Asinara. L'isola di Ercole
di Pino CacucciDal mito antico, che la vuole creata dall'eroe greco, fino all'attuale paradiso 'a numero chiuso', l'Asinara è un luogo incontaminato dove la natura trova il suo spazio
Narra la leggenda che Ercole afferrò l’estrema propaggine settentrionale della Sardegna e la staccò dalla penisola della Nurra. E la strinse così forte nel pugno da assottigliarne la parte centrale, lasciandole impresse tre profonde insenature dove le possenti dita l’avevano strangolata. Herculis Insula, la chiamarono perciò i romani, e successivamente Sinuaria, per la sinuosità delle sue coste. Pare che Asinara deriverebbe dunque dalle graduali storpiature del nome romano, anche se i suoi celebri asinelli albini, proliferati sull’isola in epoca più recente, ne sono ormai il simbolo.
Antica e travagliata è la storia di questa splendida isola divenuta una riserva naturalistica selvaggia e aspra. Abitata fin dall’età della pietra, la presenza umana è testimoniata dalle domus de janas, le “case delle fate”, luoghi di culto funerari scavati nella roccia calcarea rinvenuti nella zona di Campu Perdu, dove è stata anche recuperata una statuetta di bronzo…
Antica e travagliata è la storia di questa splendida isola divenuta una riserva naturalistica selvaggia e aspra. Abitata fin dall’età della pietra, la presenza umana è testimoniata dalle domus de janas, le “case delle fate”, luoghi di culto funerari scavati nella roccia calcarea rinvenuti nella zona di Campu Perdu, dove è stata anche recuperata una statuetta di bronzo…
Narra la leggenda che Ercole afferrò l’estrema propaggine settentrionale della Sardegna e la staccò dalla penisola della Nurra. E la strinse così forte nel pugno da assottigliarne la parte centrale, lasciandole impresse tre profonde insenature dove le possenti dita l’avevano strangolata. Herculis Insula, la chiamarono perciò i romani, e successivamente Sinuaria, per la sinuosità delle sue coste. Pare che Asinara deriverebbe dunque dalle graduali storpiature del nome romano, anche se i suoi celebri asinelli albini, proliferati sull’isola in epoca più recente, ne sono ormai il simbolo.
Antica e travagliata è la storia di questa splendida isola divenuta una riserva naturalistica selvaggia e aspra. Abitata fin dall’età della pietra, la presenza umana è testimoniata dalle domus de janas, le “case delle fate”, luoghi di culto funerari scavati nella roccia calcarea rinvenuti nella zona di Campu Perdu, dove è stata anche recuperata una statuetta di bronzo risalente all’epoca nuragica. Conosciuta da fenici e greci per la posizione strategica e usata per rifornirsi di acqua nelle loro navigazioni commerciali, venne colonizzata dai romani e prosperò in stretto rapporto con la vicina Turris Lybissonis, l’odierna Porto Torres. L’incessante andirivieni di navi militari e da trasporto ha lasciato una traccia suggestiva: fu un evento sicuramente drammatico, un naufragio, che a distanza di millenni ci permette oggi di ammirare a pochi metri di profondità, davanti al molo di Cala Reale, su una prateria di alga posidonia, il relitto di una grande nave oneraria carica di anfore che contenevano salsa di pesce, una prelibatezza per quell’epoca. Si è deciso di lasciare tutto lì, regolamentando le immersioni su permesso della Soprintendenza Archeologica di Sassari, o “sorvolando” il sito con un battello dal fondo di vetro.
Nel 700 d.C. iniziarono le incursioni dei corsari arabi, che ingaggiavano furibonde lotte all’ultimo sangue con i sardi residenti, costretti a ritirarsi sempre più all’interno. Le repubbliche marinare di Genova e Pisa ne approfittarono per prendere il controllo di questi mari scatenando la caccia ai “mori”, mentre la famiglia dei Malaspina, signori della Lunigiana, pose un insediamento sull’Asinara facendo costruire il cosiddetto Castellaccio, una fortezza sul picco granitico i cui ruderi sovrastano ancora la località di Fornelli. Ma come tanti aspetti della storia dell’Asinara, anche questa presenza resta vaga e misteriosa, perché non si è ancora riusciti a stabilire l’epoca precisa e se davvero appartenesse ai Malaspina oppure ai Doria. Comunque, un dato di fatto è che a metà del XII secolo arrivarono i “pionieri” dall’abbazia pisana di San Michele in Borgo, i monaci camaldolesi che si misero caparbiamente a costruire dimore di pietre, votati alla povertà e alla meditazione.
