CHISSÀ PERCHÉ le locomotive a vapore suscitano
un fascino così evocativo… Per me è facile, trovare
spiegazioni: a parte l’infanzia, quando le ultime
“caffettiere” smistavano carri merci dove andavamo
a posare monete da dieci lire sui binari, ci sono
gli innumerevoli film western – Quel treno per
Yuma… - e soprattutto il mito di Pancho Villa, che spostava i cinquantamila
uomini della poderosa División del Norte – e anche
le donne in armi, le soldaderas – su convogli ferroviari trainati da
máquinas entrate nella leggenda con il numero di matricola – la
303, per esempio, in testa al treno di Villa, irta di bandiere e grappoli
di fucilieri – e la piattaforma con sopra il mastodontico El Niño,
il cannone a lunga gittata dei rivoluzionari celebrato da John
Reed nel suo memorabile Insurgent Mexico, e persino l’invenzione
del “treno di Troia”, quando con un geniale stratagemma Pancho
Villa catturò un convoglio ai federali e costringendo in ogni
stazione i telegrafisti militari a trasmettere continui messaggi con
parole d’ordine in codice, entrò in una nube di vapore nella piazzaforte
di Ciudad Juárez, espugnandola.
Fu un'impresa che sarebbe piaciuta all’anonimo ferroviere anarchico della canzone di Guccini, che negli anni settanta cantavamo in coro nelle manifestazioni come nelle osterie, unendo l’amore per i ribelli votati alla sconfitta all’affetto per le vaporiere vendicatrici (che almeno in Messico contribuirono senza dubbio alla cacciata dei tiranni). È anche per tutto questo, che salendo su un vetusto convoglio trainato da una macchina a carbone lungo la Brescia-Edolo, mi lascio andare alla dolce nostalgia di un tempo che, essendo lontano, si ammanta di potere evocativo, scacciando l’idea razionale che vorrebbe ricordarmi quanto fosse grama, la vita quotidiana di chi allora sgobbava dall’alba al tramonto, e pure la notte, nelle vicine acciaierie dove il lavoro è duro tutt’oggi. Il salto indietro di almeno un secolo è perfetto: i ferrovieri indossano le uniformi dell’epoca, e quando Paolo Righi li raduna per la foto ricordo, la stampasse virato seppia, potrebbe spacciarla benissimo per “quelli della locomotiva di Guccini”: persino le facce di alcuni, opportunamente annerite dal fumo, sembrano riemerse dal passato. Erano ferrovieri vestiti così e con queste facce qui, che portavano gli alpini con le tradotte cariche di muli e mortai sui campi di addestramento in quota a Edolo. Adesso, il treno “normale” trasporta soprattutto studenti, che scendono a Breno, a Iseo, a Brescia, mentre gli operai “salgono”, in una sorta di tragitto innaturale, perché da queste parti l’industria metallurgica è salita in montagna – al contrario di altrove, con i montanari scesi a valle per lavorare nelle fabbiche – e da diverse generazioni tante esistenze sono scandite dai ritmi delle acciaierie Riva, delle Tassara, e un tempo c’era pure la famigerata Union Carbide, che anneriva boschi, pascoli e terre coltivate, con quella maledetta grafite… Eppure, è difficile pensare ai danni provocati dalle fonderie ai piedi delle bellissime Alpi Orobie, e più a nord Retiche, e dell'Adamello, montagne custodi della Val Camonica, quando il viaggio inizia tra i vigneti della Franciacorta, dolci colline verdeggianti di filari, dove nel 1961 Berlucchi stappò la primabottiglia di spumante iniziando a contendere il mercato ai rivali francesi. Che per giunta potrebbero aver dato il nome alla regione vinicola: narra la leggenda che Carlo Magno, conquistata Brescia ai longobardi nel 774, diede ordine alle sue schiere di accamparsi a Rodengo Saiano; di lì a poco si tennero le celebrazioni di San Dionigi, che il Magno monarca analfabeta aveva giurato di festeggiare a Parigi, così, un po’ per consolarsi ma anche perché il paesaggio gli sembrava familiare, decretò che quella zona era "una piccola Francia".
