Rosa Cademartori, ventenne genovese, l’Atlantico cattivo lo attraversò per andare a fabbricare saponette in una ditta di New York. Andrea Gagliardo, tredicenne di Chiavari, a fine '800 suonava l’organetto per le vie di Boston, prima di fare fortuna come ortolano e cercatore d’oro poi nella British Columbia. Teresa Sciocchiponte, contadina del Sud con figli al seguito, smarrì i bagagli non appena sbarcata a La Merica. E fu immortalata in una delle foto più famose della storia dell’emigrazione negli Stati Uniti. Tre vicende simbolo, tre nomi autentici, buoni testimonial dei tre milioni di italiani (su un totale di 12 milioni di emigranti, il 70% dell’intero flusso migratorio per il Nordamerica) che tra il 1892 e il 1956 transitarono per Ellis Island, isolotto strategico nella baia della Grande Mela, ex polveriera trasformata dal Bureau of Immigration in centro federale di accoglienza.
Per filtrare, a fine '800, la massiccia ondata migratoria che dall'Europa si riversò, per fame, a sostenere lo sviluppo dell’industria statunitense. Alle peripezie di migliaia di connazionali è dedicata la mostra "Da Genova a Ellis Island. Il viaggio per mare ai tempi dell’emigrazione italiana" che si inaugura in questi giorni nel capoluogo ligure, presso il Galata-Museo del Mare (Calata De Mari, 1 tel 010/2345655, il sito ). Scopo della mostra? Raccontare un’epopea collettiva di rinunce e speranze attraverso microstorie di singoli, accomunate tutte dal medesimo evento, quello obbligatorio, perlopiù temuto, della traversata in nave. Ma in modo completamente originale. Come? Coinvolgendo emotivamente il visitatore, che, munito di passaporto, biglietto di viaggio e nome di un emigrante realmente esistito potrà ripercorrere virtualmente, lungo ben 8 sale, tutte le fasi del viaggio fino a Ellis Island.
[[ge:rep-locali:repubblica:117036948]] Complici postazioni multimediali, filmati, voci e suoni narranti e un simulatore navale, già installato nel marzo 2007, grazie al quale poter entrare nella baia di New York manovrando personalmente al timone. Insomma, un'allegoria postmoderna dell’emigrazione. Nella quale il Visitatore-Emigrante, insieme a Rosa, Andrea e Teresa, finisce per partire anche lui. Ma perché proprio da Genova? “Perché Genova a fine ’800 era il porto più attrezzato del paese, con salde tradizioni commerciali con le Americhe”, spiega Pierangelo Campodonico, curatore della mostra e direttore del Galata.
"E certo non fu una città tollerante con gli emigranti, mal sopportati e depredati nei giorni di attesa, lungo le banchine o in tuguri affittati a caro prezzo. Con la scusa di non perdere il piroscafo, i viaggiatori venivano fatti arrivare molto tempo prima… e in questo periodo succedeva di tutto. I primi a fare business con gli emigranti italiani furono gli italiani stessi: perché, come per il maiale, dell’emigrante non si buttava via nulla". E a documentare i bivacchi sotto la Lanterna ecco allora il grande dipinto di Angiolo Tommasi Emigranti, che nel 1895 così li ritrasse lungo ponte Federico Guglielmo.
Dopo l’effetto distacco dal molo, lacerante strappo tra vecchio e nuovo mondo, la traversata. La mostra ricostruisce infatti una sezione del piroscafo Taormina, accessibile da uno scalandrone d’epoca: è la vita di bordo, con commissari e relativi diari, la terza classe di De Gregori, con bagni, infermerie, camerate e letti, dove, per la prima volta in un allestimento museale italiano, ci si potrà stendere, ascoltando i racconti degli altri imbarcati. Attivati da un silenzioso sistema a raggi infrarossi. Infine l’arrivo a Ellis Island, nella mitica Inspection Line, vera cruna dell’ago dove si giocò il destino di migliaia di viaggiatori. Dove 30 dollari in più (bisognava avere contanti per sbarcare a terra) o una scarsa brillantezza fisica e mentale potevano fare la differenza agli occhi dei vari dottor Safford e Davis. Che arrivarono a visionare anche 8000 individui al giorno. Anche il Visitatore finisce per fare i conti con l’Immigrazione al termine del viaggio. Rispondendo infatti alle 29 domande di rito che valutavano l’ammissibilità finale dei nuovi arrivati, scoprirà infatti se scatterà per lui un "accepted" o un "refused".
