Quanti siano è un mistero.
Mille probabilmente, di
sicuro sulle montagne
più frequentate stavano diventando
troppi. Per fortuna, però, la
loro proliferazione oggi è un fenomeno
molto ridimensionato.
Complici una maggiore consapevolezza
ambientale (e i conti in
rosso delle amministrazioni locali),
i rifugi sono tornati ad avere il
ruolo di un tempo: punti d’appoggio
per avvicinarsi alla cima, o ricoveri
nella traversata da una valle
all’altra e non alberghi in quota
dove soggiornare a prezzo apparentemente
ridotto.
L’esperienza è da provare, soprattutto per chi mai si è svegliato all’alba in mezzo alle guglie o al limite di un ghiacciaio. Né ha mai atteso che le ombre ingoiassero la montagna fino alla notte, brillante di stelle come raramente si vede altrove. Per godere di tutto questo, però, ci sono regole da seguire. Quasi dei riti. Ed è meglio sapere subito che l’accoglienza è spartana e, a fine giornata, ad attendervi non troverete soffici piumini d’oca e candele profumate come in certi film. La regola numero uno è che, per entrare, vanno tolti gli scarponi.
La sera si cena presto e poi a dormire, senza troppi rumori, di solito in cameroni dove la luce viene spenta presto: l’energia si produce con i generatori, la benzina costa e inquina. Inquina pure l’acqua di scarico delle lavatrici e Cai e Sat hanno da tempo eliminato dai letti la biancheria. Il gestore consegna le coperte, il resto lo si porta da casa. Ci si infila nel sacco lenzuolo, da comprare nei negozi di articoli sportivi, o direttamente in rifugio (attenzione, non in tutti).
Oppure in un sacco a pelo, se non amate avvolgervi in coperte usate da altri. Chi vuole leggere, prima di dormire, può portarsi una lampada frontale (anche a quella occorre pensare prima di partire), oppure restare giù, in sala da pranzo, dove nelle bibliotechine ci sono libri dedicati alle vette e riviste specializzate.
Un’idea nata alla Biblioteca della Montagna della Sat di Trento, con l’aiuto degli editori, e presto estesa a tutto l’arco alpino. Oggi, i rifugi sono destinati soprattutto alle attività alpinistiche. In passato però non era così e d’altronde non esisteva neppure l’idea di andare in montagna per diletto.La capanna Vincent, sul versante meridionale del Monte Rosa, venne costruita nel 1785 per i minatori che scavavano nelle miniere d’oro. Poco distante, nel 1851 al Colle Indren, un ricovero inaugurò invece i punti d’appoggio destinati nella zona alle osservazioni scientifiche.
[[ge:rep-locali:repubblica:117037314]]La stessa Capanna Margherita, tuttora, il rifugio più alto d’Europa – inaugurato nel 1893 sulla punta massima del Rosa, la Gnifetti, a 4.554 metri – fu progettata per osservazioni meteorologiche ed esperimenti di fisiologia. All’inizio i rifugi servivano soprattutto a chi lavorava in montagna, o a chi si procurava il cibo cacciando. L’uomo del Similaun non sarebbe diventato mummia tra le morene, cinquemila anni fa, avesse trovato il bel rifugio omonimo che adesso sorge ai 3019 metri del Giogo basso della Val Senales. Nei ripari di pietra e legno dormivano mercanti che valicavano le montagne per vendere i propri prodotti, militari in marcia verso qualche battaglia, pellegrini.
Gli ospizi del Sempione, del Gottardo, del Gran San Bernardo avevano, in origine, la funzione di posto tappa lungo le grandi vie della fede. Solo molto dopo sono arrivati gli alpinisti.
Il Cai – che attraverso le sue sezioni è proprietario del maggior numero di strutture – data al 1852 l’edificazione di un primo rifugio, al Colle del Teodulo, destinato a chi va sulle montagne per sport. Il rifugio Teodulo, base per la salita al quattromila più facile, il Breithorn, nascerà poi nel 1891 proprio grazie al Club alpino italiano. Che dalla fondazione, nel 1863, punta sulle spartane strutture d’alta quota per avvicinare i borghesi in cerca di emozioni alla disciplina dell’alpinismo. Il primo rifugio che si può considerare davvero tale sulle Dolomiti è invece uno scavo nella roccia della Marmolada, anno 1877, a cura dei soci della sezione di Agordo con la Società degli alpinisti tridentini. Lavorò di martello e scalpello, per ampliare i locali, anche Paul Grohmann, il fantastico alpinista austriaco che in quel periodo conquistò le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, la Cima grande di Lavaredo, la stessa Marmolada. Andare «Da rifugio a rifugio» – come il titolo della collana di guide, purtroppo scomparsa, che Cai e Touring club hanno pubblicato tra il 1929 e il 1973 – è oggi non solo la fatica e la soddisfazione di una traversata, ma una vera escursione nella storia. [[ge:rep-locali:repubblica:117037315]]Se molte strutture nel corso del tempo sono state sostituite da ardite costruzioni architettoniche (come il triplo triangolo di vetro e acciaio del rifugio Garelli nel parco dell’Alta Valle Pesio, sulle Alpi Marittime) e da grandi edifici all’avanguardia nell’uso delle energie rinnovabili (come il Mantova al Vioz nel gruppo del Cevedale), altre hanno conservato servato l’aspetto originale: il cubo di sassi che ha rappresentato l’originaria tipologia dei rifugi trentini è stato conservato, per esempio, sulla Cima d’Asta, nel Lagorai. Ed è rimasto sostanzialmente invariato anche il Taramelli, sul versante meno frequentato e più selvaggio della Val di Fassa, che sotto l’aspetto di pietra ha oggi un cuore ambientalista, grazie al recupero completo del ciclo dell’acqua e dell’elettricità
L’esperienza è da provare, soprattutto per chi mai si è svegliato all’alba in mezzo alle guglie o al limite di un ghiacciaio. Né ha mai atteso che le ombre ingoiassero la montagna fino alla notte, brillante di stelle come raramente si vede altrove. Per godere di tutto questo, però, ci sono regole da seguire. Quasi dei riti. Ed è meglio sapere subito che l’accoglienza è spartana e, a fine giornata, ad attendervi non troverete soffici piumini d’oca e candele profumate come in certi film. La regola numero uno è che, per entrare, vanno tolti gli scarponi.
