È stata la natura a volere che Huntington diventasse la Surf City degli States", ironizza Rik Fignetti, uno dei più assidui surfisti locali e proprietario del negozio Rockin' Fig. "È un nome pienamente meritato visto che le nostre onde sono le più costanti in California. Soprattutto d'estate, quando giù, a San Diego, il mare è piatto come un tavolo da biliardo, qui si surfa alla grande". Siamo nella mecca del surf made in Usa, centocinquanta metri di sabbia e un block di edifici: solo questo separa l'Oceano dal Surfers Walk of Fame, ovvero il marciapiede dedicato alle icone del surf californiano. Creato sulla falsariga di quello davanti al Chinese Theatre di Los Angeles, qui però a lasciare traccia della propria gloria sul cemento sono gli eroi delle onde. Decine di negozi specializzati, un campionato di fama internazionale e un museo dedicato alla storia di questo sport: Huntington Beach sta al surf come Hollywood sta al cinema. Una passerella, un luogo di ascesa sociale, un terreno di scontro, ma anche una destinazione stimolante che ogni anno attira migliaia di turisti appassionati o semplici curiosi.
Onde e asfalto, due facce quasi opposte della beach-culture qui convivono, o meglio coesistono.
Da una parte lo sport più soul della California, dall'altra un'industria luccicante, capace di trasformare onde e dedizione in danaro e aggressività, un aspetto che stride con lo spirito purista e ambientalista del surf, quello che si schiera contro la massificazione dello sport. La vicinanza tra queste due realtà diventa palese durante la cerimonia dei Surf Awards, un rituale che si ripete dal 1994 a luglio in occasione dei campionati. Ogni anno una giuria composta da un centinaio di esperti premia i personaggi più influenti nelle categorie di Surf Culture, Local Hero, Surf Pioneer, Surf Champion e Woman of the Year. Sono personaggi degli anni Settanta come Dorian Paskowitz e Mickey Dora, con la loro aura trasgressiva, i più venerati in questo contraddittorio olimpo. La cerimonia tenta di mettere insieme le due facce del surf con un revival a metà tra retaggio polinesiano e notte degli Oscar, con tanto di collane di fiori stile Waikiki, mattonelle di cemento fresco, auto di lusso e uno stuolo di paparazzi. Qui la mitologia surfistica trova il suo centro culturale all'Huntington Beach Surf Museum, due isolati a est del molo, dove la storia di questa città viene raccontata attraverso tavole d'epoca, trofei e cimeli legati a questo sport. Ma è attorno al pier (così chiamano il molo i surfisti) che da quasi un secolo si consuma ogni giorno il rito più autentico ed emozionante, quello di cavalcare le onde. L'ora migliore è l'alba, quando il vento da mare ancora non scompiglia la parete dei frangenti. È questo, infatti, il punto zero della surf-culture in bassa California. All'inaugurazione, nel 1914, fu convocato George Freeth, primo surfista a cavalcare onde in continente, un hawaiano di origini irlandesi, reso celebre a inizio secolo grazie a Jack London che ne aveva raccontato le evoluzioni in mare nel suo racconto La Crociera dello Snark. Nei decenni successivi il molo è stato distrutto e ricostruito quattro volte rendendolo sempre più funzionale alle esigenze di Surf City. I suoi piloni, nella riedificazione del 1998, sono stati addirittura spaziati per limitare il rischio degli sportivi che spesso finiscono sotto la struttura pur di non lasciare un'onda particolarmente bella. Di onde vivono anche gli US Open, campionato nazionale "aperto", nel quale gli atleti, anche se sconosciuti e privi di sponsor, possono mettersi in mostra, e sperare di coronare, a suon di manovre, il loro sogno: arricchirsi divertendosi.
[[ge:rep-locali:repubblica:117037448]]Huntington Beach resta un punto di riferimento per i surfisti, non che il resto della California non abbia onde di qualità ma, a detta dei locali, qui le colonne del pier hanno la magica proprietà di amplificare la misura dei frangenti. "Ovviamente questo miracolo rende la nostra spiaggia una tra le più affollate e competitive al mondo", continua Fig, rimpiangendo un passato, forse mai esistito, dove in mare c'erano solo un pugno di freak come lui, "ma lo stesso i locals sanno come conquistarsi le cavalcate migliori". Parole che nascondono uno dei più grossi non-detti di questo sport. In California le onde sono considerate una risorsa naturale e i locali, che frequentano quotidianamente da sempre la stessa spiaggia, magari salvando i bagnanti e tenendo un occhio alla qualità delle acque, rivendicano la priorità sulle mareggiate migliori. Il comportamento in acqua, infatti, è regolato da un rigido codice cavalleresco, nel quale le onde migliori si conquistano con coraggio e dedizione. È per questo che, quando arrivano quelle tubanti e regolari, lo spirito rabbioso del surf prende il sopravvento sul lato commerciale e accomodante. E così in mare, vicino al magico molo, restano solo un pugno di locali. Nelle spiagge più direttamente interessate dal territorialismo, per esempio Lunada Bay poco a nord o Malibu, la polizia compie ronde abituali per prevenire tafferugli e atti di vandalismo durante le mareggiate. Anche Paradise Cove, a sud di Los Angeles, salita recentemente alle cronache dopo una scazzottata tra surfisti e paparazzi, è un'area locals-only. La rissa, scoppiata per difendere il diritto alla privacy dell'attore Matthew McConaughey, nasce da quello che ogni local considera un inalienabile diritto: surfare la propria spiaggia, lontano dalle folle di principianti, dal divismo, dai turisti e, in quel caso specifico, dai paparazzi.
