L'artista fissava nei suoi quadri attimi di vita quotidiana, momenti di una giornata semplice di una città che, più che ad una capitale, somigliava ad un grande paese. Quel lampione sarebbe stata parte del suo acquerello Barca sul Tevere dopo Ponte Milvio. Ettore Roesler Franz era attratto dalle scene di vita comune, amava ritrarre le persone in gesti umili (l'uomo che trainava il carretto, la donna con un bambino in braccio, gli ambulanti con le loro mercanzie, i monelli che giocavano o litigavano per strada, i frati, gli artigiani), le feste, i giardinetti, i balconi fioriti, i pergolati lungo il fiume. Annotava su un blocco di carta i colori, le ombre, le persone, e una volta in studio, riesaminava il tutto e ricreava con i modelli le posizioni dei popolani; spesso utilizzava la macchina fotografica per catturare luci, riflessi dell'acqua, movimenti della gente (fu uno dei primi pittori a servirsi di questo nuovo mezzo, il kinegrafo). "Usava la pittura non per celebrare ma per raccontare", dice Pier Luigi Franz, pronipote del pittore, " il mio antenato era soprattutto un artista cosmopolita e di mentalità europea, che vedeva lontano e voleva dare testimonianza del proprio tempo, e soprattutto un esploratore della città che scompariva o rinasceva".
Le opere di Roesler Franz, sono dei veri e propri documenti di toponomastica. Ammirandole, si ha, spesso, la sensazione di entrare in quella Roma, di respirarne l'umidità dei muri consumati dal tempo, di percepire gli odori dei mercati rionali e della pioggia sul selciato. Se non ci fossero stati i suoi acquerelli, oggi non avremmo più memoria di molti angoli di Roma che venivano abbattuti a colpi di piccone, alla fine dell'800, per far posto alla capitale umbertina. E alla "Roma sparita" sarebbe rimasta legata la fama del pittore. Oggi, a cento anni dalla morte di Franz, torniamo sui luoghi dei suoi acquarelli per immaginare quello che c'era e riconoscere ciò che è rimasto uguale. Ad iniziare dalle sponde del Tevere, un fiume che fu così generoso nell'offerta di soggetti tra l'Isola Tiberina, il Porto di Ripetta e i suoi ponti. Erano stati proprio i lavori di sistemazione del Tevere (il fiume rompeva gli argini e allagava le zone basse della città) che avevano spinto EttoreFranz, a volere conservare, con il suo pennello, quasi fosse un cronista, quanto più si poteva degli aspetti della città che cambiava.
Un tempo c'erano le sponde fitte di case vecchie che si specchiavano nell'acqua, i giardini ricchi di alberi di agrumi. Scorci di poesia a pelo d'acqua, ormai perduti, che si possono ritrovare in vari acquarelli. Di visibile rimangono i muraglioni di contenimento (costruiti a fine '800) che hanno posto fine alle inondazioni ma ne hanno mutato anche l'aspetto magico e hanno portato alla distruzione del Porto di Ripa Grande (era il più importante porto di Roma e per questo detto Grande). È scomparso anche il Porto di Ripetta, che sorgeva accanto al luogo dove attualmente c'è l'Ara Pacis. E poi un susseguirsi di ponti come Ponte Sisto (fatto edificare per l'Anno santo 1475 da Papa Sisto IV, si dice con i soldi delle tasse imposte alle prostitute), chiamato anche "ponte con l'occhio", per il grande foro centrale.
