Il Grand Hotel di Fellini
di F. F. FelliniLa nipote del grande maestro evoca uno scritto di suo zio, che racconta di quando l’albergo era frequentato soprattutto da principi e sceicchi,
alimentando così il mito intramontabile. I Viaggi
Quest'anno si celebra il Centenario del
Grand Hotel di Rimini, ma sono anche 35 anni
dall’uscita nelle sale di un capolavoro come
Amarcord (Oscar nel ’74), dove Fellini rievoca
le stagioni della sua città negli Anni Trenta e le
avventure al Grand Hotel di principi e sceicchi,
raccontando il mito della Riviera Romagnola
in forma poetica.
Così scriveva Federico nel volume La mia Rimini: "Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare scenari suggestivi nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.
Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d'estate diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s…
Così scriveva Federico nel volume La mia Rimini: "Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare scenari suggestivi nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.
Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d'estate diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s…
Quest'anno si celebra il Centenario del
Grand Hotel di Rimini, ma sono anche 35 anni
dall’uscita nelle sale di un capolavoro come
Amarcord (Oscar nel ’74), dove Fellini rievoca
le stagioni della sua città negli Anni Trenta e le
avventure al Grand Hotel di principi e sceicchi,
raccontando il mito della Riviera Romagnola
in forma poetica.
Così scriveva Federico nel volume La mia Rimini: "Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare scenari suggestivi nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.
Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d'estate diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s’intravvedevano nude schiene di donne che sembravano d'oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire.
Erano i motivi dei film americani: Sonny boy, I love you, Alone, che l'inverno prima avevamo sentito al cinema Fulgor e che poi avevamo mugolato per interi pomeriggi, con l'Anabasi di Senofonte sul tavolino e gli occhi perduti nel vuoto. Soltanto d'inverno, con l'umidità, il buio, la nebbia, riuscivamo a prendere possesso delle vaste terrazze del Grand Hotel fradice d'acqua. Ma era come arrivare in un accampamento quando tutti sono andati via. Ma una volta, una sola, ho preso la rincorsa su per la gradinata, ho attraversato a testa bassa il terrazzame abbagliante di luce e sono entrato… Lì per lì non ho visto niente. Poi ho visto divani grandi come barche; poltrone enormi come letti; la guida rossa saliva curvando assieme alla gradinata di marmo verso lo scintillio di vetrate colorate; fiori, pavoni, grovigli di serpi con le lingue intrecciate e da un’altezza vertiginosa piombava giù, restando miracolosamente sospeso a mezz’aria, il più grande lampadario del mondo…".
Quando Federico era bambino, un appartamento al Grand Hotel rappresentava per lui l’irraggiungibile. Non avrebbe mai creduto che un giorno ci avrebbe vissuto come ospite di riguardo e che l’albergo si sarebbe ritenuto onorato di averlo fra i suoi ospiti. Né avrebbe mai voluto credere che la sua permanenza potesse non procurargli alcuna gioia, perché prigioniero della malattia (circa vent’anni dopo l’uscita di Amarcord il 3 agosto del 1993, Fellini in convalescenza da un brutto intervento all’aorta, proprio in una suite del Grand Hotel, sarà colpito da ictus).
Continuo a domandarmi perché Federico scelse proprio Rimini per la sua delicata convalescenza. Forse si aspettava come per incanto di ritrovare in giro per strada la sua cagnolina Titina (chiamata così in omaggio al generale Nobile); il piccolo circo che sfilava per strada, quando era bambino; il Fulgor dove grazie ai fratelli Marx era nato il suo amore per il cinema.
Come regalo di compleanno al Grand Hotel ho deciso di aprire l’album più segreto dei ricordi della Famiglia Fellini e raccontarvi un mio “amarcord”. Come fu diverso per mamma e papà la sera del capodanno del ’92. Lo zio Federico era arrivato assieme alla zia Giulietta il 30 dicembre, preannunciato come al solito da una telefonata all’ultimo momento. Aveva invitato a seguirli il professor Majer di Sondrio con la moglie. Majer, mago per gli interventi al ginocchio, aveva operato Giulietta per due menischi incrinati.
