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Cuba

Un mondo sospeso nel tempo

Tra rovine e restauri, L'Avana si presenta come una vecchia signora provata dal tempo e dall'embargo. Ma qualcosa sta rinascendo nel cuore di Cuba

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L’Avana ha quasi cinque secoli. Era il porto più importante delle Americhe spagnole, il "baluardo delle Indie", la ricca capitale del tabacco e dello zucchero. Oggi è come una vecchia signora provata dall’età (dall’embargo e dalle ricorrenti crisi economiche), il cui volto sta in parte ringiovanendo per l’imponente lavoro di restauro in corso. Ma le sue rughe sono ancora profonde. Svelano un’anima sospesa nel tempo, ancorata a uno stadio di sviluppo di qualche decennio fa, lontana dall’occidentalizzazione che impera nel resto del Caribe. Un’anima singolare, fiera, vitale e decadente.

All’Avana si può facilmente esser preda dell’estetica della rovina, di quella "strana bellezza fra le rovine" di cui parla lo scrittore Guillermo Cabrera Infante, voce in esilio che continua a cercare "lo splendore antico dell'Avana" nelle città del mondo che visita e descrive. I palazzetti d’epoca e le vecchie case dai portici alti hanno spesso facciate scrostate, balconate e interni pericolanti, per la cronica mancanza di interventi di manutenzione. Su molti edifici l’intonaco non c’è quasi più, caduto per l’umidità, il sole, la salsedine. Domina uniforme una gradazione di colori tenui, dal grigio della pietra a porzioni di rosa pallido, giallo paglia, malva che fu. Ma la lenta erosione sembra essersi fermata. I lavori di restauro promossi dall’Oficina del Historiador stanno trasformando la città. Soprattutto il suo centro storico, l'Habana Vieja, che vanta il più vasto nucleo coloniale conservatosi in America latina. Gli edifici restaurati sono restituiti di preferenza a chi li abitava, in parte sono trasformati in piccoli alberghi, taverne e ristoranti, musei, centri culturali. Il rovescio della medaglia è che la parte rimessa a nuovo somiglia sempre di più a una vetrina, pur splendida nelle sue varianti (dal barocco-moresco al liberty, dal neoclassico al déco caraibico), dei tempi passati. Lustrata, perciò meno vera.

Se vai però in giro dietro i luoghi più celebrati e battuti delle plazas, avenidas e calles attorno alla Cattedrale, ai palazzi del potere e alle case dell’aristocrazia nobiliare ed economica di un tempo, rintracci un’atmosfera più genuina. Per esempio a sud della Plaza Vieja, verso San Isidro, oppure alle spalle del Malecòn, il lungomare dell’Avana, all’altezza dell’imboccatura dell’ansa naturale del porto. Passeggi tra file di case e palazzetti cadenti, in slarghi improvvisi dove bambini giocano a baseball, lo sport nazionale, in strade-cortili che sembrano una propaggine delle abitazioni, il luogo di socializzazione di un’umanità umile e dignitosa, seduta sui gradini delle porte o sull’uscio di casa a chiacchierare e sentir musica. La vita della comunità si svolge sulla strada, dove affacciano negozi e abitazioni, con porte e finestre spalancate che fanno intravedere stanze da letto, qualche tv, madonne illuminate e orishas africani, androni e scale che portano a piani superiori dove si arrampicano fili dell’energia elettrica come capelli sulla pietra.

Sembra, a volte, una Palermo o una Napoli tropicale, spostata nel Caribe, con l’aggiunta dominante del colore scuro della pelle di gran parte dei suoi abitanti. Il Malecòn è un luogo chiave. Soprattutto nel pomeriggio e fin dopo il crepuscolo. Niente palme, solo una striscia di asfalto orlata da un marciapiede largo separato dal mare da un muretto frangiflutti, dove le famiglie vanno a spasso, gli innamorati si danno appuntamento, le ragazze si mettono in mostra, i turisti transitano. C’è chi pesca, chi prende il sole, gruppetti seduti sul muretto che ciarlano, oziano, guardano chi passa. Le macchine corrono accanto, sul lungomare veloce a quattro corsie. Passano biciclette, sidecar, enormi autobus camellos, vecchie bagnarolone americane dalle forme gonfie e slanciate, icone in apparente semi-rovina che continuano a tener duro, grazie all’inventiva di chi deve fare a meno dei pezzi di ricambio, e a volte ti sorprendono superando Lada di memoria sovietica o nuove auto coreane e giapponesi sempre più diffuse.

Percorrendo il Malecòn dal Castillo de la Punta fino all’Hotel Nacional, che è poi il tratto più suggestivo, si incontra un luogo che racconta molto dello spirito di resistenza dei cubani: a un lato di una grande spianata, in ricordo della vicenda di Elian (il piccolo balsero restituito infine al padre cubano dall’amministrazione Clinton), è stata eretta una statua dell’eroe nazionale José Martì con un bimbo in braccio e il dito puntato contro l’edificio che ospita l’ufficio degli interessi statunitensi a Cuba. Giunti all’altezza dell’Hotel Nacional, si può lasciare il lungomare e inoltrarsi tra le vie alberate e le palazzine liberty del Vedado, facendo sosta alla Heladeria Coppelia, frequentatissima istituzione nazionale. Il Vedado è anche il quartiere di molti night-club, discoteche e locali di musica. Se, come qualcuno ha detto, Cuba è un’isola sonora, L’Avana è una città musicale. Non solo per i suoi rinomati locali di jazz latino e bolero, di salsa e trova, ma per le decine di orchestrine che animano bar e ristoranti, sciorinando il repertorio classico della musica cubana e latinoamericana (immancabili “Guantanamera” e “Chan Chan”) e creando una sorta di tappeto sonoro agli spostamenti del visitatore alle prese con cocktail e cucina criolla.

L’Avana è immensa e contiene tante altre realtà che vale la pena accostare, come i quartieri-città di Guanabacoa, dove più si sentono le radici africane, o di Alamar, dormitorio di palazzoni di fronte al mare. Ma prima di lasciarla, andate alla fortezza del Morro, di mattino presto o al tramonto, non solo ad ammirare il panorama frontale della città ma a respirare l’aria del vento che corre sul mare e a osservare il movimento delle barche lungo la Corrente del Golfo, quella che Hemingway amava chiamare il “grande fiume azzurro”.