Poi gli studiosi di etimologia, che si intestardiscono a smontare le leggende, hanno trovato altre spiegazioni, non del tutto concordi: il nome deriverebbe da francae curtes, le piccole comunità di monaci benedettini che nel medioevo erano esentate dalle tasse, in cambio della bonifica e della coltivazione delle terre, oppure da Franca Contea (più o meno il motivo è lo stesso), impostole dalle milizie francesi nel XVIII secolo (che probabilmente neppure ricordavano l’esistenza di un certo Carlo Magno, anche allora la vil soldataglia non studiava la storia), sempre perché esente da tasse… e le tasse, da tempi immemorabili, pare siano motivo di innumerevoli moti insurrezionali camuffati da patriottismo o indipendentismo. L’unica certezza è che il toponimo Franciacorta compare per la prima volta negli annali del comune di Brescia del 1277 - e questo è un duro colpo per le enciclopedie che citano il XVIII secolo – per la regione compresa tra i fiumi Oglio e Mella a sud del lago d’Iseo. Comunque la chiamassero prima, questa zona è rinomata per i vigneti fin dai tempi di Plinio il Vecchio e di Virgilio, mentre ciò che oggi chiamiamo spumante compare già nel Libellus de Vino Mordaci scritto nel 1570 dal medico bresciano Gerolamo Conforti, la più antica testimonianza sulla produzione di un “vino con le bollicine”, cioè "mordacissimo".
E a questo punto la Francia dovrebbe abdicare in favore della Franciacorta, perché dunque non fu il monaco dom Pérignon il primo ad annunciare al mondo la realizzazione del "bianco spumeggiante", visto che il suo antesignano dello champagne venne prodotto a partire dal 1688 nell’abbazia di Hautvilliers. E probabilmente si trattò di un caso di serendipity, di “scoperta” casuale e non voluta, perché il monaco dom Pérignon fece di tutto per eliminarle, quelle sgradite “bollicine”… Oltre un secolo prima, da queste parti si stappava già col botto e si brindava spumeggiando, senza lagnarsi dell’effervescenza del vino. Il miglior modo per visitare le aziende – e degustarne i vini – è sempre la bicicletta, grazie al servizio ferroviario che comprende appositi vagoni e le piste ciclabili che sfiorano castelli medievali, borghi e monasteri, ville storiche e casali padronali. Alla stazione di Provaglio – diventata un’osteria dove bere e mangiare, gestita dall’associazione Andata e Ritorno - si può fare una sosta anche per visitare il monastero di San Pietro in Lamosa, e qui iniziano le Torbiere del Sebino, oggi riserva naturale.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035897]]Quindi, arriviamo a Iseo, con il lago che vanta la più grande isola lacustre d’Europa, Montisola, dove a parte i veicoli per i servizi d’obbligo, l’unico abitante a poter usare l’auto è il medico condotto: tutti gli altri a piedi o in bici (il cavallo, ormai, ha costi di mantenimento elevati…).
