I sapori di Pepe Carvalho
di Antonio PolitanoI quartieri, le piazze, i locali che tante volte hanno fatto da sfondo alle avventure del detective-gourmet creato da Manuel Vazquez Montalbàn
L LOCALE è pieno, difficile trovare posto, anche a pranzo. Tre sale, con una dozzina di tavoli ciascuna, piatti fumanti, camerieri che sfrecciano. Spiacenti, sempre meglio prenotare. La sera il tavolo è proprio sotto un ritratto con dedica di Manuel Vázquez Montalbán, Manolo per tutti: «A Casa Leopoldo, ristorante mitico della mia infanzia. Il mito corrisponde alla realtà e le conferisce inoltre fascinazione letteraria». Per lui, la vera rivoluzione avvenuta nella Spagna postfranchista era il recupero della memoria del palato, i ristoranti e i ristoratori facevano parte del paesaggio, dell’immaginario. «Se un viaggiatore non vuole allontanarsi troppo dal cuore mitico di Barcellona, il Barrio Chino, può andare a mangiare a Casa Leopoldo. Non è cambiata rispetto alla trasformazione del Barrio.
Casa Leopoldo è stata una leggenda persino all’interno del quartiere dove abbiamo sempre saputo che era un ri…
Casa Leopoldo è stata una leggenda persino all’interno del quartiere dove abbiamo sempre saputo che era un ri…
L LOCALE è pieno, difficile trovare posto, anche a pranzo. Tre sale, con una dozzina di tavoli ciascuna, piatti fumanti, camerieri che sfrecciano. Spiacenti, sempre meglio prenotare. La sera il tavolo è proprio sotto un ritratto con dedica di Manuel Vázquez Montalbán, Manolo per tutti: «A Casa Leopoldo, ristorante mitico della mia infanzia. Il mito corrisponde alla realtà e le conferisce inoltre fascinazione letteraria». Per lui, la vera rivoluzione avvenuta nella Spagna postfranchista era il recupero della memoria del palato, i ristoranti e i ristoratori facevano parte del paesaggio, dell’immaginario. «Se un viaggiatore non vuole allontanarsi troppo dal cuore mitico di Barcellona, il Barrio Chino, può andare a mangiare a Casa Leopoldo. Non è cambiata rispetto alla trasformazione del Barrio.
Casa Leopoldo è stata una leggenda persino all’interno del quartiere dove abbiamo sempre saputo che era un ristorante che ci rappresentava, una delle patrie del nostro meticciato». A volte uno scrittore crea un suo doppio che gli sopravvive. Montalbán è scomparso da quasi cinque anni, portato via prematuramente da un infarto all’aeroporto di Bangkok, di ritorno dall’Australia. Ma Pepe Carvalho, il detective-gourmet da lui creato, più vecchio, acciaccato e disincantato di sempre, insegue ancora le sue inchieste (a marzo sono uscite in Italia le sue ultime Storie di politica sospetta), nelle Barcellone («Barcellona non è Barcellona, ma Barcelonas, tante Barcellone») sfondo delle sue avventure. Casa Leopoldo era uno dei luoghi eletti di Pepe-Manolo. Santuario della cucina popolare, riconosciuto da guide gastronomiche come uno dei migliori ristoranti della città, fu fondato da Leopoldo nel 1929 come “casa di pranzo” (solo un piatto, una zuppa per la gente più umile, di giorno) e aperto anche di notte, per chi veniva nella zona a cercare donne e droga, accompagnato magari da cantanti e artisti, e portava aragoste e polli da cucinare.
La gestione passò poi a suo figlio Herman, torero, e ora è nelle mani di sua figlia Rosa Gil, a sua volta moglie di torero, che sta scrivendo un libro sulla Casa, sul padre diventato torero per evitare il carcere a causa della fede anarchica e il marito morto nell’arena quando lei era in cinta della figlia, sulla sua infanzia cresciuta accanto alle prostitute, a cui a volte la mamma la lasciava in custodia, su Manolo che qui «si sentiva come a casa», veniva a mangiare e incontrare i suoi amici o i suoi editori. Oggi Casa Leopoldo propone un Menù Degustaciòn Pepe Carvalho, con piatti che gli piacevano: dal baccalà con patate e uovo alle polpette di seppie e gamberi e alla trippa con fagioli bianchi. Nei ricordi della gente del quartiere che lo ha conosciuto, Manolo era un uomo discreto, schivo, che amava stare tra la gente ma senza interpretare il ruolo del personaggio di successo.