Tre secoli più tardi, l’Asinara relegò al remoto passato la paciosità dei frati e divenne campo di battaglia tra Genovesi e Aragonesi, ferocemente impegnati a disputarsi il controllo dell’intera Sardegna. Nelle acque un tempo care a Ercole, nel giugno del 1409 la flotta iberica di stanza ad Alghero attaccò quella genovese che faceva base all’Asinara. Fu un’azione ardita, perché i catalano-aragonesi erano inferiori di numero, ma potevano contare sul “progresso tecnologico”: per la prima volta nella storia delle belluine contese mediterranee, le micidiali bombarde vennero impiegate a bordo delle imbarcazioni, armi di cui i genovesi non disponevano ancora, e ben sei delle loro galere irte di balestre e con i fanti di marina pronti all’abbordaggio a spada sguainata, colarono a picco con il fasciame squarciato da palle di ferro e mitraglia. Venne poi la ferale epopea del pirata Barbarossa, che in realtà si chiamava Kahyr al-Din ed era un esperto ammiraglio ottomano, che dopo aver messo a ferro e fuoco le coste dell’ex Mare Nostrum, da Lipari all’Andalusia, dall’Elba alla Sardegna, si insediò all’Asinara facendo del Castellaccio il suo maniero.
Dopo le parentesi settecentesche che videro pescatori liguri e pastori sardi dare un po’ di pace alla tanto contesa isola, i Savoia destinarono l’Asinara agli usi più tristi: nel 1885 vennero deportati per regio decreto tutti gli abitanti con il bestiame appresso, operazione non certo indolore, dato che sardi e liguri si opposero in alcuni casi anche con la forza, tanto da far intervenire esercito e navi da guerra, rassegnandosi poi a dare vita al paese di Stintino, propaggine oggi incantevole nella penisola della Nurra con spiagge degne dei tropici. Fu l’inizio della Cayenna sarda. Prima adibita a luogo di quarantena per equipaggi di navi sospette di epidemie a bordo, con annesso lazzaretto, l’Asinara nel 1915 divenne campo di prigionia per decine di migliaia di soldati austroungarici, e poi colonia penale agricola. Tra il 1937 e il 1939 vennero trasferiti qui centinaia di prigionieri etiopi. Nella Seconda guerra mondiale l’Asinara tornò tristemente in auge come zona di tragedie navali, quando appena un giorno dopo l’armistizio, il 9 settembre 1943, la possente corazzata Roma, ammiraglia della Marina Militare, venne centrata dai bombardieri della Luftwaffe - divenuti nemici da sole ventiquattr’ore - e affondò davanti a Punta dello Scorno.
Dal dopoguerra, l’Asinara diventò a tutti gli effetti un’isola-carcere, famigerata suo malgrado negli anni 70 come “speciale” per i fondatori delle Brigate Rosse - con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 - temporaneamente dismesso negli anni 80 e quindi destinazione di isolamento duro nel 1992 per i capi mafiosi in regime di 41 bis. Nel frattempo, i sardi organizzavano proteste e manifestazioni per riappropriarsi dell’isola, spesso con sindaci e assessori alla testa, protagonisti di clamorose “incursioni” andando a fare il bagno nelle cale proibite a chiunque. La promessa, eternamente rimandata, di farne un parco nazionale, fu finalmente realizzata nel 1997, anche se si è dovuto aspettare il 1999 per vedere del tutto “scarcerata” l’isola: da allora, l’Asinara è uno dei luoghi più incontaminati del Mediterraneo, proprio per l’assenza di frequentazione umana durata circa un secolo, dove si sta tentando di mantenere il delicato equilibrio che la natura è riuscita a conservare con sorprendenti scenari e specie faunistiche altrove minacciate di estinzione.
