VORREI CREARE un’isola da sogno per bambini”
disse al figlio il Signor Tetsuiko Fukutake.
Soichiro lo prese quasi alla lettera. Quello che è
successo dopo potrebbe essere la trama di un
film hollywoodiano a lieto fine.
Tetsuiko non era uno strampalato sognatore,
ma il fondatore, negli anni cinquanta, della Fukutake Publishing
Company, una casa editrice di materiale scolastico di enorme successo,
oggi ribattezzata Benesse. Un nome che viene dall’unione
di due parole latine Bene ed Esse (essere), un motto che ha garantito
a Soichiro Fukutake i mezzi per realizzare il sogno di suo
padre. In omaggio a questo sogno l’isola di Naoshima, nel mare
interno del Giappone, è stata trasformata in un laboratorio dove
arte e natura si sposano con l’intento, proprio come negli antichi
giardini zen, di ispirare nel visitatore la meditazione sui valori veri
della vita. “Siamo tutti abituati alla civiltà materialistica – dice
Soichiro Fukutake – ma se potessimo fondere la bellezza naturale
di Naoshima con la bellezza creata dall’uomo e attirare diversi
tipi di persone, di diverse generazioni, allora forse altri valori potrebbero
emergere”. Nei suoi 16,6 kilometri quadrati l’isola ospita
tremila abitanti, un villaggio restaurato da artisti, numerose
opere d’arte sparse all’aria aperta e musei dove i turisti mangiano
e dormono.
Giacomo Leopardi aveva scritto “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio”, il concetto è lo stesso. Immerso in questo mixt di arte e natura il turista naufraga in futuristiche creazioni architettoniche, perde il senso della realtà a cui è abituato ed è libero di acquistarne un altro. Dimenticarsi del mondo è facile: l’isola è lontana da tutto, dai rumori e dalle luci dell’umanità. Per arrivarci ci vogliono tre treni e un battello, in tutto mezza giornata di viaggio da Tokyo. Il centro principale si chiama Honmura, è un piccolo villaggio di 200 anni fa. Alcune case cadono a pezzi. Restaurarle costa di più che costruirne di nuove e forse il loro destino sarebbe stato quello di molte altre zone del Giappone dove terremoti e cicloni fanno pagare cara qualsiasi indulgenza a inutili vezzi estetici. In queste zone, di solito, case prefabbricate di colori smorti sorgono come funghi abbrutendo il paesaggio ma garantendone l’incolumità.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035997]]A Honmura è diverso. Nel sogno di Soichiro Fukutake le case del villaggio sono: “Un luogo per ogni visitatore dove meditare su cosa significhi vivere bene”. Così dentro le case che cadono a pezzi lavorano gli artisti. Alcune sono già state restaurate e dall’esterno sembrano normali, ma dentro qualcuno si è sbizzarrito. Nel buio antico di duecento anni, per esempio, l’occhio discerne progressivamente, lì dove il pavimento tradizionale è stato divelto, la superficie immobile di un bacino d’acqua costellata di microscopici numeri, illuminati da luci colorate al neon. È “il mare del tempo” di Tatsuo Miyajima, la gente paga per vederlo e la casa resta in piedi.
In questa isola l’incontro con l’arte è casuale ma ti scuote e ti coinvolge. Cosa ci fa una foto incorniciata appesa ad uno scoglio in mezzo al mare, o una jacuzi tra i menhir sulla spiaggia? Un signore legge il giornale su una panchina. E’ fatto di smalti e stucchi colorati. Le cose non sono come dovrebbero essere e questo smuove lo spirito e la mente. Un’enorme semisfera riempita d’acqua si regge in equilibrio su un supporto di muratura. Dietro c’è solo il mare. Il titolo dell’opera e` “Drink a cup of tea” (Bevi una tazza di te). Lo disse un monaco Zen per invitare alla meditazione. Il conto torna. La provocazione, il gioco, il lusso continuano con il genio di Tadao Ando, uno dei maggiori architetti giapponesi che al momento sta restaurando la Dogana Vecchia di Venezia. La testa di un quasi settantenne piena di capelli, il passato di un pugile convertito da autodidatta all’architettura, il presente di un uomo di successo nel suo studio di Osaka. Ando la vede in modo pragmatico questa cosa della fusione tra arte e natura. Per lui il progetto ha il senso di una raffinata operazione commerciale: “Non importa – dice - quale sia la mia ispirazione, importa che il cliente sia ispirato, importa ciò che il cliente riesce a vedere in questo posto e il modo in cui viene stimolato”. Sull’isola lui ha firmato un complesso architettonico che si chiama Benesse House e il museo Chichu.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035998]]La Benesse House è composta di quattro edifici il Parco, la Spiaggia, l’Ovale e il Museo. In questi posti non esiste soluzione di continuità tra le zone di esposizione dell’arte e quelle di accoglienza dei turisti. Alla reception c’è una statua di Giacometti, a destra le stanze per i turisti, a sinistra quelle per i quadri. Le camere d’albergo, affrescate da artisti, hanno finestre grandi quanto la parete dove si vede solo il vuoto vertiginoso del mare e del cielo. L’architetto usa il cemento duro e puro ma con la natura c’è un continuo dialogo: “Il mio progetto doveva rispettare l’ambiente circostante il più possibile - dice l’architetto - per questo ho scavato sotto terra”. Il museo, l’architetto, l’ha scavato sotto terra per davvero. E’ un progetto visionario, un museo quasi invisibile dall’esterno che salva l’ambiente e lotta per trascinare la luce nel sottosuolo. L’architetto e William Turrell, uno degli artisti che espone nel museo, dichiarano guerra ai pensieri banali, rompono gli equilibri e confondono il turista. Incorniciare il cielo sul soffitto o eliminare la parete di una stanza sostituendola con luce soffusa, sono giochi di prestigio destabilizzanti, decisamente pericolosi. La parola d’ordine è riflettere come mai prima. Come gli antichi monaci giapponesi.
