Vi capiterà di andare a Lisbona. Oppure dovete farvelo capitare, perché Lisbona è uno stato dell'anima, è lo specchio dell'adolescenza appena lasciata alle spalle che sempre ritorna. In quel caso prenotate in aereo un posto di finestrino sulla destra. Perché l'apparecchio, giunto sul Tejo, vira e si ha una veduta della città drammatica, teatrale. L'incanto finisce subito, il tempo di sorvolare il Ponte 25 Abril e immettersi nel sentiero di discesa per l'atterraggio. Ma è il benvenuto, ed è travolgente.
Della Rivoluzione dei Garofani non c'è più traccia, semmai qualche archeologo improvvisato volesse scoprirne, nelle ruas, gli sbiaditi segni. Bighellonando per l'Avenida da Liberdade giunge, da Pombal, l'eco di tamburi lontani. È in questa piazza, nella Praca Marquéz de Pombal, che nasce la festa. Sotto lo sguardo benevolo del Marchese che ricostruì dalle macerie, secondo lo spirito illuminista, una città devastata dal terremoto e dal fuoco, in rigide linee geometriche, e che legò il suo nome alla ricostruzione (si è soliti dire, per esempio, «Lisbona pombalina, architettura pombalina»), confluiscono interminabili cortei dai vari bairros, ogni popolo con i propri vessilli, e costumi, e i carri partoriti dalla fantasia di artigiani sapienti che, alacremente, per giorni e giorni lavorano a un'idea di perfezione, ognuno sperando che il proprio quartiere primeggi in questa sfida pacifica e carica di passione.
Nel medio pomeriggio del 12 giugno dunque, a tratti quasi in sordina, cominciano a confluire nella piazza i partecipanti. Parcheggiano negli spazi limitrofi i carri allegorici, allestiti per suscitare certo la meraviglia della gente, ma anche l'invidia degli altri concorrenti. Bambinetti vocianti che cercano il proprio maestro di canto, adolescenti con i seni acerbi che prepotenti spingono il corsetto come il fiore la terra e che, impettite, conoscono meglio il proprio compito; quelli del servizio d'ordine che mettono in riga i più distratti e che intonano le note dell'inno del loro bairro, per non dimenticarsi, per essere certi che sì, quando sarà il momento il petto si gonfierà sino a scoppiare.
È in questa dolce babele di suoni, di note, di grida quasi strozzate, in quest'atmosfera da quaresima con il tempo ancora incerto e il vento che monta dal Tejo, che inizia la sfilata. Ad un cenno preciso del cerimoniere comincia a sfilare il primo bairro, lungo l'Avenida da Liberdade, tra ali di folla tenuta a bada da recinzioni sicure, festante ed allegra come forse mai nelle occasioni del popolo lusitano (la Festa di Sant'Antonio è sicuramente l'appuntamento più importante dell'anno), più incline alla saudade e al rimpianto. Lo scorrere è lento: il serpente umano si ferma, canta il proprio inno, torna a sfilare, raccoglie gli applausi disinteressati del pubblico, si ferma nuovamente davanti al palco delle autorità, da dove il Sindaco benedice, scende lentamente verso Restauradores dove la luce gelatinosa dei fari l'inghiotte e lo disperde. E così sarà per tutti i bairros in una bolgia di canti ritmati, sino a notte tarda, sino al Pavilhão Carlos Lopes. E questo è solo l'inizio. Il giorno dopo, da Santo Antonio da Sé, questa chiesetta della fine del '700, costruita – pare – sulla casa dove nel 1195 vide la luce il Santo, più tardi divenuto francescano e «dottore» in Italia e a Bologna, e poi a Padova, parte la processione religiosa. Il simulacro del Santo è posto su una vettura fuoristrada, la quale s'inerpicherà sulle straduzze dall'Alfama con odore di olio bruciato e di frizione sottoposta a sollecitazioni inaudite.