Tre stazioni dopo Iseo c’è Marone Zone, da cui partono le escursioni per ammirare un singolare capriccio della natura, le formazioni rocciose moreniche dette “piramidi” per le forme verticaleggianti. Di là dai monti che si stagliano a est, c’è la Val Trompia, da secoli fucina d’armi da sparo, fin dai tempi in cui le prime colubrine infransero l’epoca cavalleresca dei capitani di ventura, condannando all’estinzione le cariche a cavallo e a morte certa chi si illudeva di fermare il piombo con le corazze di ferro: anche il leggendario condottiero Giovanni dalle Bande Nere fece questa fine, raggiunto da una palla sparata dai Lanzichenecchi; da allora in poi, ardimento e coraggio non furono più elementi risolutori di una battaglia. Poi, superando gallerie scavate nella roccia viva, come quella del Trentapassi, o il singolare tunnel che a Vello passa sotto la chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo, e tratti di ferrovia a strapiombo sull’acqua, entriamo nella Val Camonica, alternando la riva destra e quella sinistra del fiume Oglio.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035898]]L’antica popolazione dei camuni si perde nella preistoria, subendo le occupazioni dei romani e successivamente dei longobardi e dei franchi, fino agli austriaci, quando ormai le loro vestigia appartenevano al passato remoto, età del ferro e del rame. Ma hanno lasciato una traccia unica nel vecchio continente, divenuta famosa in tutto il mondo: un’enorme distesa di incisioni rupestri, con scene di caccia, di agricoltura, di duelli e contese, tradizioni tramandate come i riti della fertilità o quelli magici, e si calcola che siano almeno trecentocinquantamila, disseminate soprattutto nel Parco di Naquane – raggiungibile a piedi dalla stazione di Capo di Ponte – e in vari altri parchi circostanti, dal 1979 tutelate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Forse il parco di Bedolina-Seradina, sebbene meno esteso, lascia il ricordo più incisivo: togliendosi le scarpe, si può camminare sulle lastre di roccia levigata dai ghiacciai del Neolitico, fino a sfiorare le incisioni, ammirandone ogni scalfittura, ogni singolo colpo di selce o di ferro che millenni addietro ha creato queste singolari opere dell’ingegno umano. [[ge:rep-locali:repubblica:117035899]]Inoltre, qui si può visitare la suggestiva pieve romanica di S. Siro. Oltrepassiamo Boario e le sue terme, Breno con il museo camuno che mostra orgoglioso i reperti della valle, e costeggiando il parco naturale dell’Adamello raggiungiamo Edolo, dove Paolo Righi molla la macchina fotografica per aiutare una suora con grossa valigia a scendere dal treno: del resto, lui ha il physique du rôle sufficiente a sollevare e doporre suora e valigia assieme… La sorella lo ringrazia con la commozione stupita di chi, fino a un attimo prima, forse lo paragonava più a un robusto corsaro saraceno che a un gentiluomo d’altri tempi.
Poi, un gruppo di amiche salutano la nostra compagna di viaggio ai piedi del monumento agli alpini, dove transita una mamma araba con il figlioletto nel passeggino. Rimango a guardare per un po’ l’alpino di bronzo che si staglia sulla cima del monumento; strana posizione, la sua: sorregge un macigno sulla testa nell’atto di scagliarlo, come se avesse finito le munizioni e non gli restasse altro che prendere a pietrate gli austriaci… Solo che, adesso, se dovesse effettuare il suo disperato lancio, spiaccicherebbe alcuni polacchi poco distanti; vendono telescopi postcomunisti, tecnologia da guerra fredda garantita: possono scrutare in cielo i satelliti degli odierni vincitori tra la miriade di carabattole sparate lassù un po’ da tutti – cinesi compresi - e che, prima o poi, ricascano da qualche parte… Nell’aria frizzante che spira dai ghiacciai dell’Adamello, si diffondono imperiose le note della Tosca: scambio uno sguardo interrogativo con Paolo, che dice: “Non è una Tosca qualsiasi… Questa è la Callas!”. Proviene dalla biglietteria, ci avviciniamo incuriositi. Il baffuto bigliettaio – anche senza locomotiva a vapore, potrebbe fare il figurante in un film su Pancho Villa – diletta i viandanti diffondendo musica lirica, e conferma che Paolo ci ha azzeccato, aggiungendo: “Ma se volete abbasso il volume”. Per carità, ci mancherebbe altro: la Callas, nevi eterne in lontananza, viuzze lastricate e campanile di granito, davvero non ci manca niente… neppure tre galline in un giardino e qualche mucca paciosa. Tranne una, l’unica con le corna lunghe, che vedendosi fotografata trotterella incontro a noi: ma si è mai vista una mucca minacciosa? No, infatti.
