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Alla ricerca dell'unicorno

Nella valle del Brahmaputra, un habitat straordinario per la natura. Qui vivono due terzi di tutti i rinoceronti. I Viaggi

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IL MAHOUT, l’uomo che vive tutta la sua vita con gli elefanti e li comanda con il sapiente tocco del piede sinistro, alza la mano in alto per fermare una carovana di undici pachidermi. L’uomo indica davanti a sé un punto preciso e si volta sorridendo. C’è qualcosa di misterioso, di sconosciuto e insieme di possente che si muove come un fantasma nel folto dell’elephant grass, l’erba altissima che ricopre e nasconde la grande palude. Si sente un fruscio quasi violento insieme a un suono sordo di passi che sprofondano, risucchiati nel fango. Il mahout ferma l’elefante e tra i visitatori cala il silenzio. Ora tutti sanno che da un momento all’altro farà la sua apparizione un animale mitico, uno dei pochi sopravvissuti alla preistoria: l’unicorno delle leggende. Improvvisamente il rinoceronte indiano, una delle cinque specie rimaste al mondo, appare nella radura.

E’ una femmina adulta di 2 tonnellate di peso. E’ alta quasi due metri e accanto a sé ha un piccolo di poche settimane, partorito dopo 15 mesi di gestazione e che vivrà insieme a lei per due anni. Un airone guardiabuoi si alza in volo. Era posato sulle spalle del grande unicorno e lancia l’allarme. D’un tratto la palude si anima. Al galoppo si allontana un branco di cervi barasinga che nessuno aveva visto. Poi si levano le gru, le cicogne, i pellicani. Siamo a Kaziranga, nella valle del Brahmaputra, uno dei fiumi più grandi dell’Asia, acqua di purezza, adorata da millenni. Il figlio di Brama, questo il nome in sanscrito del fiume, nasce in Tibet e dopo aver allagato le pianure alluvionali dell’Arunachal Pradesh, raggiunge l’Assam, lo stato dell’India del nordest, famoso per gli occhi delle sue donne, per i colori sgargianti dei loro sahari, per le mirabili piantagioni di the nero. E l’Assam conserva un luogo unico nel pianeta Terra proprio lungo le sponde del Brahmaputra. E’ un mondo d’acqua considerato uno degli habitat più straordinari per la wilderness, la vita selvaggia della natura. Qui vivono infatti i due terzi di tutti i rinoceronti dell’Asia.

E’ un angolo di Eden selvaggio dove le tigri della Malesia, ridotte a rischio di estinzione, cacciano bufali e cervi. Erano pochissime nel parco fino agli anni Ottanta. Poi pian piano sono aumentate di numero. Il parco nazionale di Kaziranga, quasi 500 kilometri quadrati, è un’area protetta dal 1905, da quando Mary Victoria Leiter, la moglie del vicerè dell’India, Lord Curzon, in visita a Guwahati, raggiunse le sponde del fiumee vide i rinoceronti indiani, del tutto to diversi da quelli africani perché ornati di un solo corno. Furono le preghiere di Mary Victoria a indurre il Vicerè a proclamare “santuario della natura” quella parte del fiume sacro agli Hindu. Il parco, decennio dopo decennio, fu allargato e protetto dai poachers, dai bracconieri che allora infestavano la zona e sparavano a tutto: dai cervi alle tigri, dai bufali ai rinoceronti. L’India indipendente allargò ancora di più l’area protetta e ne fece un parco nazionale alla fine degli anni Sessanta. E così fino al 1985 quando l’Unesco fece la sua dichiarazione a difesa e lo inserì nel novero dei siti eccezionali, quelli considerati patrimonio dell’umanità. Oggi il parco nazionale di Kaziranga è il luogo più famoso dell’India per i naturalisti di tutto il mondo. Ogni giorno nella stagione secca, che va da ottobre a febbraio-marzo, decine e decine di persone arrivano all’alba al centro di raccolta del parco dove li aspettano i mahout e gli elefanti. Si sale in groppa ai pachidermi in due, massimo tre persone alla volta.