Il Barrio Chino (o Raval, prima campi coltivati che rifornivano la città, poi con l’industrializzazione quartiere operaio e di immigrazione, luogo di contrasti e incroci, miscuglio etnico e culturale) è lo scenario della infanzia e adolescenza di Pepe-Manolo. Un quartierepatria, territorio fisico ed emotivo, dov’è nato e cresciuto lo scrittore e dove vive l’investigatore. Antieroe Pepe, detective picaresco, ex militante comunista ed ex-agente della Cia, amante dei piaceri della carne, puttaniere e gastronomo. Antituristico il quartiere, come «una banlieu attaccata al centro», dice Rosa Gil, concentrazione di immigrati e ristoranti di cucina tradizionale ed etnica, di caffé di tendenza e botteghe fuori moda, “pastorizzato”, asettico, ripulito, secondo lo scrittore.
Sulla moderna Rambla de Raval, simbolo della riforma urbanistica tanto criticata da Montalbán, l’attrazione è un enorme gatto di Botero. Sotto le palme, sulle panchine, immigrati pachistani e maghrebini parlano spagnolo tra loro. La trasformazione del Raval continua, grandi alberghi stanno sorgendo accanto ai vicoli fiancheggiati da vecchi palazzi («qualcosa di simile alla bellezza della miseria si è fissato sulla facciata delle nostre case») e alle strade delle prostitute (come Charo, l’amante di Pepe, battona dal gran cuore), oggi soprattutto africane e dell’Est Europa. A due passi dalla casa natale dello scrittore, in Plaza del Pedró - luogo di incontro per la gente del quartiere - si incrociano turisti un po’ spaesati ma incuriositi e famigliole con madri in burqa.
Tra il Raval e il cuore turistico di Barcellona - la Rambla - c’è la Boqueria, il più grande mercato di Spagna, presenza costante nelle storie di Pepe Carvalho. Frutta, pesce, carne, spezie, colori, odori, sapori, un posto vero frequentato anche dai turisti, nelcircuito delle “cose da vedere”. La tappa d’obbligo è il popolarissimo Bar Pinotxo, di cui Manolo era un assiduo frequentatore: Juan, il proprietario che serve ancora dietro il bancone - 73 anni, una vaga rassomiglianza con Totò, instancabile e sempre sorridente - ricorda la sua riservatezza, «l’amicizia di cui mi onorava», offrendo un bicchiere di cava, lo spumante locale.
La Rambla, una delle poche vie risparmiate dal piccone olimpico, è per Pepe-Manolo «un universo completo che iniziava nel porto e sboccava nell’enorme mediocrità di Plaza de Catalunya». Vedetela – inevitabilmente – e poi giratele attorno, attraversatela ai lati del grande fiume di gente che vi scorre dentro di continuo, allontanatevene dopo aver dato un’occhiata ai locali frequentati da Pepe-Manolo: il Boadas, una coctelerìa punto di incontro durante il franchismo dove Montalbán celebra la morte del dittatore, o il Panam’s, un ex locale di striptease diventato discoteca. Dalla Rambla si accede al Barrio Gotico, alla città vecchia. Grandi arcate annunciano l’ingresso alla Plaça Reial: un perfetto rettangolo incorniciato da porticati che ricordano il convento dei cappuccini che qui sorgeva prima della piazza, con caffé carvalhani (il Bar Glaciar) e jazz club (il Jamboree, a cui Manolo dedica una poesia); al centro la fontana delle Tre Grazie, con ai fianchi gli eleganti lampioni tra le prime opere di Antoni Gaudí.
E poi Plaza George Orwell, Calle Escudellers, vestigia della città portuale tante volte evocata dallo scrittore, Plaza Sant Jaume, centro del potere politico catalano e luogo di ritrovo storico dei tifosi del Barça. A proposito di sport, la Barcellona di Pepe-Manolo non è quella delle Olimpiadi, se non marginalmente in qualche sua avventura o in contrapposizione netta. Per Montalbán i Giochi olimpici hanno modificato l’immaginario barcellonese, a partire dalla detestata torre di comunicazione di Foster sul Tibidabo. Come fa notare Alberto Giorgio Cassani, autore de Le Barcellone perdute di Pepe Carvalho, lo scrittore teme che i futuri archeologi-visitatori troveranno solo tre grandi ere “geologico-architettoniche”: gotico, modernismo, kolossalismo post-moderno.