Comunque, è ora di tornare, e la salutiamo con pacche sul testone, allontanando la perfida idea di quanto siano buone le bistecche da queste parti. All’andata abbiamo visto un lenzuolo appeso a un ponte sulla ferrovia: la scritta supplicava “Emi perdonami”. Sulla via del ritorno, allo stesso ponte, c’è un altro lenzuolo che stavolta implora accorato: "Emi dammi un’altra possibilità". Eh dài, Emi, una seconda possibilità non si nega a nessuno, altrimenti, quello là potrebbe mettersi a incidere i prossimi appelli sulle rupi, e magari, tra qualche millennio, gli studiosi si romperanno il capo a stabilire il senso dei messaggi dei camuni vissuti nel XXI secolo dopo Cristo
Fu un'impresa che sarebbe piaciuta all’anonimo ferroviere anarchico della canzone di Guccini, che negli anni settanta cantavamo in coro nelle manifestazioni come nelle osterie, unendo l’amore per i ribelli votati alla sconfitta all’affetto per le vaporiere vendicatrici (che almeno in Messico contribuirono senza dubbio alla cacciata dei tiranni). È anche per tutto questo, che salendo su un vetusto convoglio trainato da una macchina a carbone lungo la Brescia-Edolo, mi lascio andare alla dolce nostalgia di un tempo che, essendo lontano, si ammanta di potere evocativo, scacciando l’idea razionale che vorrebbe ricordarmi quanto fosse grama, la vita quotidiana di chi allora sgobbava dall’alba al tramonto, e pure la notte, nelle vicine acciaierie dove il lavoro è duro tutt’oggi. Il salto indietro di almeno un secolo è perfetto: i ferrovieri indossano le uniformi dell’epoca, e quando Paolo Righi li raduna per la foto ricordo, la stampasse virato seppia, potrebbe spacciarla benissimo per “quelli della locomotiva di Guccini”: persino le facce di alcuni, opportunamente annerite dal fumo, sembrano riemerse dal passato. Erano ferrovieri vestiti così e con queste facce qui, che portavano gli alpini con le tradotte cariche di muli e mortai sui campi di addestramento in quota a Edolo. Adesso, il treno “normale” trasporta soprattutto studenti, che scendono a Breno, a Iseo, a Brescia, mentre gli operai “salgono”, in una sorta di tragitto innaturale, perché da queste parti l’industria metallurgica è salita in montagna – al contrario di altrove, con i montanari scesi a valle per lavorare nelle fabbiche – e da diverse generazioni tante esistenze sono scandite dai ritmi delle acciaierie Riva, delle Tassara, e un tempo c’era pure la famigerata Union Carbide, che anneriva boschi, pascoli e terre coltivate, con quella maledetta grafite… Eppure, è difficile pensare ai danni provocati dalle fonderie ai piedi delle bellissime Alpi Orobie, e più a nord Retiche, e dell'Adamello, montagne custodi della Val Camonica, quando il viaggio inizia tra i vigneti della Franciacorta, dolci colline verdeggianti di filari, dove nel 1961 Berlucchi stappò la primabottiglia di spumante iniziando a contendere il mercato ai rivali francesi. Che per giunta potrebbero aver dato il nome alla regione vinicola: narra la leggenda che Carlo Magno, conquistata Brescia ai longobardi nel 774, diede ordine alle sue schiere di accamparsi a Rodengo Saiano; di lì a poco si tennero le celebrazioni di San Dionigi, che il Magno monarca analfabeta aveva giurato di festeggiare a Parigi, così, un po’ per consolarsi ma anche perché il paesaggio gli sembrava familiare, decretò che quella zona era "una piccola Francia".
