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I VIAGGI DELLA MEMORIA

Roditori

I giapponesi hanno messo una telecamera nel cervello di un topo per vedere la memoria. Perché la memoria "si vede". Eppure basterebbe guardare gli alberi di fico. I Viaggi

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Hanno messo una telecamera nel cervello di un topo. L’hanno fatto i giapponesi per studiare la sua memoria. Perché la memoria non è solo una cosa che si recupera come un pezzo di carta in una tasca. La memoria si vede. Dal terrazzo della casa che ha costruito mio nonno vedo l’albero dei fichi bianchi e quello dei fichi neri. Questo è il periodo buono per potarli, ma sono appena tornato dalla Puglia, ripartito per Bergamo attraverso Varese e poi ci sarà il Piemonte, Bolzano, si scenderà a Firenze. Rimando la potatura tutti gli anni. Torno dagli alberi di mio nonno quando finisce la tournée appena in tempo per la raccolta dei fichi di giugno.

Per potare un albero bisogna stare dove l’albero cresce. Non basta passarci solo quando da il frutto, bisogna curarlo quando sembra legna da bruciare. Io li guardo e mi viene in mente mio nonno e mio padre con il bastone avanzato a un manico d’ombrello mentre abbassano i rami per raccogliere i fioroni o i settembrini, ma anche con la sega per segarli quando si accartocciano e si aggrovigliano. Ogni anno gli alberi si ingarbugliavano di rami da settembre a marzo. Ogni volta venivano amputati per fare spazio ai fichi della primavera e dell’autunno. Per vedere la loro memoria, guardo il giardino come uno scienziato nella testa del topo.

I topi sono mammiferi come me, la mia famiglia e i miei vicini di casa. Ma è difficile che in una vita ci si possa imbattere in tutte le specie che caratterizzano questi piccoli animali perché solo in Italia ce ne stanno una trentina diverse. Ma la caratteristica che li distingue tutti è nei denti davanti. Denti che non hanno radici e crescono ininterrottamente come le unghie e i capelli. Se è vero che non ci si bagna mai nello stesso fiume, si può dire che per un topo è impossibile rosicare due croste di pane con gli stessi incisivi.

E proprio a questo somiglia la memoria. Un dente che si consuma e ricresce. Non a quella memoria nostalgica dei vecchi che rimpiangono un passato nel quale si mangiavano pomodori saporiti e i treni arrivavano in orario. Nemmeno alla memoria consolatoria delle giornate ministeriali che trasformano i programmi televisivi di fine gennaio in tetre visioni bianco e nero di fili spinati, sorta di reality che collocano la violenza tutta nel passato fingendo che il presente sia un Eden abitato da pacifisti emancipati. La memoria è nei denti che consumano e si consumano. La memoria divora e si divora, più mangia e più ha bisogno di mangiare, più rosicchia e più ricresce per continuare a scarnificare.

Hanno messo una telecamera nel cervello di un topo per vedere la memoria eppure quel meccanismo si può guardare anche senza aprire la scatola cranica. Basta guardare l’albero dei fichi, potare i rami e aspettare che ci cresca il frutto. Un famoso matto che stava sulle scale dell’università mi ha detto “sai chi ha inventato il tempo? La donna che ha messo insieme causa e effetto comprendendo il nesso tra l’atto sessuale e il parto”. Il tempo che attraversa il cervello del topo, dell’uomo o della donna senza aprire la scatola che lo contiene.