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GRECIA

Atene, dove si balla con gli dei

Nella città culla della democrazia, ora, accanto ai monumenti antichi sorgono ovunque locali e taverne alla moda. E se non bastasse, lì vicino, ci sono pure isolette fricchettone. XL

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«Amiamo il bello con semplicità e inseguiamo la sapienza senza debolezza». Quando Pericle racconta con queste parole come la democrazia abbia cambiato Atene, rendendola la città più importante del mondo greco, è il 430 a.C. e si stanno onorando i morti del primo anno di guerra contro Sparta. È salito in piedi su un palco accanto alla porta d’ingresso alla città, il grande politico e condottiero, davanti al cimitero dei morti più illustri, nella zona del cosiddetto Ceramico, dove i vasai avevano le loro botteghe. Le sue parole celebrano il potere della maggioranza, la capacità di discutere e decidere, la felicità di partecipare alla vita politica, ossia la vita della polis, la città.

C’è odore di ginepro e di limoni, oggi, fra le rovine del Ceramico, Atene è una metropoli di cinque milioni di abitanti che si snoda tutta intorno, i resti della porta sono ancora visibili e il silenzio è spezzato dai cori delle cicale. Poco lontano c’è la rocca dell’Acropoli con il Partenone e il celebre tempio delle Cariatidi, affollato da turisti.

Più in basso, declinante verso la città moderna, si stende l’antica agorà, la piazza, il mercato, la zona della vita quotidiana ateniese, e anche lì i turisti si muovono nervosi tra clic di macchine digitali e guide sfogliate seguendo l’indice dei monumenti più importanti, dal tempio di Efesto in giù.

Il Ceramico invece è semideserto. Cominciare da qui è un sogno da tenere per sé. Per chi vuole ripercorrere la storia della nostra democrazia. Il piacere, la gioia, la felicità della vita pubblica. Votare all’assemblea, partecipare agli spettacoli teatrali, discutere con il Socrate di turno, sentirsi cittadini. Basta voltare l’angolo. Tra i vicoli stretti della Plaka, la vecchia Atene è sempre in agguato, nonostante quasi quattro secoli di dominazione turca, dittature di vario genere, una guerra civile solo sessant’anni fa. Vecchi e giovani giocano a tavli (backgammon) per strada, i bar sono affollati e si discute di tutto. Tra bazar, improvvise scale che portano verso le rocce dell’Acropoli, venditori di tutto e di nulla, taverne, ristoranti e ouzerie, Giannis, 24 anni, fumettista, ride: «Usciamo di qui. A Psirì nei bar si chiacchiera meglio».

L’antico quartiere dei fabbri oggi è un brulichio di locali trendy. «Da un po’ di tempo anche noi greci siamo presi dall’ansia della produttività, lavorare lavorare lavorare, ma, ehi, dico io: prendiamola con calma». La sua ragazza, Vicky, 21 anni, studentessa di psicologia, ride, bevendo un altro goccio di Mythos, la birra di qui. E Victor, coetaneo di Giannis, con lui militare un anno fa, domanda se non vogliamo mangiare qualcosa, visto che è l’ora.

In realtà sono le tre di pomeriggio, ma per Atene è sempre l’ora. Oltre i mille ristoranti con i cosiddetti kamaki sulla porta (quelli che ti rimorchiano per mangiare veramente male), la trovi subito, la bettola dove rilassarti nell’autenticità assoluta. La taverna Paradosiako, all’angolo fra Voulis e Navarhou Nikodimou, è una di queste: un vecchio che gira fra i tavoli, una ragazza che spiega cosa sia meglio ordinare oggi e vino nelle brocche metalliche. Difficile resistere anche allo tsipouro, l’acquavite, o a un classico Ouzo.

Ma il sole non perdona. Sui marciapiede sgocciola l’acqua dei condizionatori e tocca camminare lungo le mura delle case per trovare un po’ d’ombra. Mets e Pangrati, i quartieri residenziali tutti scale, alberi, scorci di campagna, portano sollievo. Arriviamo dietro lo stadio di Erode Attico, dove furono aperte le prime Olimpiadi moderne nel 1896 e quelle di quattro anni fa, con cui Atene è diventata una città europea. Perdendo la sua aria mediorientale con la ristrutturazione del centro, parchi rinati e una linea metropolitana avveniristica.

Dopo un po’ di riposo, ci si rivede a Exarhia, la sera. Il quartiere studentesco del Politecnico dove gli universitari si ribellarono ai colonnelli nel ’74 mettendo fine alla loro dittatura. La taverna Barbagiannis in Emmanuel Benaki è il ritrovo obbligato per chi non sia soddisfatto dei souvlaki che sforna Kavouras in piazza.

Più tardi, si va tutti a Gazi. Nell’area dei Gazometri, un susseguirsi di bar e locali, tra cui spicca l’Hoxton, stile londinese in salsa greca, dove puoi far l’alba senza accorgertene. Se non preferisci spostarti nei locali di Kolonaki, il quartiere ricco. O sulla costa, a Glyfada dove, quando arriva il caldo, si sposta la movida ateniese.

Ma si può anche girare fra le rovine illuminate, silenziose e svuotate dai turisti o prendere un cornetto al forno di Karaiskaki e andare a letto per alzarsi prestissimo, salire sull’Acropoli appena aperta e godersi il panorama mozzafiato sulla città che si sveglia.

Sembra infinita, Atene, a guardarla dall’alto, estesa com’è fra le montagne, i colli e il mare. La metro porta al Pireo in una ventina di minuti. E sul porto che dominò il mondo con la potenza navale di Pericle, si guarda alle isole dove fuggire. «Ios è dove vanno i più giovani», dice Dimitris Papadopoulos, 31 anni, produttore musicale «a cercare l’esaltazione proibita. Altri preferiscono isole più tranquille, più libere». Fricchettone, diciamo noi.

«Antiparos, per esempio. Davanti a Paros. Lì vivi in libertà. Le giornate passano lentamente. Puoi campeggiare, goderti il sole, il mare, il cibo». Ma ce n’è per tutti i gusti. Le stradine sterrate di Folegandros dove s’inerpicano solo i muli. Oppure la bellezza di Amorgos. O la classe ormai quasi snob di Patmos. Non esistono parole per raccontare le infinite isole greche. Se non forse quelle dei grandi poeti greci moderni come Seferis e Kavafis.

Torniamo indietro, passando nei più piccoli porti del Pireo, Zea e Mikrolimano, dove ai pescatori si alternano i ristorantini e i caffè. Fino di nuovo al centro. Syndagma e Omonoia, le piazze centrali e più trafficate. Il centro della moderna vita pubblica. Quella che in democrazia è riservata a tutti i cittadini. Lo dicevano bene i Greci antichi. Chi si occupa solo delle proprie cose è miope, vede solo ciò che sembra utile lì per lì. Non guarda agli interessi pubblici, quelli che portano lontano. Per questo la lingua greca aveva una parola che diceva “stupido perché vede solo ciò che gli appartiene”. Questa parola era: “idiotes”, ossia idiota. Proprio così: idiota. Sotto al tempio di Zeus Olimpio, Giannis e Vicky ballano. Questa è la loro città. La polis per eccellenza.