Nel mondo antico, la volpe era simbolo di fertilità e dialogava con gli dei; portava i fulmini e avvicinava senza timore gli spiriti delle foreste.
Compare nelle favole di Esopo, Fedro e Jean de
La Fontaine che attribuiscono al mammifero dal
pelo rosso e dalla lunga coda, caratteristiche umane,
troppo umane: la furbizia, l’avarizia, l’invidia. I primi Cristiani,
invece, demonizzarono la povera volpe solo perché i pagani
l’avevano considerata sacra.
Animale notturno, vive da sempre in molti Parchi Naturali e nelle campagne dell’Emisfero nord; si spinge anche nei centri abitati - è stata vista addirittura a Londra - alla ricerca di cibo nei cestini dei rifiuti. Ora è protagonista del firmò nel 2005 il documentario, premiatissimo, La Marcia dei Pinguini.
La pellicola, in tutte le sale dal 21 marzo, è uno straordinario viaggio all’interno della Natura, dei suoi segreti, dei suoi misteri e della sua magia, che solo una bambina (la protagonista del film), può comprendere e penetrare. È la dimostrazione che nel mondo di oggi c’è ancora molto bisogno di favole, sia per i bambini che per gli adulti. I grandi (come la civiltà fatta di auto, cemento e rifiuti), nel nuovo lavoro di Jacquet, non compaiono mai: si sentono le loro voci, si percepisce la loro presenza, ma rimangono ai margini della storia di Bertille Noël-Bruneau, la piccola protagonista del film che, alla fine, adulta, è la mamma che racconta al figlio la favola della volpe. La bambina, attraverso l’incontro e l’amicizia con l’animale che verrà chiamato Titou, come Alice nel Paese delle Meraviglie apre la porta di una Natura senza confini e senza tempo per scoprire creature che aveva visto solo sui libri, ruscelli limpidissimi dove saltano le rane, crepacci che fanno paura, grotte dove non è mai entrata la luce, sentieri percorsi un tempo da streghe e da giganti buoni, alberi che sembrano parlare e muoversi, lupi aggressivi che si spaventano e scappano al solo scoppio di una busta di carta.
Ma al contrario della volpe del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, Titou non chiede alla bambina di essere addomesticata: la conduce piuttosto nel suo mondo e le insegna a vedere le cose per quello che sono. Le fa capire che nulla, proprio nulla, nella Natura, può essere forzato, razionalizzato, umanizzato. Luc Jacquet racconta che il film è un po’ la “sua” grande favola: «Da bambino passavo il tempo correndo nei boschi. Qualsiasi cosa era un pretesto per poter correre nella Natura. Ho cominciato a crearmi un mondo tutto mio. Poi, un giorno, ci si imbatte in una volpe e trent’anni dopo si finisce per farne un film».
Il regista riporta sua esperienza personale: l’incontro con una volpe nel paese dove è cresciuto, sulle montagne dell’Ain, nella regione francese del Rodano-Alpi. Qui ha girato, esattamente nell’Altopiano del Retord, luogo della sua infanzia, una parte della pellicola, ma moltissime sequenze sono state riprese invece, per sei mesi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, scelto come location dopo aver esaminato e scartato ambienti naturali norvegesi, sloveni, ungheresi e rumeni. «Il Parco d’Abruzzo », dice il regista, «è un luogo stupefacente, una delle più antiche zone protette d’Europa, nella quale si trovano ancora lupi, orsi e tutta la grande fauna europea».
Quali sono, esattamente, gli angoli del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise che compaiono nel film? «Luc Jacquet ha girato principalmente in due località abruzzesi, la Difesa di Pescasseroli e i Prati d’Angro nel territorio del Comune di Villavallelonga», risponde Daniela D’Amico coordinatrice del Servizio Promozione del Parco che ha assistito e aiutato la squadra del regista francese, «la Difesa si chiama così perché anticamente, nella zona, venivano portate a pascolare le pecore e gli alberi, tagliati bassi, permettevano ai pastori di avvistare eventuali pericoli e “difendere” così le greggi. I componenti della troupe hanno dimostrato tutti un grande rispetto per la Natura del Parco», racconta ancora, «hanno seguito le nostre regole e ascoltato le nostre raccomandazioni.