Da pochi anni l’Asinara è visitabile a “numero chiuso” e sotto stretto controllo della Guardia Forestale. Severamente vietato avvicinarsi alle coste con natanti a motore, si può attraccare con barche a vela previa richiesta di permesso, e accedervi tramite i pochi barconi autorizzati che al mattino salpano da Porto Torres e da Stintino. L’escursione più lunga ed esauriente - grazie alle esperte guide che ci accompagnano - è quella del “trenino ecologico”. Si parte da Fornelli e subito ci si ritrova attorniati dagli asinelli albini, sparsi un po’ dappertutto e sempre indecisi tra accettare una carezza o ragliarvi contro per farvi sentire degli intrusi. Poi ci si inerpica lungo la strada che percorre il cuore dell’isola, dove le capre selvatiche saltano su speroni di roccia e, con un po’ di fortuna, si possono avvistare anche i mufloni, che si stagliano sul granito scolpito dal vento come se posassero per una foto ricordo.
Più facili da incontrare le famigliole di pernici, qualche falco pellegrino e il più raro pescatore, o gli eleganti “cavalieri d’Italia”, dalle lunghe zampe rosse e il becco aguzzo, mentre il gabbiano corso sta lottando per la sopravvivenza, stavolta non a causa dell’uomo ma del cugino gabbiano reale che, nidificando un mese prima, sceglie i luoghi migliori e poi tiene alla larga i corsi o addirittura distrugge le loro uova. Tra le soste del percorso, alcuni panorami memorabili, come quelli sul versante occidentale, con le falesie a strapiombo sul mare, le svariate insenature con spiagge incantevoli, e Cala Reale, con i suoi edifici ristrutturati per accogliere gruppi di studio e scolaresche, dove è prevista una sosta per rifocillarsi: e subito spuntano dai fitti cespugli cinghiali di varie età, spesso cuccioli grufolanti, ma anche alcuni abbastanza grossi da inquietare.
Se gli arbusti ricoprono interamente l’isola, tra i quali spiccano le euforbie arboree che in periodo secco assumono l’aspetto di enormi coralli rossicci, un tempo l’Asinara era molto boscosa: le guide spiegano che, purtroppo, l’amministrazione penitenziaria fin dall’inizio del secolo ha tagliato e bruciato indiscriminatamente gli alberi, per meglio controllare i detenuti in lavoro esterno e togliere il riparo dei boschi agli eventuali fuggiaschi. Oggi resistono solo sporadici quanto rari esemplari di ginepro fenicio, che cresce lentamente e ha un resistente legno pregiatissimo e profumato.
Meta finale dell’escursione è Cala d’Oliva, altra struttura carceraria denominata Diramazione Centrale trasformata in Centro di Educazione Ambientale: le antiche celle formano un quadrato intorno al vasto cortile, tutto imbiancato a calce, abbagliante sotto il sole pomeridiano, uno scenario che ricorda il film “Papillon”, dove gli ospiti dei corsi di studio e ricerca possono fare la singolare esperienza di dormire nei letti a castello un tempo occupati dai condannati a lunghe pene. La differenza non da poco è che adesso le pesanti porte con spioncino si chiudono – e soprattutto si riaprono – dall’interno, e nessuna guardia vi sveglia all’alba per la “conta”. Dei tanti carcerati che scoprirono un’anima d’artista, restano esposte alcune sculture in pietra e soprattutto in legno, intagliato finemente con la pazienza di chi aveva molto, molto tempo a disposizione.
Antica e travagliata è la storia di questa splendida isola divenuta una riserva naturalistica selvaggia e aspra. Abitata fin dall’età della pietra, la presenza umana è testimoniata dalle domus de janas, le “case delle fate”, luoghi di culto funerari scavati nella roccia calcarea rinvenuti nella zona di Campu Perdu, dove è stata anche recuperata una statuetta di bronzo risalente all’epoca nuragica. Conosciuta da fenici e greci per la posizione strategica e usata per rifornirsi di acqua nelle loro navigazioni commerciali, venne colonizzata dai romani e prosperò in stretto rapporto con la vicina Turris Lybissonis, l’odierna Porto Torres. L’incessante andirivieni di navi militari e da trasporto ha lasciato una traccia suggestiva: fu un evento sicuramente drammatico, un naufragio, che a distanza di millenni ci permette oggi di ammirare a pochi metri di profondità, davanti al molo di Cala Reale, su una prateria di alga posidonia, il relitto di una grande nave oneraria carica di anfore che contenevano salsa di pesce, una prelibatezza per quell’epoca. Si è deciso di lasciare tutto lì, regolamentando le immersioni su permesso della Soprintendenza Archeologica di Sassari, o “sorvolando” il sito con un battello dal fondo di vetro.