Chissà cosa penserebbe della Torre Agbar di Nouvel, completata nel 2005, che ormai affianca la Sagrada Família di Gaudí nello skyline della città. Un merito riconosceva però alla trasformazione, aver riaperto la città al mare: chilometri di porti e spiagge; infrastrutture che collegano la città alle colline. Ora lo sbocco c’è, Barcellona si vanta di essere forse l’unica grande città europea ad avere una spiaggia balneabile, con un’acqua davvero pulita, nel perimetro urbano. Alla fine della Rambla, nella piazza sul mare, c’è una grande colonna che sostiene una statua, quella di Colombo che guarda l’orizzonte lontano. Un altro visionario, in fuga per il mondo; come Carvalho e Biscuter, in Millennio, l’ultima opera di Montalbán, un viaggio in Oriente, nel Pacifico e nelle Americhe, testamento di una natura erratica radicata nei vecchi quartieri della sua Barcellona
Casa Leopoldo è stata una leggenda persino all’interno del quartiere dove abbiamo sempre saputo che era un ristorante che ci rappresentava, una delle patrie del nostro meticciato». A volte uno scrittore crea un suo doppio che gli sopravvive. Montalbán è scomparso da quasi cinque anni, portato via prematuramente da un infarto all’aeroporto di Bangkok, di ritorno dall’Australia. Ma Pepe Carvalho, il detective-gourmet da lui creato, più vecchio, acciaccato e disincantato di sempre, insegue ancora le sue inchieste (a marzo sono uscite in Italia le sue ultime Storie di politica sospetta), nelle Barcellone («Barcellona non è Barcellona, ma Barcelonas, tante Barcellone») sfondo delle sue avventure. Casa Leopoldo era uno dei luoghi eletti di Pepe-Manolo. Santuario della cucina popolare, riconosciuto da guide gastronomiche come uno dei migliori ristoranti della città, fu fondato da Leopoldo nel 1929 come “casa di pranzo” (solo un piatto, una zuppa per la gente più umile, di giorno) e aperto anche di notte, per chi veniva nella zona a cercare donne e droga, accompagnato magari da cantanti e artisti, e portava aragoste e polli da cucinare.
La gestione passò poi a suo figlio Herman, torero, e ora è nelle mani di sua figlia Rosa Gil, a sua volta moglie di torero, che sta scrivendo un libro sulla Casa, sul padre diventato torero per evitare il carcere a causa della fede anarchica e il marito morto nell’arena quando lei era in cinta della figlia, sulla sua infanzia cresciuta accanto alle prostitute, a cui a volte la mamma la lasciava in custodia, su Manolo che qui «si sentiva come a casa», veniva a mangiare e incontrare i suoi amici o i suoi editori. Oggi Casa Leopoldo propone un Menù Degustaciòn Pepe Carvalho, con piatti che gli piacevano: dal baccalà con patate e uovo alle polpette di seppie e gamberi e alla trippa con fagioli bianchi. Nei ricordi della gente del quartiere che lo ha conosciuto, Manolo era un uomo discreto, schivo, che amava stare tra la gente ma senza interpretare il ruolo del personaggio di successo.
Il Barrio Chino (o Raval, prima campi coltivati che rifornivano la città, poi con l’industrializzazione quartiere operaio e di immigrazione, luogo di contrasti e incroci, miscuglio etnico e culturale) è lo scenario della infanzia e adolescenza di Pepe-Manolo. Un quartierepatria, territorio fisico ed emotivo, dov’è nato e cresciuto lo scrittore e dove vive l’investigatore. Antieroe Pepe, detective picaresco, ex militante comunista ed ex-agente della Cia, amante dei piaceri della carne, puttaniere e gastronomo. Antituristico il quartiere, come «una banlieu attaccata al centro», dice Rosa Gil, concentrazione di immigrati e ristoranti di cucina tradizionale ed etnica, di caffé di tendenza e botteghe fuori moda, “pastorizzato”, asettico, ripulito, secondo lo scrittore.