Poi gli studiosi di etimologia, che si intestardiscono a smontare le leggende, hanno trovato altre spiegazioni, non del tutto concordi: il nome deriverebbe da francae curtes, le piccole comunità di monaci benedettini che nel medioevo erano esentate dalle tasse, in cambio della bonifica e della coltivazione delle terre, oppure da Franca Contea (più o meno il motivo è lo stesso), impostole dalle milizie francesi nel XVIII secolo (che probabilmente neppure ricordavano l’esistenza di un certo Carlo Magno, anche allora la vil soldataglia non studiava la storia), sempre perché esente da tasse… e le tasse, da tempi immemorabili, pare siano motivo di innumerevoli moti insurrezionali camuffati da patriottismo o indipendentismo. L’unica certezza è che il toponimo Franciacorta compare per la prima volta negli annali del comune di Brescia del 1277 - e questo è un duro colpo per le enciclopedie che citano il XVIII secolo – per la regione compresa tra i fiumi Oglio e Mella a sud del lago d’Iseo. Comunque la chiamassero prima, questa zona è rinomata per i vigneti fin dai tempi di Plinio il Vecchio e di Virgilio, mentre ciò che oggi chiamiamo spumante compare già nel Libellus de Vino Mordaci scritto nel 1570 dal medico bresciano Gerolamo Conforti, la più antica testimonianza sulla produzione di un “vino con le bollicine”, cioè "mordacissimo".
E a questo punto la Francia dovrebbe abdicare in favore della Franciacorta, perché dunque non fu il monaco dom Pérignon il primo ad annunciare al mondo la realizzazione del "bianco spumeggiante", visto che il suo antesignano dello champagne venne prodotto a partire dal 1688 nell’abbazia di Hautvilliers. E probabilmente si trattò di un caso di serendipity, di “scoperta” casuale e non voluta, perché il monaco dom Pérignon fece di tutto per eliminarle, quelle sgradite “bollicine”… Oltre un secolo prima, da queste parti si stappava già col botto e si brindava spumeggiando, senza lagnarsi dell’effervescenza del vino. Il miglior modo per visitare le aziende – e degustarne i vini – è sempre la bicicletta, grazie al servizio ferroviario che comprende appositi vagoni e le piste ciclabili che sfiorano castelli medievali, borghi e monasteri, ville storiche e casali padronali. Alla stazione di Provaglio – diventata un’osteria dove bere e mangiare, gestita dall’associazione Andata e Ritorno - si può fare una sosta anche per visitare il monastero di San Pietro in Lamosa, e qui iniziano le Torbiere del Sebino, oggi riserva naturale.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035897]]Quindi, arriviamo a Iseo, con il lago che vanta la più grande isola lacustre d’Europa, Montisola, dove a parte i veicoli per i servizi d’obbligo, l’unico abitante a poter usare l’auto è il medico condotto: tutti gli altri a piedi o in bici (il cavallo, ormai, ha costi di mantenimento elevati…).
Tre stazioni dopo Iseo c’è Marone Zone, da cui partono le escursioni per ammirare un singolare capriccio della natura, le formazioni rocciose moreniche dette “piramidi” per le forme verticaleggianti. Di là dai monti che si stagliano a est, c’è la Val Trompia, da secoli fucina d’armi da sparo, fin dai tempi in cui le prime colubrine infransero l’epoca cavalleresca dei capitani di ventura, condannando all’estinzione le cariche a cavallo e a morte certa chi si illudeva di fermare il piombo con le corazze di ferro: anche il leggendario condottiero Giovanni dalle Bande Nere fece questa fine, raggiunto da una palla sparata dai Lanzichenecchi; da allora in poi, ardimento e coraggio non furono più elementi risolutori di una battaglia. Poi, superando gallerie scavate nella roccia viva, come quella del Trentapassi, o il singolare tunnel che a Vello passa sotto la chiesa parrocchiale di San Martino Vescovo, e tratti di ferrovia a strapiombo sull’acqua, entriamo nella Val Camonica, alternando la riva destra e quella sinistra del fiume Oglio.