Viaggi

VIAGGI DELLA MEMORIA

La classe dirigente di Ascanio Celestini

In viaggio in prima classe, ritornando dalla Svizzera, insieme a un'elite della nostra società. Tra cravattoni, manager col riporto e ossigenate segretarie di avvocati. I Viaggi

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Il manager col riporto torna dalla Svizzera. Parla al telefono con la moglie, una certa Marisa. Il volume della voce è quello dei comizi in piazza. Lei vuole andare al mare con le amiche, lui no. “Inventa una scusa, ma deve essere farina del tuo sacco se vuoi essere credibile” dice lui. Quante volte andrà dal barbiere per tutelare quel riporto rigido? O forse è il fabbro che glielo modella sull’incudine?

Mi hanno pagato il biglietto in prima. Allora viaggio con la classe dirigente. Un pelato abbronzato che sale a Bologna gioca alla play station e attacca bottone con la signora bionda accanto a me. Un capellone brizzolato col cravattone si mette alla sua destra, "siamo in orario?" chiede sporgendosi dal cavernicolo nodo della cravatta. "Lei è calabrese? - dice la bionda- Comunque è un ritardo di dieci minuti". "Ritardo programmato -sostiene il pelatino- siamo in Italia..." e snocciola tutte le sue esperienze di viaggi, il master in America e l’azienda di Gallarate che produce in Cina “e lei di che si occupa signora?” È assistente di un famoso avvocato, uno che difendeva i parenti delle vittime nelle stragi di Stato e adesso è passato a servizio di un grande editore. E’ pure finito al Parlamento dove ha contribuito a scrivere leggi su misura per il suo principale. E il dottor Cravattone? Non lo vuole dire.

Ha le cuffiette appese alla cravatta, stava vedendo un film sull’iPod, voleva farsi una mezzoretta di mini-cinema, ma ora si appassiona al discorso. Parlano della Francia che è nazionalista e cambia i nomi alle cose che tutti gli altri chiamano in inglese. “Pure noi dovremmo avere più attaccamento alla patria -dice l’ossigenata assistente del flessibile azzeccagarbugli- sennò finirà che parleremo arabo con tutti questi extracomunitari che facciamo entrare”. Meno male che non ha detto “vengono in Italia per rubarci il lavoro”.

Non me lo immagino l’africano deperito che sbarca dal canotto e le ruba la scrivania nell’ufficio legale che trasforma la clandestinità in reato. Adesso richiama Marisa e sveglia il povero dottor Riporto che si era appennicato “digli che non son tornato. Non ti metto le parole in bocca, ma tu digli che sto a Zurigo” e invece siamo a Grizzana. Intanto il calabrese soffia potenti gaiser nel fazzoletto e fa supporre che il contenuto delle ruggenti froce sia un mistero superiore al suo segreto lavoro. Vista la foga con la quale cerca di sradicarne il contenuto è possibile che in quei buchi ci allevi le cozze. Più avanti nel corridoio c’è un napoletano che fa il solitario sul portatile.

Si fermerà a Roma o scenderà fino in Campania? Avrà il tempo necessario per sistemare tutte le sue carte in virtuali mucchietti? E poi una magra roscia con gli stivali di pelle vera e il naso finto si sbraca sul sedile reclinabile, sfila le calosce e sgranchisce il ditone guantato di nylon. Dopo Calenzano le cravatte si slacciano, si allentano le cinte e qualche bottone scappa dall’asola griffata. Una testa impomatata si incolla al finestrino, qualche ugola comincia a ronfare e una bolla si gonfia pulsante sotto un naso. Squilla un telefono, forse è Marisa. Nessuno risponde. Ha il sonno pesante la classe dirigente.