Nell’America Centrale, nell’arcipelago delle Grandi Antille, a sud di Cuba, c’è un’isola un tempo frequentata dal gotha cinematograficio hollywoodiano: Elizabeth Taylor, Cary Grant, Frank Sinatra. E’ la Giamaica, amatissima da Errol Flynn. Le spiagge, le montagne e i tramonti infuocati costituiscono un set ideale per i film americani d’avventura degli anni ‘30 e ‘40.
Allora, come oggi, in Giamaica divertirsi sembra d’obbligo: come nella “gag olimpica” della squadra di bob giamaicano sponsorizzata dalla Fiat. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi andare ai ritmi ipnotici della vita al ritmo di una musica che, proprio come il rum, entra nel sangue.
Ma dietro agli stereotipi del paradiso caraibico, esiste una Giamaica meno glamour, lontana dai lustrini del re del calypso Harry Belafonte e dal mondo di mojito e rumba che fa da ambiente per tanti spot pubblicitari. “Giamaica un paradiso in debito” - reportage del canale satellitare Cult - spiega come, nonostante la componente trainante del turismo, l’economia giamaicana si basi ancora sulle miniere di bauxite di cui è il primo produttore mondiale: troppo poco per essere competitiva e far fronte alla disoccupazione, male endemico del paese con punte del 30%.
La Giamaica condivide con i Caraibi la dimensione estrema dei conflitti sociali: o si appartiene alla casta miserabile di chi abita nei sobborghi di lamiera, o si vive nelle ville con piscina. Lo sapeva Bob Marley che la Giamaica l’ha cantata fino a rappresentarne l’anima più vera, unendo nella sua musica l’eredità caribe con la spiritualità africana, e costruendo il mito di un pacifismo terzomondista alternativo alla Cuba di Castro. La sua scomparsa sembra aver determinato per la Giamaica una perdita culturale reale, che si è tentato di colmare perpetuandone la memoria e trasformando il giorno della sua morte, il 6 febbraio 1981, in festa nazionale.
Allora, come oggi, in Giamaica divertirsi sembra d’obbligo: come nella “gag olimpica” della squadra di bob giamaicano sponsorizzata dalla Fiat. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi andare ai ritmi ipnotici della vita al ritmo di una musica che, proprio come il rum, entra nel sangue.
Ma dietro agli stereotipi del paradiso caraibico, esiste una Giamaica meno glamour, lontana dai lustrini del re del calypso Harry Belafonte e dal mondo di mojito e rumba che fa da ambiente per tanti spot pubblicitari. “Giamaica un paradiso in debito” - reportage del canale satellitare Cult - spiega come, nonostante la componente trainante del turismo, l’economia giamaicana si basi ancora sulle miniere di bauxite di cui è il primo produttore mondiale: troppo poco per essere competitiva e far fronte alla disoccupazione, male endemico del paese con punte del 30%.
La Giamaica condivide con i Caraibi la dimensione estrema dei conflitti sociali: o si appartiene alla casta miserabile di chi abita nei sobborghi di lamiera, o si vive nelle ville con piscina. Lo sapeva Bob Marley che la Giamaica l’ha cantata fino a rappresentarne l’anima più vera, unendo nella sua musica l’eredità caribe con la spiritualità africana, e costruendo il mito di un pacifismo terzomondista alternativo alla Cuba di Castro. La sua scomparsa sembra aver determinato per la Giamaica una perdita culturale reale, che si è tentato di colmare perpetuandone la memoria e trasformando il giorno della sua morte, il 6 febbraio 1981, in festa nazionale.