Eccolo dunque il nostro Sant'Antonio da Padova, che avanza e a tratti traballa come un ubriaco deluso, protetto e seguito da una folla in perenne preghiera. Lo seguono lungo ruas dai nomi inimmaginabili (rua da Saudade), in questa Alfama che serba come in uno scrigno prezioso i tempi della città, le sue tradizioni, la sua origine. In questo labirinto di stradine, di piccole scalinate che collegano in modo acrobatico piani sfalsati, di piazzette minuscole dove le case sembrano toccarsi, fatta di becos, stretti passaggi dove spesso, incrociando un passante, è necessario mettersi di fianco, in questo dedalo improbabile il Santo si fa largo, troneggia accompagnato da un brusio montante fatto di chiacchiericcio, di preghiere cantilenanti, di pianto liberato all'improvviso come di un'acqua irretita dalla bottiglia che finalmente, gorgogliante, con rumore di cascata, invade il catino.
E se la sfilata dei carri, in Avenida da Liberdade, ricordava il carnevale chiassoso di Rio de Janeiro, anche qui con sorrisi di donne generose e probabili, la processione ci riporta a Rossellini, al suo Viaggio in Italia. Segui il Santo e non puoi sottrarti ai volti dei penitenti, uomini e donne a tratti composti nel loro dolore, a tratti vomitanti la propria incontrollabile disperazione come se il Santo al suo passaggio avesse una funzione maieutica. È qui, in questo posto che digrada verso il mare, il vasto oceano che spesso i lusitani hanno solcato per non essere inghiottiti dall'onnivora Spagna, è qui, al capolinea del continente, dove ogni storia sembra concludersi, dove il "qui" e "l'altrove" si confondono, che questa gente chiede la grazia, quella verosimilmente di una quotidianità più sopportabile.
La festa è finita e i fedeli si accalcano, a gruppetti, in un punto particolare di rua das Canastras in direzione della Baixa. Sono tutti con lo sguardo rivolto verso il disco solare non ancora giunto all'occaso. Raccolti a frotte, distanziati l'uno dall'altro come turisti in contemplazione di un monumento eccelso, essi guardano il sole senza l'ausilio degli occhiali e i loro occhi sembrano resistere al furore accecante del sole che non muore. È il cosiddetto «miracolo di S.Antonio», che consentirebbe ai fedeli di resistere alla vista di una luce ancora così accecante. Siamo nello sciame di gente che occuperà per notti e notti, da oggi, il quartiere. In questa occasione la Municipalità di Lisbona consente ai residenti dell'Alfama di trasformarsi in ristoratori.
Tutto il quartiere è avvolto dal fumo delle braci come in una nebbia e l'odore delle sardine intride ogni indumento, e stordisce il grido acuto della venditrice di ginginha, il liquore di ciliegia tipico di Lisbona che ha, in queste notti, la sua rivincita sul Porto, in questa Alfama «contenitore» delle angosce e delle felicità di una città adagiata come una colata di lava, subito solidificatasi, di fronte a un infinito mare. Sorridiamo vedendo la donna sciacquare i bicchieri in un bacile d'acqua grigiastra e poi porgerli a noi, nuovi avventori. E la festa continua, accalcati sulla scalinata del beco de S. Helena, dove una compagnia di fadisti aspetta in modo discreto il suo turno per un posto a sedere. Dopo aver ingurgitato sardine come foche nell'acquario, e dopo esserci accomiatati dai fantastici cantori, scendiamo verso il fiume. È a largo do Chafariz de Denero che ci avviciniamo ad una ambulante che vende piantine di manjerico, semplice basilico in vasetti che qui non riveste interesse gastronomico, ma si offre come un fiore all'innamorato. Ogni vasetto è accompagnato da un bigliettino con una frase. Me ne regala uno e quando sto per toccarlo mi prende il polso con un'espressione benevola di disappunto: prima di leggere la massima che, purtroppo, non ci aprirà nessun mondo, il manjerico va annusato e odorato, non toccato. Le mani protese con il dono, mi guarda fissa negli occhi e dice, quasi sussurrando: «Muitas saudades» ed è già il senso di un sentimento che le circostanze recideranno ma che vivrà in noi, naufraghi ritrovati. Come il senso di un manjerico che «nao, nao se toca, mas cheira-se», non si tocca, si odora.