[[ge:rep-locali:repubblica:117036949]]Rivivendo il brivido di tanti suoi compatrioti. Ma supporti tecnologici a parte, è di sicuro l’impressionante mole di documentazione raccolta a fare la differenza in questo viaggio virtuale dalla Lanterna a Miss Liberty. A parte la collaborazione con l’Ellis Island Immigration Museum di New York, valgano per tutte le decine di migliaia di scritti messi a disposizione dall’Archivio Ligure di Scrittura Popolare (010/2099837). Che hanno permesso così di tracciare una sorta di identikit tipo dell’emigrante primi '900. "Chi furono gli italiani di Ellis Island?", racconta Antonio Gibelli, direttore dell’Archivio. "
Gente che afferrò questa sfida carica di energia, spinta dal bisogno di conquistare gli spazi che il Nuovo Mondo offriva loro. Incline sì alla nostalgia, ma anche all’organizzazione e all’ascesa culturale e sociale”. Achille Rosa, ventiduenne minatore dello Utah, nel 1906 già scriveva ai suoi compagni in un terribile italiano cosa fare per strappare in miniera le paghe migliori. In una sorta di forum ante litteram, che invece di cavalcare il web, solcò più volte il mare
Per filtrare, a fine '800, la massiccia ondata migratoria che dall'Europa si riversò, per fame, a sostenere lo sviluppo dell’industria statunitense. Alle peripezie di migliaia di connazionali è dedicata la mostra "Da Genova a Ellis Island. Il viaggio per mare ai tempi dell’emigrazione italiana" che si inaugura in questi giorni nel capoluogo ligure, presso il Galata-Museo del Mare (Calata De Mari, 1 tel 010/2345655, il sito ). Scopo della mostra? Raccontare un’epopea collettiva di rinunce e speranze attraverso microstorie di singoli, accomunate tutte dal medesimo evento, quello obbligatorio, perlopiù temuto, della traversata in nave. Ma in modo completamente originale. Come? Coinvolgendo emotivamente il visitatore, che, munito di passaporto, biglietto di viaggio e nome di un emigrante realmente esistito potrà ripercorrere virtualmente, lungo ben 8 sale, tutte le fasi del viaggio fino a Ellis Island.
[[ge:rep-locali:repubblica:117036948]] Complici postazioni multimediali, filmati, voci e suoni narranti e un simulatore navale, già installato nel marzo 2007, grazie al quale poter entrare nella baia di New York manovrando personalmente al timone. Insomma, un'allegoria postmoderna dell’emigrazione. Nella quale il Visitatore-Emigrante, insieme a Rosa, Andrea e Teresa, finisce per partire anche lui. Ma perché proprio da Genova? “Perché Genova a fine ’800 era il porto più attrezzato del paese, con salde tradizioni commerciali con le Americhe”, spiega Pierangelo Campodonico, curatore della mostra e direttore del Galata.
"E certo non fu una città tollerante con gli emigranti, mal sopportati e depredati nei giorni di attesa, lungo le banchine o in tuguri affittati a caro prezzo. Con la scusa di non perdere il piroscafo, i viaggiatori venivano fatti arrivare molto tempo prima… e in questo periodo succedeva di tutto. I primi a fare business con gli emigranti italiani furono gli italiani stessi: perché, come per il maiale, dell’emigrante non si buttava via nulla". E a documentare i bivacchi sotto la Lanterna ecco allora il grande dipinto di Angiolo Tommasi Emigranti, che nel 1895 così li ritrasse lungo ponte Federico Guglielmo.
Dopo l’effetto distacco dal molo, lacerante strappo tra vecchio e nuovo mondo, la traversata. La mostra ricostruisce infatti una sezione del piroscafo Taormina, accessibile da uno scalandrone d’epoca: è la vita di bordo, con commissari e relativi diari, la terza classe di De Gregori, con bagni, infermerie, camerate e letti, dove, per la prima volta in un allestimento museale italiano, ci si potrà stendere, ascoltando i racconti degli altri imbarcati. Attivati da un silenzioso sistema a raggi infrarossi. Infine l’arrivo a Ellis Island, nella mitica Inspection Line, vera cruna dell’ago dove si giocò il destino di migliaia di viaggiatori. Dove 30 dollari in più (bisognava avere contanti per sbarcare a terra) o una scarsa brillantezza fisica e mentale potevano fare la differenza agli occhi dei vari dottor Safford e Davis. Che arrivarono a visionare anche 8000 individui al giorno. Anche il Visitatore finisce per fare i conti con l’Immigrazione al termine del viaggio. Rispondendo infatti alle 29 domande di rito che valutavano l’ammissibilità finale dei nuovi arrivati, scoprirà infatti se scatterà per lui un "accepted" o un "refused".
[[ge:rep-locali:repubblica:117036949]]Rivivendo il brivido di tanti suoi compatrioti. Ma supporti tecnologici a parte, è di sicuro l’impressionante mole di documentazione raccolta a fare la differenza in questo viaggio virtuale dalla Lanterna a Miss Liberty. A parte la collaborazione con l’Ellis Island Immigration Museum di New York, valgano per tutte le decine di migliaia di scritti messi a disposizione dall’Archivio Ligure di Scrittura Popolare (010/2099837). Che hanno permesso così di tracciare una sorta di identikit tipo dell’emigrante primi '900. "Chi furono gli italiani di Ellis Island?", racconta Antonio Gibelli, direttore dell’Archivio. "
Gente che afferrò questa sfida carica di energia, spinta dal bisogno di conquistare gli spazi che il Nuovo Mondo offriva loro. Incline sì alla nostalgia, ma anche all’organizzazione e all’ascesa culturale e sociale”. Achille Rosa, ventiduenne minatore dello Utah, nel 1906 già scriveva ai suoi compagni in un terribile italiano cosa fare per strappare in miniera le paghe migliori. In una sorta di forum ante litteram, che invece di cavalcare il web, solcò più volte il mare