Cosa che per altri film girati qui, spesso, non è avvenuta». Tutto il gruppo di Jacquet si è adeguato ai tempi della Natura: nessuno è andato alla ricerca degli animali. Li hanno aspettati rimanendo notti e notti, al freddo, con le cineprese pronte. Che carattere hanno le volpi, e in particolare, quelle del Parco Nazionale degli Abruzzi? Sono socievoli? [[ge:rep-locali:repubblica:117035772]]«Le volpi qui, si avvicinano spesso alle persone. Hanno un carattere un po’ opportunista: quando capiscono che possono ottenere cibo, si fanno anche fotografare», risponde Daniela D’Amico, «vedo però spesso turisti che danno loro dei crackers con la maionese o salamini interi senza preoccuparsi di togliere piombino e spago. Questo non va fatto assolutamente». Dove, le volpi si avvicinano più spesso alle persone? «Un luogo dove vengono a mangiare pezzi di pane lasciati o dati dai turisti è la Valle Iannanghera, non lontano da Barrea. Tutti lì si fermano con la buona stagione ad una sorgente per bere e fare picnic», spiega Daniela D’Amico, che ricorda che alcune volpi arrivano anche vicino alle case in cerca di cibo. Alcune si fanno avvicinare, anche se mai accarezzare. «Ma attenzione», insistono tutti al Parco, «dare cibo alle volpi e a tutti gli animali, è profondamente diseducativo. D’inverno, quando non ci sono i turisti, cosa mangiano gli animali se li si disabitua a trovare il cibo da soli?».
Ma è vera la furbizia dell’animale che evita sempre i pericoli? O è solo una leggenda nata dalle favole? Qui nel Parco tutti concordano sulla bellezza e l’intelligenza di questo animale. Intelligenza arricchita di astuzia. «Una cosa è certa del carattere singolare della volpe: il suo bisogno di solitudine», spiega il guardiaparco Ezechia Trella che ha seguito da vicino la troupe di Jacquet durante la lavorazione del film. Furbizia dote dei solitari? «È un discorso complesso quello della furbizia nel mondo animale», continua Trella, «anche il lupo, che vive in branco, è furbissimo. Basta pensare che quando i lupi trovano un animale morto aspettano che altri animali ne assaggino la carne per vedere se è buona. I lupi vivono in gruppo perché hanno una concezione sociale diversa dalle volpi e forse anche perché si alimentano con prede grandi, prendibili solo in gruppo. Anche le volpi a volte formano piccolissimi gruppi. Gli animali si isolano solo quando arrivano alla vecchiaia. Vanno a morire da soli, lontano da tutti. Come raccontano le leggende degli Indiani d’America: gli anziani delle tribù, quando sentivano arrivare la loro ora, si allontanavano verso le montagne per essere pù vicini alla Natura».
Animale notturno, vive da sempre in molti Parchi Naturali e nelle campagne dell’Emisfero nord; si spinge anche nei centri abitati - è stata vista addirittura a Londra - alla ricerca di cibo nei cestini dei rifiuti. Ora è protagonista del firmò nel 2005 il documentario, premiatissimo, La Marcia dei Pinguini.
La pellicola, in tutte le sale dal 21 marzo, è uno straordinario viaggio all’interno della Natura, dei suoi segreti, dei suoi misteri e della sua magia, che solo una bambina (la protagonista del film), può comprendere e penetrare. È la dimostrazione che nel mondo di oggi c’è ancora molto bisogno di favole, sia per i bambini che per gli adulti. I grandi (come la civiltà fatta di auto, cemento e rifiuti), nel nuovo lavoro di Jacquet, non compaiono mai: si sentono le loro voci, si percepisce la loro presenza, ma rimangono ai margini della storia di Bertille Noël-Bruneau, la piccola protagonista del film che, alla fine, adulta, è la mamma che racconta al figlio la favola della volpe. La bambina, attraverso l’incontro e l’amicizia con l’animale che verrà chiamato Titou, come Alice nel Paese delle Meraviglie apre la porta di una Natura senza confini e senza tempo per scoprire creature che aveva visto solo sui libri, ruscelli limpidissimi dove saltano le rane, crepacci che fanno paura, grotte dove non è mai entrata la luce, sentieri percorsi un tempo da streghe e da giganti buoni, alberi che sembrano parlare e muoversi, lupi aggressivi che si spaventano e scappano al solo scoppio di una busta di carta.
Ma al contrario della volpe del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, Titou non chiede alla bambina di essere addomesticata: la conduce piuttosto nel suo mondo e le insegna a vedere le cose per quello che sono. Le fa capire che nulla, proprio nulla, nella Natura, può essere forzato, razionalizzato, umanizzato. Luc Jacquet racconta che il film è un po’ la “sua” grande favola: «Da bambino passavo il tempo correndo nei boschi. Qualsiasi cosa era un pretesto per poter correre nella Natura. Ho cominciato a crearmi un mondo tutto mio. Poi, un giorno, ci si imbatte in una volpe e trent’anni dopo si finisce per farne un film».