Con il lento passo di questi tranquilli giganti si procede verso la palude, nei meandri segreti del parco, alla ricerca dei rinoceronti. Si perde la cognizione del tempo. Il sole sorge come una palla di fuoco rosso. L’umidità è fortissima: la nebbia sale dal fiume creando scenari di fiaba. Poi i primi branchi di cervi, i voli dei grandi trampolieri, le fughe dei cinghiali, le apparizioni dei grandi bufali d’acqua. E finalmente l’incontro atteso con il Rhinoceros unicornis, specie che l’UICN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, ha inserito nella lista rossa delle specie in via di estinzione. Basti pensare che alla fine dell’Ottocento, a causa della folle idea che il corno fosse curativo e afrodisiaco, i rinoceronti indiani erano stati quasi sterminati. Ne restavano 450. Oggi gli ultimi censimenti parlano di 2500 esemplari tra il nordest dell’India e il Nepal e nonostante ci siano ancora sacche di bracconieri che uccidono gli unicorni per poche centinaia di dollari, la specie potrebbe essere salvata. In Assam e soprattutto intorno al parco di Kaziranga le popolazioni locali hanno capito perfettamente che un rinoceronte vivo vale una fortuna perché porta ogni giorno turisti che si fermano nella regione, dormono negli alberghi e nei lodges, e sono disposti a fare viaggi lunghissimi da ogni continente pur di vedere questi bestioni innocui, ma vivi e vegeti nei loro ambienti naturali. E’ la nuova strategia della conservazione della natura che si è fatta largo negli ultimi venti anni grazie al Wwf internazionale: nessun progetto per salvare animali anche rarissimi, anche quelli che rischiano l’estinzione, può prescindere dalle migliorate condizioni di vita della popolazioni locali.

[[ge:rep-locali:repubblica:117035861]]Devono essere infatti loro a difendere questi patrimoni universali e per questo deve essere dato loro il know-how per imparare a gestire i parchi, a far funzionare alberghi e ritrovi per i turisti. Kaziranga resta un punto di riferimento per gli amanti della natura. Chi ha visitato il parco non lo dimentica. Chi deve ancora andarci chiede notizie, informazioni, aneddoti. Il più sorprendente, anche pauroso e quasi sconvolgente si riferisce al maggio del 2004 quando una gigantesca tigre si fece vedere allo scoperto, in pieno giorno, tra le erbe alte della palude e, di colpo, si lanciò addosso al primo elefante della fila dei visitatori.

Nessun luogo in India ha conosciuto un assalto di tigre che non è leggenda metropolitana, ma storia vera e documentata. Neppure il vicino Arunachal Pradesh, lo stato dell’India che come un dito si infila tra la Cina e il Myanmar. Come per i rinoceronti di Kaziranga, relitti della preistoria zoologica, l’Arunachal Pradesh è un angolo della Terra dove resistono i popoli tribali più lontani dalla tecnologia e dalla globalizzazione che si conoscano. 26 popoli che parlano altrettante lingue diverse. Etnie che, a distanza di pochi chilometri, non si capiscono tra loro, che un tempo neppure tanto lontano si combattevano con estrema durezza, anche solo per la conquista di una sposa regale. Fino al punto che ai nemici vinti veniva tagliata la testa di netto. Per arrivarci bisogna risalire strade bianche impossibili. Dall’Assam si raggiunge Khonsa e poi ci si perde alla ricerca di villaggi arroccati sulle colline. I gruppi tribali hanno costumi fascinosi. Qui i vecchi portano ancora i tatuaggi blu a incorniciare il viso. Disegni che ricordano le loro imprese di tagliatori di teste. Come lo ricordano le collane con piccole teste stilizzate fuse in bronzo e messe in fila, ciascuna a testimonianza di un nemico ucciso. Ornamenti di un passato che oggi si vendono nei giorni di festa per migliaia di rupie e pochissimi euro. I villaggi hanno nomi ancestrali: Wakka, Tisa, Chasa, Nissa, Nginu. Alcuni di questi sono bellissimi dal punto di vista scenografico, ognuno con la casa del re, ornata di teschi di bufali d’acqua. Molti ma non tutti sono raggiungibili in jeep tra saliscendi che entrano in foreste di bambù ed escono tra dirupi bruciati e scarnificati per coltivare papaia e mais. Ma anche papaveri, quelli da oppio per fumare, per un contrabbando di polvere bianca che scavalca confini e si perde nel mondo. Ora i tribali si riuniscono per straordinarie feste di musica, danza e tradizione. Non si fanno più guerra. I vecchi raccontano, ma non hanno cognizione del nostro tempo, che hanno smesso di tagliare le teste negli anni Sessanta, forse fino al 1971 ma non ne sono sicuri. Anche perché non sanno neppure dire la loro età.