Della Rivoluzione dei Garofani non c'è più traccia, semmai qualche archeologo improvvisato volesse scoprirne, nelle ruas, gli sbiaditi segni. Bighellonando per l'Avenida da Liberdade giunge, da Pombal, l'eco di tamburi lontani. È in questa piazza, nella Praca Marquéz de Pombal, che nasce la festa. Sotto lo sguardo benevolo del Marchese che ricostruì dalle macerie, secondo lo spirito illuminista, una città devastata dal terremoto e dal fuoco, in rigide linee geometriche, e che legò il suo nome alla ricostruzione (si è soliti dire, per esempio, «Lisbona pombalina, architettura pombalina»), confluiscono interminabili cortei dai vari bairros, ogni popolo con i propri vessilli, e costumi, e i carri partoriti dalla fantasia di artigiani sapienti che, alacremente, per giorni e giorni lavorano a un'idea di perfezione, ognuno sperando che il proprio quartiere primeggi in questa sfida pacifica e carica di passione.
Nel medio pomeriggio del 12 giugno dunque, a tratti quasi in sordina, cominciano a confluire nella piazza i partecipanti. Parcheggiano negli spazi limitrofi i carri allegorici, allestiti per suscitare certo la meraviglia della gente, ma anche l'invidia degli altri concorrenti. Bambinetti vocianti che cercano il proprio maestro di canto, adolescenti con i seni acerbi che prepotenti spingono il corsetto come il fiore la terra e che, impettite, conoscono meglio il proprio compito; quelli del servizio d'ordine che mettono in riga i più distratti e che intonano le note dell'inno del loro bairro, per non dimenticarsi, per essere certi che sì, quando sarà il momento il petto si gonfierà sino a scoppiare.
È in questa dolce babele di suoni, di note, di grida quasi strozzate, in quest'atmosfera da quaresima con il tempo ancora incerto e il vento che monta dal Tejo, che inizia la sfilata. Ad un cenno preciso del cerimoniere comincia a sfilare il primo bairro, lungo l'Avenida da Liberdade, tra ali di folla tenuta a bada da recinzioni sicure, festante ed allegra come forse mai nelle occasioni del popolo lusitano (la Festa di Sant'Antonio è sicuramente l'appuntamento più importante dell'anno), più incline alla saudade e al rimpianto. Lo scorrere è lento: il serpente umano si ferma, canta il proprio inno, torna a sfilare, raccoglie gli applausi disinteressati del pubblico, si ferma nuovamente davanti al palco delle autorità, da dove il Sindaco benedice, scende lentamente verso Restauradores dove la luce gelatinosa dei fari l'inghiotte e lo disperde. E così sarà per tutti i bairros in una bolgia di canti ritmati, sino a notte tarda, sino al Pavilhão Carlos Lopes. E questo è solo l'inizio. Il giorno dopo, da Santo Antonio da Sé, questa chiesetta della fine del '700, costruita – pare – sulla casa dove nel 1195 vide la luce il Santo, più tardi divenuto francescano e «dottore» in Italia e a Bologna, e poi a Padova, parte la processione religiosa. Il simulacro del Santo è posto su una vettura fuoristrada, la quale s'inerpicherà sulle straduzze dall'Alfama con odore di olio bruciato e di frizione sottoposta a sollecitazioni inaudite.