La mattina del 31 lo zio Federico assieme a papà, andò al cimitero a trovare i nonni. All’uscita dal cimitero, quella mattina bella e molto fredda, si accostò a loro una signora anziana che a voce bassa, disse a Federico: "Signor Fellini…è lei vero? Io sono la Gradisca!" Papà disse che lo zio immediatamente sorrise e l’abbracciò, ed ebbe per lei tante belle parole.
Durante il giorno parlò di quell’incontro, di quel suo personaggio conosciuto ormai in tutto il mondo grazie ad Amarcord che aveva rivisto per caso, in un posto dove tutte le genti del mondo prima o poi arrivano.
Il Grand Hotel, come sempre nel periodo natalizio, era una favola. Su ogni balcone c’era un alberino con luci intermittenti, nel giardino ve n’era uno davvero imponente e un altro era nella hall. La mamma raccontava che quella sera avrebbero cenato al ristorante Mediterraneo, ma con un po' di anticipo rispetto ai numerosi riminesi che avevano prenotato per il cenone: Federico stabilì infatti di essere lì un po’ prima delle 20.
Erano solo loro 6, unici occupanti della sala. Gli portarono tanti piccoli assaggini, proprio come piaceva allo zione, mentre la mamma e zia Getta si guardavano raggianti: iniziare insieme il nuovo anno sarebbe stato certamente di buono auspicio. (Purtroppo non è stato così). Poi quando iniziarono ad arrivare gli altri commensali fecero ritorno al Grand Hotel dove, eccettuato il portiere di notte non vi era anima viva. Era il primo capodanno che il proprietario, il commendatore Arpesella, aveva deciso di non festeggiare con il consueto cenone: all’insegna dell’austerity! Si sedettero nell’angolo salotto dove Federico amava stare e parlarono per circa 2 ore, di tutto, divertendosi un sacco.
Quando si accorsero che mancavano una manciata di minuti alla mezzanotte, si fecero portare una bottiglia di champagne e, con le coppe vuote in mano e il cameriere dietro di loro con la bottiglia si trasferirono nella saletta della televisione per seguire la diretta dello show di fine anno. E mentre qualcuno iniziava il conto alla rovescia – "meno 9, 8, 7, 6..." – il mio papà posò in mano a ciascuno di loro delle monetine dicendo: porta fortuna. «Meno 3, 2, 1!». Il vecchio anno se n’era andato! Si scambiarono dei sonori bacioni, poi il solito Federico mise le dita nella sua coppa e spruzzò tutti di tante goccioline di champagne. Sì, sarebbe stato davvero un buon anno per tutti, mamma e papà per lo meno ne erano convinti
Così scriveva Federico nel volume La mia Rimini: "Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare scenari suggestivi nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.
Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand Hotel. Le sere d'estate diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante s’intravvedevano nude schiene di donne che sembravano d'oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire.
Erano i motivi dei film americani: Sonny boy, I love you, Alone, che l'inverno prima avevamo sentito al cinema Fulgor e che poi avevamo mugolato per interi pomeriggi, con l'Anabasi di Senofonte sul tavolino e gli occhi perduti nel vuoto. Soltanto d'inverno, con l'umidità, il buio, la nebbia, riuscivamo a prendere possesso delle vaste terrazze del Grand Hotel fradice d'acqua. Ma era come arrivare in un accampamento quando tutti sono andati via. Ma una volta, una sola, ho preso la rincorsa su per la gradinata, ho attraversato a testa bassa il terrazzame abbagliante di luce e sono entrato… Lì per lì non ho visto niente. Poi ho visto divani grandi come barche; poltrone enormi come letti; la guida rossa saliva curvando assieme alla gradinata di marmo verso lo scintillio di vetrate colorate; fiori, pavoni, grovigli di serpi con le lingue intrecciate e da un’altezza vertiginosa piombava giù, restando miracolosamente sospeso a mezz’aria, il più grande lampadario del mondo…".