Sulla moderna Rambla de Raval, simbolo della riforma urbanistica tanto criticata da Montalbán, l’attrazione è un enorme gatto di Botero. Sotto le palme, sulle panchine, immigrati pachistani e maghrebini parlano spagnolo tra loro. La trasformazione del Raval continua, grandi alberghi stanno sorgendo accanto ai vicoli fiancheggiati da vecchi palazzi («qualcosa di simile alla bellezza della miseria si è fissato sulla facciata delle nostre case») e alle strade delle prostitute (come Charo, l’amante di Pepe, battona dal gran cuore), oggi soprattutto africane e dell’Est Europa. A due passi dalla casa natale dello scrittore, in Plaza del Pedró - luogo di incontro per la gente del quartiere - si incrociano turisti un po’ spaesati ma incuriositi e famigliole con madri in burqa.
Tra il Raval e il cuore turistico di Barcellona - la Rambla - c’è la Boqueria, il più grande mercato di Spagna, presenza costante nelle storie di Pepe Carvalho. Frutta, pesce, carne, spezie, colori, odori, sapori, un posto vero frequentato anche dai turisti, nelcircuito delle “cose da vedere”. La tappa d’obbligo è il popolarissimo Bar Pinotxo, di cui Manolo era un assiduo frequentatore: Juan, il proprietario che serve ancora dietro il bancone - 73 anni, una vaga rassomiglianza con Totò, instancabile e sempre sorridente - ricorda la sua riservatezza, «l’amicizia di cui mi onorava», offrendo un bicchiere di cava, lo spumante locale.
La Rambla, una delle poche vie risparmiate dal piccone olimpico, è per Pepe-Manolo «un universo completo che iniziava nel porto e sboccava nell’enorme mediocrità di Plaza de Catalunya». Vedetela – inevitabilmente – e poi giratele attorno, attraversatela ai lati del grande fiume di gente che vi scorre dentro di continuo, allontanatevene dopo aver dato un’occhiata ai locali frequentati da Pepe-Manolo: il Boadas, una coctelerìa punto di incontro durante il franchismo dove Montalbán celebra la morte del dittatore, o il Panam’s, un ex locale di striptease diventato discoteca. Dalla Rambla si accede al Barrio Gotico, alla città vecchia. Grandi arcate annunciano l’ingresso alla Plaça Reial: un perfetto rettangolo incorniciato da porticati che ricordano il convento dei cappuccini che qui sorgeva prima della piazza, con caffé carvalhani (il Bar Glaciar) e jazz club (il Jamboree, a cui Manolo dedica una poesia); al centro la fontana delle Tre Grazie, con ai fianchi gli eleganti lampioni tra le prime opere di Antoni Gaudí.
E poi Plaza George Orwell, Calle Escudellers, vestigia della città portuale tante volte evocata dallo scrittore, Plaza Sant Jaume, centro del potere politico catalano e luogo di ritrovo storico dei tifosi del Barça. A proposito di sport, la Barcellona di Pepe-Manolo non è quella delle Olimpiadi, se non marginalmente in qualche sua avventura o in contrapposizione netta. Per Montalbán i Giochi olimpici hanno modificato l’immaginario barcellonese, a partire dalla detestata torre di comunicazione di Foster sul Tibidabo. Come fa notare Alberto Giorgio Cassani, autore de Le Barcellone perdute di Pepe Carvalho, lo scrittore teme che i futuri archeologi-visitatori troveranno solo tre grandi ere “geologico-architettoniche”: gotico, modernismo, kolossalismo post-moderno.
Chissà cosa penserebbe della Torre Agbar di Nouvel, completata nel 2005, che ormai affianca la Sagrada Família di Gaudí nello skyline della città. Un merito riconosceva però alla trasformazione, aver riaperto la città al mare: chilometri di porti e spiagge; infrastrutture che collegano la città alle colline. Ora lo sbocco c’è, Barcellona si vanta di essere forse l’unica grande città europea ad avere una spiaggia balneabile, con un’acqua davvero pulita, nel perimetro urbano. Alla fine della Rambla, nella piazza sul mare, c’è una grande colonna che sostiene una statua, quella di Colombo che guarda l’orizzonte lontano. Un altro visionario, in fuga per il mondo; come Carvalho e Biscuter, in Millennio, l’ultima opera di Montalbán, un viaggio in Oriente, nel Pacifico e nelle Americhe, testamento di una natura erratica radicata nei vecchi quartieri della sua Barcellona