Il regista riporta sua esperienza personale: l’incontro con una volpe nel paese dove è cresciuto, sulle montagne dell’Ain, nella regione francese del Rodano-Alpi. Qui ha girato, esattamente nell’Altopiano del Retord, luogo della sua infanzia, una parte della pellicola, ma moltissime sequenze sono state riprese invece, per sei mesi, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, scelto come location dopo aver esaminato e scartato ambienti naturali norvegesi, sloveni, ungheresi e rumeni. «Il Parco d’Abruzzo », dice il regista, «è un luogo stupefacente, una delle più antiche zone protette d’Europa, nella quale si trovano ancora lupi, orsi e tutta la grande fauna europea».
Quali sono, esattamente, gli angoli del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise che compaiono nel film? «Luc Jacquet ha girato principalmente in due località abruzzesi, la Difesa di Pescasseroli e i Prati d’Angro nel territorio del Comune di Villavallelonga», risponde Daniela D’Amico coordinatrice del Servizio Promozione del Parco che ha assistito e aiutato la squadra del regista francese, «la Difesa si chiama così perché anticamente, nella zona, venivano portate a pascolare le pecore e gli alberi, tagliati bassi, permettevano ai pastori di avvistare eventuali pericoli e “difendere” così le greggi. I componenti della troupe hanno dimostrato tutti un grande rispetto per la Natura del Parco», racconta ancora, «hanno seguito le nostre regole e ascoltato le nostre raccomandazioni.
Cosa che per altri film girati qui, spesso, non è avvenuta». Tutto il gruppo di Jacquet si è adeguato ai tempi della Natura: nessuno è andato alla ricerca degli animali. Li hanno aspettati rimanendo notti e notti, al freddo, con le cineprese pronte. Che carattere hanno le volpi, e in particolare, quelle del Parco Nazionale degli Abruzzi? Sono socievoli? [[ge:rep-locali:repubblica:117035772]]«Le volpi qui, si avvicinano spesso alle persone. Hanno un carattere un po’ opportunista: quando capiscono che possono ottenere cibo, si fanno anche fotografare», risponde Daniela D’Amico, «vedo però spesso turisti che danno loro dei crackers con la maionese o salamini interi senza preoccuparsi di togliere piombino e spago. Questo non va fatto assolutamente». Dove, le volpi si avvicinano più spesso alle persone? «Un luogo dove vengono a mangiare pezzi di pane lasciati o dati dai turisti è la Valle Iannanghera, non lontano da Barrea. Tutti lì si fermano con la buona stagione ad una sorgente per bere e fare picnic», spiega Daniela D’Amico, che ricorda che alcune volpi arrivano anche vicino alle case in cerca di cibo. Alcune si fanno avvicinare, anche se mai accarezzare. «Ma attenzione», insistono tutti al Parco, «dare cibo alle volpi e a tutti gli animali, è profondamente diseducativo. D’inverno, quando non ci sono i turisti, cosa mangiano gli animali se li si disabitua a trovare il cibo da soli?».
Ma è vera la furbizia dell’animale che evita sempre i pericoli? O è solo una leggenda nata dalle favole? Qui nel Parco tutti concordano sulla bellezza e l’intelligenza di questo animale. Intelligenza arricchita di astuzia. «Una cosa è certa del carattere singolare della volpe: il suo bisogno di solitudine», spiega il guardiaparco Ezechia Trella che ha seguito da vicino la troupe di Jacquet durante la lavorazione del film. Furbizia dote dei solitari? «È un discorso complesso quello della furbizia nel mondo animale», continua Trella, «anche il lupo, che vive in branco, è furbissimo. Basta pensare che quando i lupi trovano un animale morto aspettano che altri animali ne assaggino la carne per vedere se è buona. I lupi vivono in gruppo perché hanno una concezione sociale diversa dalle volpi e forse anche perché si alimentano con prede grandi, prendibili solo in gruppo. Anche le volpi a volte formano piccolissimi gruppi. Gli animali si isolano solo quando arrivano alla vecchiaia. Vanno a morire da soli, lontano da tutti. Come raccontano le leggende degli Indiani d’America: gli anziani delle tribù, quando sentivano arrivare la loro ora, si allontanavano verso le montagne per essere pù vicini alla Natura».