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035898]]L’antica popolazione dei camuni si perde nella preistoria, subendo le occupazioni dei romani e successivamente dei longobardi e dei franchi, fino agli austriaci, quando ormai le loro vestigia appartenevano al passato remoto, età del ferro e del rame. Ma hanno lasciato una traccia unica nel vecchio continente, divenuta famosa in tutto il mondo: un’enorme distesa di incisioni rupestri, con scene di caccia, di agricoltura, di duelli e contese, tradizioni tramandate come i riti della fertilità o quelli magici, e si calcola che siano almeno trecentocinquantamila, disseminate soprattutto nel Parco di Naquane – raggiungibile a piedi dalla stazione di Capo di Ponte – e in vari altri parchi circostanti, dal 1979 tutelate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Forse il parco di Bedolina-Seradina, sebbene meno esteso, lascia il ricordo più incisivo: togliendosi le scarpe, si può camminare sulle lastre di roccia levigata dai ghiacciai del Neolitico, fino a sfiorare le incisioni, ammirandone ogni scalfittura, ogni singolo colpo di selce o di ferro che millenni addietro ha creato queste singolari opere dell’ingegno umano. [[ge:rep-locali:repubblica:117035899]]Inoltre, qui si può visitare la suggestiva pieve romanica di S. Siro. Oltrepassiamo Boario e le sue terme, Breno con il museo camuno che mostra orgoglioso i reperti della valle, e costeggiando il parco naturale dell’Adamello raggiungiamo Edolo, dove Paolo Righi molla la macchina fotografica per aiutare una suora con grossa valigia a scendere dal treno: del resto, lui ha il physique du rôle sufficiente a sollevare e doporre suora e valigia assieme… La sorella lo ringrazia con la commozione stupita di chi, fino a un attimo prima, forse lo paragonava più a un robusto corsaro saraceno che a un gentiluomo d’altri tempi.
Poi, un gruppo di amiche salutano la nostra compagna di viaggio ai piedi del monumento agli alpini, dove transita una mamma araba con il figlioletto nel passeggino. Rimango a guardare per un po’ l’alpino di bronzo che si staglia sulla cima del monumento; strana posizione, la sua: sorregge un macigno sulla testa nell’atto di scagliarlo, come se avesse finito le munizioni e non gli restasse altro che prendere a pietrate gli austriaci… Solo che, adesso, se dovesse effettuare il suo disperato lancio, spiaccicherebbe alcuni polacchi poco distanti; vendono telescopi postcomunisti, tecnologia da guerra fredda garantita: possono scrutare in cielo i satelliti degli odierni vincitori tra la miriade di carabattole sparate lassù un po’ da tutti – cinesi compresi - e che, prima o poi, ricascano da qualche parte… Nell’aria frizzante che spira dai ghiacciai dell’Adamello, si diffondono imperiose le note della Tosca: scambio uno sguardo interrogativo con Paolo, che dice: “Non è una Tosca qualsiasi… Questa è la Callas!”. Proviene dalla biglietteria, ci avviciniamo incuriositi. Il baffuto bigliettaio – anche senza locomotiva a vapore, potrebbe fare il figurante in un film su Pancho Villa – diletta i viandanti diffondendo musica lirica, e conferma che Paolo ci ha azzeccato, aggiungendo: “Ma se volete abbasso il volume”. Per carità, ci mancherebbe altro: la Callas, nevi eterne in lontananza, viuzze lastricate e campanile di granito, davvero non ci manca niente… neppure tre galline in un giardino e qualche mucca paciosa. Tranne una, l’unica con le corna lunghe, che vedendosi fotografata trotterella incontro a noi: ma si è mai vista una mucca minacciosa? No, infatti.
Comunque, è ora di tornare, e la salutiamo con pacche sul testone, allontanando la perfida idea di quanto siano buone le bistecche da queste parti. All’andata abbiamo visto un lenzuolo appeso a un ponte sulla ferrovia: la scritta supplicava “Emi perdonami”. Sulla via del ritorno, allo stesso ponte, c’è un altro lenzuolo che stavolta implora accorato: "Emi dammi un’altra possibilità". Eh dài, Emi, una seconda possibilità non si nega a nessuno, altrimenti, quello là potrebbe mettersi a incidere i prossimi appelli sulle rupi, e magari, tra qualche millennio, gli studiosi si romperanno il capo a stabilire il senso dei messaggi dei camuni vissuti nel XXI secolo dopo Cristo