Quando Federico era bambino, un appartamento al Grand Hotel rappresentava per lui l’irraggiungibile. Non avrebbe mai creduto che un giorno ci avrebbe vissuto come ospite di riguardo e che l’albergo si sarebbe ritenuto onorato di averlo fra i suoi ospiti. Né avrebbe mai voluto credere che la sua permanenza potesse non procurargli alcuna gioia, perché prigioniero della malattia (circa vent’anni dopo l’uscita di Amarcord il 3 agosto del 1993, Fellini in convalescenza da un brutto intervento all’aorta, proprio in una suite del Grand Hotel, sarà colpito da ictus).
Continuo a domandarmi perché Federico scelse proprio Rimini per la sua delicata convalescenza. Forse si aspettava come per incanto di ritrovare in giro per strada la sua cagnolina Titina (chiamata così in omaggio al generale Nobile); il piccolo circo che sfilava per strada, quando era bambino; il Fulgor dove grazie ai fratelli Marx era nato il suo amore per il cinema.
Come regalo di compleanno al Grand Hotel ho deciso di aprire l’album più segreto dei ricordi della Famiglia Fellini e raccontarvi un mio “amarcord”. Come fu diverso per mamma e papà la sera del capodanno del ’92. Lo zio Federico era arrivato assieme alla zia Giulietta il 30 dicembre, preannunciato come al solito da una telefonata all’ultimo momento. Aveva invitato a seguirli il professor Majer di Sondrio con la moglie. Majer, mago per gli interventi al ginocchio, aveva operato Giulietta per due menischi incrinati.
La mattina del 31 lo zio Federico assieme a papà, andò al cimitero a trovare i nonni. All’uscita dal cimitero, quella mattina bella e molto fredda, si accostò a loro una signora anziana che a voce bassa, disse a Federico: "Signor Fellini…è lei vero? Io sono la Gradisca!" Papà disse che lo zio immediatamente sorrise e l’abbracciò, ed ebbe per lei tante belle parole.
Durante il giorno parlò di quell’incontro, di quel suo personaggio conosciuto ormai in tutto il mondo grazie ad Amarcord che aveva rivisto per caso, in un posto dove tutte le genti del mondo prima o poi arrivano.
Il Grand Hotel, come sempre nel periodo natalizio, era una favola. Su ogni balcone c’era un alberino con luci intermittenti, nel giardino ve n’era uno davvero imponente e un altro era nella hall. La mamma raccontava che quella sera avrebbero cenato al ristorante Mediterraneo, ma con un po' di anticipo rispetto ai numerosi riminesi che avevano prenotato per il cenone: Federico stabilì infatti di essere lì un po’ prima delle 20.
Erano solo loro 6, unici occupanti della sala. Gli portarono tanti piccoli assaggini, proprio come piaceva allo zione, mentre la mamma e zia Getta si guardavano raggianti: iniziare insieme il nuovo anno sarebbe stato certamente di buono auspicio. (Purtroppo non è stato così). Poi quando iniziarono ad arrivare gli altri commensali fecero ritorno al Grand Hotel dove, eccettuato il portiere di notte non vi era anima viva. Era il primo capodanno che il proprietario, il commendatore Arpesella, aveva deciso di non festeggiare con il consueto cenone: all’insegna dell’austerity! Si sedettero nell’angolo salotto dove Federico amava stare e parlarono per circa 2 ore, di tutto, divertendosi un sacco.
Quando si accorsero che mancavano una manciata di minuti alla mezzanotte, si fecero portare una bottiglia di champagne e, con le coppe vuote in mano e il cameriere dietro di loro con la bottiglia si trasferirono nella saletta della televisione per seguire la diretta dello show di fine anno. E mentre qualcuno iniziava il conto alla rovescia – "meno 9, 8, 7, 6..." – il mio papà posò in mano a ciascuno di loro delle monetine dicendo: porta fortuna. «Meno 3, 2, 1!». Il vecchio anno se n’era andato! Si scambiarono dei sonori bacioni, poi il solito Federico mise le dita nella sua coppa e spruzzò tutti di tante goccioline di champagne. Sì, sarebbe stato davvero un buon anno per tutti, mamma e papà per lo meno ne erano convinti