La sera si cena presto e poi a dormire, senza troppi rumori, di solito in cameroni dove la luce viene spenta presto: l’energia si produce con i generatori, la benzina costa e inquina. Inquina pure l’acqua di scarico delle lavatrici e Cai e Sat hanno da tempo eliminato dai letti la biancheria. Il gestore consegna le coperte, il resto lo si porta da casa. Ci si infila nel sacco lenzuolo, da comprare nei negozi di articoli sportivi, o direttamente in rifugio (attenzione, non in tutti).
Oppure in un sacco a pelo, se non amate avvolgervi in coperte usate da altri. Chi vuole leggere, prima di dormire, può portarsi una lampada frontale (anche a quella occorre pensare prima di partire), oppure restare giù, in sala da pranzo, dove nelle bibliotechine ci sono libri dedicati alle vette e riviste specializzate.
Un’idea nata alla Biblioteca della Montagna della Sat di Trento, con l’aiuto degli editori, e presto estesa a tutto l’arco alpino. Oggi, i rifugi sono destinati soprattutto alle attività alpinistiche. In passato però non era così e d’altronde non esisteva neppure l’idea di andare in montagna per diletto.La capanna Vincent, sul versante meridionale del Monte Rosa, venne costruita nel 1785 per i minatori che scavavano nelle miniere d’oro. Poco distante, nel 1851 al Colle Indren, un ricovero inaugurò invece i punti d’appoggio destinati nella zona alle osservazioni scientifiche.
[[ge:rep-locali:repubblica:117037314]]La stessa Capanna Margherita, tuttora, il rifugio più alto d’Europa – inaugurato nel 1893 sulla punta massima del Rosa, la Gnifetti, a 4.554 metri – fu progettata per osservazioni meteorologiche ed esperimenti di fisiologia. All’inizio i rifugi servivano soprattutto a chi lavorava in montagna, o a chi si procurava il cibo cacciando. L’uomo del Similaun non sarebbe diventato mummia tra le morene, cinquemila anni fa, avesse trovato il bel rifugio omonimo che adesso sorge ai 3019 metri del Giogo basso della Val Senales. Nei ripari di pietra e legno dormivano mercanti che valicavano le montagne per vendere i propri prodotti, militari in marcia verso qualche battaglia, pellegrini.
Gli ospizi del Sempione, del Gottardo, del Gran San Bernardo avevano, in origine, la funzione di posto tappa lungo le grandi vie della fede. Solo molto dopo sono arrivati gli alpinisti.
Il Cai – che attraverso le sue sezioni è proprietario del maggior numero di strutture – data al 1852 l’edificazione di un primo rifugio, al Colle del Teodulo, destinato a chi va sulle montagne per sport. Il rifugio Teodulo, base per la salita al quattromila più facile, il Breithorn, nascerà poi nel 1891 proprio grazie al Club alpino italiano. Che dalla fondazione, nel 1863, punta sulle spartane strutture d’alta quota per avvicinare i borghesi in cerca di emozioni alla disciplina dell’alpinismo. Il primo rifugio che si può considerare davvero tale sulle Dolomiti è invece uno scavo nella roccia della Marmolada, anno 1877, a cura dei soci della sezione di Agordo con la Società degli alpinisti tridentini. Lavorò di martello e scalpello, per ampliare i locali, anche Paul Grohmann, il fantastico alpinista austriaco che in quel periodo conquistò le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, la Cima grande di Lavaredo, la stessa Marmolada. Andare «Da rifugio a rifugio» – come il titolo della collana di guide, purtroppo scomparsa, che Cai e Touring club hanno pubblicato tra il 1929 e il 1973 – è oggi non solo la fatica e la soddisfazione di una traversata, ma una vera escursione nella storia. [[ge:rep-locali:repubblica:117037315]]Se molte strutture nel corso del tempo sono state sostituite da ardite costruzioni architettoniche (come il triplo triangolo di vetro e acciaio del rifugio Garelli nel parco dell’Alta Valle Pesio, sulle Alpi Marittime) e da grandi edifici all’avanguardia nell’uso delle energie rinnovabili (come il Mantova al Vioz nel gruppo del Cevedale), altre hanno conservato servato l’aspetto originale: il cubo di sassi che ha rappresentato l’originaria tipologia dei rifugi trentini è stato conservato, per esempio, sulla Cima d’Asta, nel Lagorai. Ed è rimasto sostanzialmente invariato anche il Taramelli, sul versante meno frequentato e più selvaggio della Val di Fassa, che sotto l’aspetto di pietra ha oggi un cuore ambientalista, grazie al recupero completo del ciclo dell’acqua e dell’elettricità