Ritirati in posti isolati, immersi nella natura, meditavano. Per stimolare il pensiero costruivano dei giardini zen, fatti di sabbia e rocce. La sabbia veniva disegnata con linee geometriche, forme essenziali che rimandavano al flusso della mente. I monaci si sedevano davanti alla natura e alle loro creazioni e pensavano per tutta la vita. Questo parco artistico assomiglia un poco ad un moderno giardino zen dove, anche se per un breve momento, qualcuno invita il turista fermarsi e a pensare cosa significhi stare bene
Giacomo Leopardi aveva scritto “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio”, il concetto è lo stesso. Immerso in questo mixt di arte e natura il turista naufraga in futuristiche creazioni architettoniche, perde il senso della realtà a cui è abituato ed è libero di acquistarne un altro. Dimenticarsi del mondo è facile: l’isola è lontana da tutto, dai rumori e dalle luci dell’umanità. Per arrivarci ci vogliono tre treni e un battello, in tutto mezza giornata di viaggio da Tokyo. Il centro principale si chiama Honmura, è un piccolo villaggio di 200 anni fa. Alcune case cadono a pezzi. Restaurarle costa di più che costruirne di nuove e forse il loro destino sarebbe stato quello di molte altre zone del Giappone dove terremoti e cicloni fanno pagare cara qualsiasi indulgenza a inutili vezzi estetici. In queste zone, di solito, case prefabbricate di colori smorti sorgono come funghi abbrutendo il paesaggio ma garantendone l’incolumità.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035997]]A Honmura è diverso. Nel sogno di Soichiro Fukutake le case del villaggio sono: “Un luogo per ogni visitatore dove meditare su cosa significhi vivere bene”. Così dentro le case che cadono a pezzi lavorano gli artisti. Alcune sono già state restaurate e dall’esterno sembrano normali, ma dentro qualcuno si è sbizzarrito. Nel buio antico di duecento anni, per esempio, l’occhio discerne progressivamente, lì dove il pavimento tradizionale è stato divelto, la superficie immobile di un bacino d’acqua costellata di microscopici numeri, illuminati da luci colorate al neon. È “il mare del tempo” di Tatsuo Miyajima, la gente paga per vederlo e la casa resta in piedi.
In questa isola l’incontro con l’arte è casuale ma ti scuote e ti coinvolge. Cosa ci fa una foto incorniciata appesa ad uno scoglio in mezzo al mare, o una jacuzi tra i menhir sulla spiaggia? Un signore legge il giornale su una panchina. E’ fatto di smalti e stucchi colorati. Le cose non sono come dovrebbero essere e questo smuove lo spirito e la mente. Un’enorme semisfera riempita d’acqua si regge in equilibrio su un supporto di muratura. Dietro c’è solo il mare. Il titolo dell’opera e` “Drink a cup of tea” (Bevi una tazza di te). Lo disse un monaco Zen per invitare alla meditazione. Il conto torna. La provocazione, il gioco, il lusso continuano con il genio di Tadao Ando, uno dei maggiori architetti giapponesi che al momento sta restaurando la Dogana Vecchia di Venezia. La testa di un quasi settantenne piena di capelli, il passato di un pugile convertito da autodidatta all’architettura, il presente di un uomo di successo nel suo studio di Osaka. Ando la vede in modo pragmatico questa cosa della fusione tra arte e natura. Per lui il progetto ha il senso di una raffinata operazione commerciale: “Non importa – dice - quale sia la mia ispirazione, importa che il cliente sia ispirato, importa ciò che il cliente riesce a vedere in questo posto e il modo in cui viene stimolato”. Sull’isola lui ha firmato un complesso architettonico che si chiama Benesse House e il museo Chichu.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035998]]La Benesse House è composta di quattro edifici il Parco, la Spiaggia, l’Ovale e il Museo. In questi posti non esiste soluzione di continuità tra le zone di esposizione dell’arte e quelle di accoglienza dei turisti. Alla reception c’è una statua di Giacometti, a destra le stanze per i turisti, a sinistra quelle per i quadri. Le camere d’albergo, affrescate da artisti, hanno finestre grandi quanto la parete dove si vede solo il vuoto vertiginoso del mare e del cielo. L’architetto usa il cemento duro e puro ma con la natura c’è un continuo dialogo: “Il mio progetto doveva rispettare l’ambiente circostante il più possibile - dice l’architetto - per questo ho scavato sotto terra”. Il museo, l’architetto, l’ha scavato sotto terra per davvero. E’ un progetto visionario, un museo quasi invisibile dall’esterno che salva l’ambiente e lotta per trascinare la luce nel sottosuolo. L’architetto e William Turrell, uno degli artisti che espone nel museo, dichiarano guerra ai pensieri banali, rompono gli equilibri e confondono il turista. Incorniciare il cielo sul soffitto o eliminare la parete di una stanza sostituendola con luce soffusa, sono giochi di prestigio destabilizzanti, decisamente pericolosi. La parola d’ordine è riflettere come mai prima. Come gli antichi monaci giapponesi.
Ritirati in posti isolati, immersi nella natura, meditavano. Per stimolare il pensiero costruivano dei giardini zen, fatti di sabbia e rocce. La sabbia veniva disegnata con linee geometriche, forme essenziali che rimandavano al flusso della mente. I monaci si sedevano davanti alla natura e alle loro creazioni e pensavano per tutta la vita. Questo parco artistico assomiglia un poco ad un moderno giardino zen dove, anche se per un breve momento, qualcuno invita il turista fermarsi e a pensare cosa significhi stare bene