Nel 700 d.C. iniziarono le incursioni dei corsari arabi, che ingaggiavano furibonde lotte all’ultimo sangue con i sardi residenti, costretti a ritirarsi sempre più all’interno. Le repubbliche marinare di Genova e Pisa ne approfittarono per prendere il controllo di questi mari scatenando la caccia ai “mori”, mentre la famiglia dei Malaspina, signori della Lunigiana, pose un insediamento sull’Asinara facendo costruire il cosiddetto Castellaccio, una fortezza sul picco granitico i cui ruderi sovrastano ancora la località di Fornelli. Ma come tanti aspetti della storia dell’Asinara, anche questa presenza resta vaga e misteriosa, perché non si è ancora riusciti a stabilire l’epoca precisa e se davvero appartenesse ai Malaspina oppure ai Doria. Comunque, un dato di fatto è che a metà del XII secolo arrivarono i “pionieri” dall’abbazia pisana di San Michele in Borgo, i monaci camaldolesi che si misero caparbiamente a costruire dimore di pietre, votati alla povertà e alla meditazione.
Tre secoli più tardi, l’Asinara relegò al remoto passato la paciosità dei frati e divenne campo di battaglia tra Genovesi e Aragonesi, ferocemente impegnati a disputarsi il controllo dell’intera Sardegna. Nelle acque un tempo care a Ercole, nel giugno del 1409 la flotta iberica di stanza ad Alghero attaccò quella genovese che faceva base all’Asinara. Fu un’azione ardita, perché i catalano-aragonesi erano inferiori di numero, ma potevano contare sul “progresso tecnologico”: per la prima volta nella storia delle belluine contese mediterranee, le micidiali bombarde vennero impiegate a bordo delle imbarcazioni, armi di cui i genovesi non disponevano ancora, e ben sei delle loro galere irte di balestre e con i fanti di marina pronti all’abbordaggio a spada sguainata, colarono a picco con il fasciame squarciato da palle di ferro e mitraglia. Venne poi la ferale epopea del pirata Barbarossa, che in realtà si chiamava Kahyr al-Din ed era un esperto ammiraglio ottomano, che dopo aver messo a ferro e fuoco le coste dell’ex Mare Nostrum, da Lipari all’Andalusia, dall’Elba alla Sardegna, si insediò all’Asinara facendo del Castellaccio il suo maniero.
Dopo le parentesi settecentesche che videro pescatori liguri e pastori sardi dare un po’ di pace alla tanto contesa isola, i Savoia destinarono l’Asinara agli usi più tristi: nel 1885 vennero deportati per regio decreto tutti gli abitanti con il bestiame appresso, operazione non certo indolore, dato che sardi e liguri si opposero in alcuni casi anche con la forza, tanto da far intervenire esercito e navi da guerra, rassegnandosi poi a dare vita al paese di Stintino, propaggine oggi incantevole nella penisola della Nurra con spiagge degne dei tropici. Fu l’inizio della Cayenna sarda. Prima adibita a luogo di quarantena per equipaggi di navi sospette di epidemie a bordo, con annesso lazzaretto, l’Asinara nel 1915 divenne campo di prigionia per decine di migliaia di soldati austroungarici, e poi colonia penale agricola. Tra il 1937 e il 1939 vennero trasferiti qui centinaia di prigionieri etiopi. Nella Seconda guerra mondiale l’Asinara tornò tristemente in auge come zona di tragedie navali, quando appena un giorno dopo l’armistizio, il 9 settembre 1943, la possente corazzata Roma, ammiraglia della Marina Militare, venne centrata dai bombardieri della Luftwaffe - divenuti nemici da sole ventiquattr’ore - e affondò davanti a Punta dello Scorno.