Ponte dopo ponte (come ponte Garibaldi, dedicato all'eroe dei due mondi in ricordo della Repubblica Romana del 1849) si arriva all'Isola Tiberina, unita alla terraferma da ponte Fabricio e ponte Cestio. L'unica isola del Tevere che, secondo la tradizione, si sarebbe formata dopo la caduta di Tarquinio il Superbo: il popolo romano ne gettò il corpo nel Tevere e su di esso si accumularono sabbia e detriti, dando origine all'isola. Quel che è certo è che l'area divenne centro dedicato alla medicina, al Dio Esculapio, e lo è tuttora con l'Ospedale del Fatebenefratelli. Sulla riva destra del fiume c'è Trastevere: vicoli, piazzette, torri medievali, chiese. Ma anche trattorie, botteghe di artigiani, librerie. Sulla riva sinistra, la Sinagoga, il più grande tempio ebraico di Roma, ingresso al Ghetto, che subì profonde modifiche (sono scomparse via della Scuola Catalana, vicolo Capocciuto, vicolo del Pancotto, via della Stufa, piazza delle Azimelle). Roesler Franz è stato uno dei pochi artisti ad aver immortalato questa parte della capitale. La piazza delle Azimelle nel Ghetto, Avanzi Medievali in ghetto, La Via Rua (la strada principale nel vecchio Ghetto dove un tempo erano rigattieri e venditori di abiti usati), sono solo alcune delle opere dedicate a questa zona, quartiere da scoprire passo per passo, tra vicoli, palazzi nobili, piazzette e locali caratteristici dove assaggiare la pizza ebraica con frutta candita, mandorle, pinoli e uvetta o "gli ossi", tozzetti di pane croccante preparati con la pasta della pizza. Poco distante, nella piazza Mattei, è la fontana Delle Tartarughe (1581-1588), creazione di Giacomo della Porta che fonde acqua, architettura e scultura, ben inserita in un angolo di Roma rimasto intatto. Prende il nome dalle quattro tartarughe sul bordo della vasca superiore, aggiunte nel 1658 e attribuite a Bernini.
Non è cambiato il Portico D'Ottavia, il più antico quadriportico della Roma classica (costruito da Augusto tra il 27 ed il 23 a.C. e dedicato alla sorella Ottavia), immortalato in molti acquarelli da Roesler Franz, tra questi i Venditori di pesce al Portico d'Ottavia. Qui il pesce era venduto all'ingrosso (cottìo) attraverso un'asta. La Torre della Scimmia è un altro dei palazzi immutati (siamo ora vicini a via della Scrofa, non lontano da piazza Navona, in via dei Portoghesi). Sta lì semplice e bella, con quel terrazzo sottostante, come ai tempi del pittore. Il suo nome è Palazzo Scapucci, ma una leggenda popolare gli ha attribuito il nome "della Scimmia". Il palazzo era abitato da un nobile, che aveva un solo figlio e una scimmia; un giorno la scimmia prese il bambino tra le braccia, ghignando e urlando. Il padre era disperato, ma aveva paura di inseguire la scimmia, per timore che potesse lasciar cadere il bambino dalla torre. Fece un voto alla Madonna: se il bambino gli fosse stato restituito sano e salvo avrebbe costruito un tabernacolo in cima alla torre. La scimmia scese giù e depose il bambino per terra; il padre tenne fede al voto e costruì il tabernacolo.
Sono passati secoli ma sulla torre c'è sempre il tabernacolo, nel posto stesso in cui s'era fermata la scimmia, e là brucia la lampada, segno della devozione popolare. Seguendo il Tevere, attraverso strade caratteristiche come via dei Giubbonari (tessitori di corpetti) e, in linea con quest'antica tradizione, ancora punteggiata da negozi di abbigliamento, si arriva a piazza Farnese e poi a Campo de' Fiori (un tempo lontano era un campo fiorito, da qui il nome), fino a giungere a via dei Cappellari che ha mantenuto la stessa visione d'insieme dell'epoca di Franz (l'acquerello è del 1890), anche se con qualche panno steso in meno.
Irriconoscibile, invece, la zona di San Pietro: gli interventi successivi ai tempi di Franz portarono agli "sventramenti" di zone come la Spina di Borgo di fronte alla basilica di San Pietro, per fare spazio a via della Conciliazione. Come tralasciare Castel Sant'Angelo che fino alla costruzione del Lungotevere si affacciava sul fiume? Bella la visione di Franz con Castel Sant'Angelo sullo sfondo e una barchetta in primo piano. Il viaggio nei luoghi di Franz si chiude in via Margutta, legata storicamente all'arte, promenade dal carattere un tempo molto bohémien, con negozi d'antiquariato e studi d'artisti, gallerie, molte delle quali espongono ancora con orgoglio riproduzioni della "Roma Sparita". Siamo nei pressi di Piazza di Spagna e della scalinata di Trinità dei Monti, insieme alla Barcaccia (fontana a forma di barca), luoghi emblematici del modo di vivere romano: allegro e fra la gente. Era la filosofia di Ettore Roesler Franz, lo si scopre leggendo una frase in francese sul retro di un acquarello che rappresenta gli Avanzi dell'acquedotto di Claudio presso la Mola di San Gregorio : "Per riuscire nella vita occorre saper pazientare, prendersi i fastidi, disfare e rifare, ricominciare e continuare senza che il moto della collera o lo slancio della immaginazione vengano ad arrestare o a sviare lo sforzo quotidiano".