Eccolo dunque il nostro Sant'Antonio da Padova, che avanza e a tratti traballa come un ubriaco deluso, protetto e seguito da una folla in perenne preghiera. Lo seguono lungo ruas dai nomi inimmaginabili (rua da Saudade), in questa Alfama che serba come in uno scrigno prezioso i tempi della città, le sue tradizioni, la sua origine. In questo labirinto di stradine, di piccole scalinate che collegano in modo acrobatico piani sfalsati, di piazzette minuscole dove le case sembrano toccarsi, fatta di becos, stretti passaggi dove spesso, incrociando un passante, è necessario mettersi di fianco, in questo dedalo improbabile il Santo si fa largo, troneggia accompagnato da un brusio montante fatto di chiacchiericcio, di preghiere cantilenanti, di pianto liberato all'improvviso come di un'acqua irretita dalla bottiglia che finalmente, gorgogliante, con rumore di cascata, invade il catino.
E se la sfilata dei carri, in Avenida da Liberdade, ricordava il carnevale chiassoso di Rio de Janeiro, anche qui con sorrisi di donne generose e probabili, la processione ci riporta a Rossellini, al suo Viaggio in Italia. Segui il Santo e non puoi sottrarti ai volti dei penitenti, uomini e donne a tratti composti nel loro dolore, a tratti vomitanti la propria incontrollabile disperazione come se il Santo al suo passaggio avesse una funzione maieutica. È qui, in questo posto che digrada verso il mare, il vasto oceano che spesso i lusitani hanno solcato per non essere inghiottiti dall'onnivora Spagna, è qui, al capolinea del continente, dove ogni storia sembra concludersi, dove il "qui" e "l'altrove" si confondono, che questa gente chiede la grazia, quella verosimilmente di una quotidianità più sopportabile.
La festa è finita e i fedeli si accalcano, a gruppetti, in un punto particolare di rua das Canastras in direzione della Baixa. Sono tutti con lo sguardo rivolto verso il disco solare non ancora giunto all'occaso. Raccolti a frotte, distanziati l'uno dall'altro come turisti in contemplazione di un monumento eccelso, essi guardano il sole senza l'ausilio degli occhiali e i loro occhi sembrano resistere al furore accecante del sole che non muore. È il cosiddetto «miracolo di S.Antonio», che consentirebbe ai fedeli di resistere alla vista di una luce ancora così accecante. Siamo nello sciame di gente che occuperà per notti e notti, da oggi, il quartiere. In questa occasione la Municipalità di Lisbona consente ai residenti dell'Alfama di trasformarsi in ristoratori.
Tutto il quartiere è avvolto dal fumo delle braci come in una nebbia e l'odore delle sardine intride ogni indumento, e stordisce il grido acuto della venditrice di ginginha, il liquore di ciliegia tipico di Lisbona che ha, in queste notti, la sua rivincita sul Porto, in questa Alfama «contenitore» delle angosce e delle felicità di una città adagiata come una colata di lava, subito solidificatasi, di fronte a un infinito mare. Sorridiamo vedendo la donna sciacquare i bicchieri in un bacile d'acqua grigiastra e poi porgerli a noi, nuovi avventori. E la festa continua, accalcati sulla scalinata del beco de S. Helena, dove una compagnia di fadisti aspetta in modo discreto il suo turno per un posto a sedere. Dopo aver ingurgitato sardine come foche nell'acquario, e dopo esserci accomiatati dai fantastici cantori, scendiamo verso il fiume. È a largo do Chafariz de Denero che ci avviciniamo ad una ambulante che vende piantine di manjerico, semplice basilico in vasetti che qui non riveste interesse gastronomico, ma si offre come un fiore all'innamorato. Ogni vasetto è accompagnato da un bigliettino con una frase. Me ne regala uno e quando sto per toccarlo mi prende il polso con un'espressione benevola di disappunto: prima di leggere la massima che, purtroppo, non ci aprirà nessun mondo, il manjerico va annusato e odorato, non toccato. Le mani protese con il dono, mi guarda fissa negli occhi e dice, quasi sussurrando: «Muitas saudades» ed è già il senso di un sentimento che le circostanze recideranno ma che vivrà in noi, naufraghi ritrovati. Come il senso di un manjerico che «nao, nao se toca, mas cheira-se», non si tocca, si odora.