembra una cartolina patinata: tutto è perfetto, c’è il sole, la bella campagna. È tutto facile, ma i paesaggi italiani rischiano in certi casi di diventare stucchevoli.
Dove sogno di andare? In Siria a vedere Aleppo. E poi il mio grande sogno rimangono i Paesi dell’estremo Nord: Islanda e Groenlandia. Per tre volte ho prenotato un viaggio in Islanda, per andarci con mia figlia, e per tre volte, per motivi di lavoro, ho dovuto disdire le prenotazioni».
Il tempo è passato e i suoi eroi sono invecchiati, cambiati; ma come per tutti gli italiani, le loro debolezze sono sempre le stesse. Ecco, allora, la malinconia prendere il sopravvento sulla comicità: è quando Verdone porta sullo schermo il tema della volgarità contrapposta al candore. "Volgarità che cresce e che segna la società di oggi, completamente priva di etica e di principi", sottolinea il regista. Alcuni personaggi nel film, come in altri precedenti, viaggiano, vanno in alberghi di lusso. Ma il denaro non significa assenza di bassezze e sguaiataggine. C’è una volgarità, oggi nel viaggiare, anche tra chi può spendere?«Certo che c’è. Faccio un piccolo esempio: tempo fa stavo prendendo un aereo. Era estate. All’imbarco vedo il solito gruppo di persone, eterogeneo. Tra loro, un ragazzo con una T-shirt bianca, le gambe scoperte, i sandali di plastica; arrotolato attorno alla vita un asciugamano e in mano uno shampoo. Sembrava appena uscito da uno stabilimento di Ostia, pronto per andare sotto l’ombrellone. Nessuno lo guardava, non faceva effetto a nessuno. Questo mi ha spaventato".
Malinconia e humor portano Verdone al ricordo di Alberto Sordi: «In quel momento, all’aeroporto, mi rivenne in mente una cosa che disse Sordi durante il nostro ultimo pranzo insieme: Caro Carlo, quanto mi fate pena voi oggi! Perché Alberto? Dissi io. Perché non c’è più il senso del ritegno. Oggi nessuno si scandalizza più per niente».
Tornando al tema del viaggio, la globalizzazione contribuisce alla volgarità? «Sì, la gente ormai, quando viaggia, guarda senza vedere, ma non è solo questo. Tante persone guardano se gli altri li vedono. Se vanno a visitare un tempio greco, non guardano un capitello dorico; è importante per loro che gli altri li stiano a guardare. Oggi si viaggia per dire: siamo stati lì e là e abbiamo fatto questo e quello. Tutti poi sono fissati con il benessere, le beauty farm».
Vizi e vecchie abitudini degli italiani. Quello che conta è l’apparenza; la cultura viene all’ultimo posto. «Sono sempre più quelli che rimangono nella piscina termale dell’albergo rispetto a quelli che vanno a vedere le bellezze artistiche di un luogo».
Qual è stato il primo viaggio di Verdone? «Il primo, importante, l’ho fatto in Francia, nel 1966. Avevo 15 anni, partii con mio padre che lavorava per l’Unesco. Mi portò a Parigi dove aveva una conferenza. Mi diede una cartina e disse: devi andare a vedere Les Invalides, la Tour Eiffel, il Louvre eccetera eccetera, poi ci vediamo stasera in albergo. Ero per la prima volta in una vera metropoli e mi sentivo come se viaggiassi da solo perché ero in compagnia solo di me stesso. Ero eccitato perché per la prima volta entravo in grandi negozi di dischi, in musei importanti che avevo visto solo sui libri».
Il padre di Carlo Verdone, professore di Storia del Cinema molto autorevole, non legato alla politica, riceveva continuamente inviti per conferenze all’estero, anche nei Paesi oltrecortina, dove non era facile entrare. Per esempio, nella Cecoslovacchia del dopo Dubcek: «Nel 1970 mi chiese di accompagnarlo a Praga e a Bratislava per delle lezioni che doveva tenere. Ricordo che ci volle tanto, tanto tempo, per avere i visti», racconta il regista, «poi, alla fine, non ci furono problemi, perché mio padre era uno studioso veramente al di sopra di ogni ideologia.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035689]]Facemmo in aereo Roma-Milano-Praga. A quei tempi si volava poco, specie verso i Paesi dell’Est: incredibile, all’andata eravamo 11 passeggeri e a ritorno 4! Questo per dire come erano chiusi quei Paesi allora. Mio padre mi portò anche in Germania Orientale e Polonia dove tornai poi con due amici e trassi l’ispirazione per l’ultimo episodio di Un sacco bello». Verdone ricorda l’emozione che si provava attraversando la Cortina di Ferro. «Era come entrare in un altro mondo. Una volta ho scoperto sul lampadario della stanza dell’albergo una microspia ». Adesso, non ci sono più frontiere, «scendi dall’aereo e ti sembra di essere in un quartiere molto lontano da dove vivi abitualmente, ma sempre nella tua stessa città. Non esiste più quel senso di stupore che si aveva un tempo. Non senti più quella sensazione di distanza, di differenza che è parte essenziale del viaggio. Oggi vedi ovunque le stesse magliette, lo stesso taglio di capelli, le stesse scarpe. Un tempo sì che vedevi la differenza».
Qualche confessione e qualche dichiarazione d’amore, più colorate di malinconia che di humor: «Sono molto attratto dal Nord Europa. Amo Bruxelles perché è una città elegante, raffinata. Amo le atmosfere grigie delle cittadine belghe che un tempo furono centri industriali e dove ora le vecchie fabbriche sono avvolte da mistero e fascino. Mi piace la Francia, la Gran Bretagna dove ho girata due film. A volte l’Italia, che è bellissima, sembra una cartolina patinata: tutto è perfetto, c’è il sole, la bella campagna. È tutto facile, ma i paesaggi italiani rischiano in certi casi di diventare stucchevoli.
Dove sogno di andare? In Siria a vedere Aleppo. E poi il mio grande sogno rimangono i Paesi dell’estremo Nord: Islanda e Groenlandia. Per tre volte ho prenotato un viaggio in Islanda, per andarci con mia figlia, e per tre volte, per motivi di lavoro, ho dovuto disdire le prenotazioni».