Dal dopoguerra, l’Asinara diventò a tutti gli effetti un’isola-carcere, famigerata suo malgrado negli anni 70 come “speciale” per i fondatori delle Brigate Rosse - con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 - temporaneamente dismesso negli anni 80 e quindi destinazione di isolamento duro nel 1992 per i capi mafiosi in regime di 41 bis. Nel frattempo, i sardi organizzavano proteste e manifestazioni per riappropriarsi dell’isola, spesso con sindaci e assessori alla testa, protagonisti di clamorose “incursioni” andando a fare il bagno nelle cale proibite a chiunque. La promessa, eternamente rimandata, di farne un parco nazionale, fu finalmente realizzata nel 1997, anche se si è dovuto aspettare il 1999 per vedere del tutto “scarcerata” l’isola: da allora, l’Asinara è uno dei luoghi più incontaminati del Mediterraneo, proprio per l’assenza di frequentazione umana durata circa un secolo, dove si sta tentando di mantenere il delicato equilibrio che la natura è riuscita a conservare con sorprendenti scenari e specie faunistiche altrove minacciate di estinzione.
Da pochi anni l’Asinara è visitabile a “numero chiuso” e sotto stretto controllo della Guardia Forestale. Severamente vietato avvicinarsi alle coste con natanti a motore, si può attraccare con barche a vela previa richiesta di permesso, e accedervi tramite i pochi barconi autorizzati che al mattino salpano da Porto Torres e da Stintino. L’escursione più lunga ed esauriente - grazie alle esperte guide che ci accompagnano - è quella del “trenino ecologico”. Si parte da Fornelli e subito ci si ritrova attorniati dagli asinelli albini, sparsi un po’ dappertutto e sempre indecisi tra accettare una carezza o ragliarvi contro per farvi sentire degli intrusi. Poi ci si inerpica lungo la strada che percorre il cuore dell’isola, dove le capre selvatiche saltano su speroni di roccia e, con un po’ di fortuna, si possono avvistare anche i mufloni, che si stagliano sul granito scolpito dal vento come se posassero per una foto ricordo.
Più facili da incontrare le famigliole di pernici, qualche falco pellegrino e il più raro pescatore, o gli eleganti “cavalieri d’Italia”, dalle lunghe zampe rosse e il becco aguzzo, mentre il gabbiano corso sta lottando per la sopravvivenza, stavolta non a causa dell’uomo ma del cugino gabbiano reale che, nidificando un mese prima, sceglie i luoghi migliori e poi tiene alla larga i corsi o addirittura distrugge le loro uova. Tra le soste del percorso, alcuni panorami memorabili, come quelli sul versante occidentale, con le falesie a strapiombo sul mare, le svariate insenature con spiagge incantevoli, e Cala Reale, con i suoi edifici ristrutturati per accogliere gruppi di studio e scolaresche, dove è prevista una sosta per rifocillarsi: e subito spuntano dai fitti cespugli cinghiali di varie età, spesso cuccioli grufolanti, ma anche alcuni abbastanza grossi da inquietare.
Se gli arbusti ricoprono interamente l’isola, tra i quali spiccano le euforbie arboree che in periodo secco assumono l’aspetto di enormi coralli rossicci, un tempo l’Asinara era molto boscosa: le guide spiegano che, purtroppo, l’amministrazione penitenziaria fin dall’inizio del secolo ha tagliato e bruciato indiscriminatamente gli alberi, per meglio controllare i detenuti in lavoro esterno e togliere il riparo dei boschi agli eventuali fuggiaschi. Oggi resistono solo sporadici quanto rari esemplari di ginepro fenicio, che cresce lentamente e ha un resistente legno pregiatissimo e profumato.
Meta finale dell’escursione è Cala d’Oliva, altra struttura carceraria denominata Diramazione Centrale trasformata in Centro di Educazione Ambientale: le antiche celle formano un quadrato intorno al vasto cortile, tutto imbiancato a calce, abbagliante sotto il sole pomeridiano, uno scenario che ricorda il film “Papillon”, dove gli ospiti dei corsi di studio e ricerca possono fare la singolare esperienza di dormire nei letti a castello un tempo occupati dai condannati a lunghe pene. La differenza non da poco è che adesso le pesanti porte con spioncino si chiudono – e soprattutto si riaprono – dall’interno, e nessuna guardia vi sveglia all’alba per la “conta”. Dei tanti carcerati che scoprirono un’anima d’artista, restano esposte alcune sculture in pietra e soprattutto in legno, intagliato finemente con la pazienza di chi aveva molto, molto tempo a disposizione.