La contraddizione è lampante. Se da un lato l'industria ha bisogno di attirare masse di adepti-consumatori, dall'altro i puristi dello sport trovano questa commercializzazione svilente. Delle migliaia di turisti che ogni estate si sporgono dal molo di Surf City, sono veramente pochi quelli che non provano, magari per una sola lezione, l'ebbrezza di scivolare con la tavola in mezzo alle schiume. [[ge:rep-locali:repubblica:117037449]]A turbare le notti dei più reazionari si è messa, negli ultimi 15 anni, anche la tecnologia. Se fino agli anni Novanta solo chi viveva sulla costa conosceva lo stato del mare, ora le previsioni meteo e le webcam hanno reso "potenziale surfista" chiunque nel raggio di 500 km. L'immagine del capellone freak, seduto a fumare marijuana nel suo VW Bug con le tavole sul tetto in attesa della mareggiata perfetta, è stata uccisa da centinaia di telecamere fisse (Huntington ne ha cinque) impietosamente puntate sugli spot migliori. Il risultato è una separazione spaziale netta e percepibile.
Sulle miracolose onde a lato del molo l'atmosfera è rarefatta e la comunicazione si riduce a occhiate di intesa. A poche centinaia di metri, sul lato commerciale della spiaggia, la gioia di chi prende la sua prima onda sbotta in legittime risate. I due lati del molo, le due facce di Surf City.
Onde e asfalto, due facce quasi opposte della beach-culture qui convivono, o meglio coesistono.
Da una parte lo sport più soul della California, dall'altra un'industria luccicante, capace di trasformare onde e dedizione in danaro e aggressività, un aspetto che stride con lo spirito purista e ambientalista del surf, quello che si schiera contro la massificazione dello sport. La vicinanza tra queste due realtà diventa palese durante la cerimonia dei Surf Awards, un rituale che si ripete dal 1994 a luglio in occasione dei campionati. Ogni anno una giuria composta da un centinaio di esperti premia i personaggi più influenti nelle categorie di Surf Culture, Local Hero, Surf Pioneer, Surf Champion e Woman of the Year. Sono personaggi degli anni Settanta come Dorian Paskowitz e Mickey Dora, con la loro aura trasgressiva, i più venerati in questo contraddittorio olimpo. La cerimonia tenta di mettere insieme le due facce del surf con un revival a metà tra retaggio polinesiano e notte degli Oscar, con tanto di collane di fiori stile Waikiki, mattonelle di cemento fresco, auto di lusso e uno stuolo di paparazzi. Qui la mitologia surfistica trova il suo centro culturale all'Huntington Beach Surf Museum, due isolati a est del molo, dove la storia di questa città viene raccontata attraverso tavole d'epoca, trofei e cimeli legati a questo sport. Ma è attorno al pier (così chiamano il molo i surfisti) che da quasi un secolo si consuma ogni giorno il rito più autentico ed emozionante, quello di cavalcare le onde. L'ora migliore è l'alba, quando il vento da mare ancora non scompiglia la parete dei frangenti. È questo, infatti, il punto zero della surf-culture in bassa California. All'inaugurazione, nel 1914, fu convocato George Freeth, primo surfista a cavalcare onde in continente, un hawaiano di origini irlandesi, reso celebre a inizio secolo grazie a Jack London che ne aveva raccontato le evoluzioni in mare nel suo racconto La Crociera dello Snark. Nei decenni successivi il molo è stato distrutto e ricostruito quattro volte rendendolo sempre più funzionale alle esigenze di Surf City. I suoi piloni, nella riedificazione del 1998, sono stati addirittura spaziati per limitare il rischio degli sportivi che spesso finiscono sotto la struttura pur di non lasciare un'onda particolarmente bella. Di onde vivono anche gli US Open, campionato nazionale "aperto", nel quale gli atleti, anche se sconosciuti e privi di sponsor, possono mettersi in mostra, e sperare di coronare, a suon di manovre, il loro sogno: arricchirsi divertendosi.
[[ge:rep-locali:repubblica:117037448]]Huntington Beach resta un punto di riferimento per i surfisti, non che il resto della California non abbia onde di qualità ma, a detta dei locali, qui le colonne del pier hanno la magica proprietà di amplificare la misura dei frangenti. "Ovviamente questo miracolo rende la nostra spiaggia una tra le più affollate e competitive al mondo", continua Fig, rimpiangendo un passato, forse mai esistito, dove in mare c'erano solo un pugno di freak come lui, "ma lo stesso i locals sanno come conquistarsi le cavalcate migliori". Parole che nascondono uno dei più grossi non-detti di questo sport. In California le onde sono considerate una risorsa naturale e i locali, che frequentano quotidianamente da sempre la stessa spiaggia, magari salvando i bagnanti e tenendo un occhio alla qualità delle acque, rivendicano la priorità sulle mareggiate migliori. Il comportamento in acqua, infatti, è regolato da un rigido codice cavalleresco, nel quale le onde migliori si conquistano con coraggio e dedizione. È per questo che, quando arrivano quelle tubanti e regolari, lo spirito rabbioso del surf prende il sopravvento sul lato commerciale e accomodante. E così in mare, vicino al magico molo, restano solo un pugno di locali. Nelle spiagge più direttamente interessate dal territorialismo, per esempio Lunada Bay poco a nord o Malibu, la polizia compie ronde abituali per prevenire tafferugli e atti di vandalismo durante le mareggiate. Anche Paradise Cove, a sud di Los Angeles, salita recentemente alle cronache dopo una scazzottata tra surfisti e paparazzi, è un'area locals-only. La rissa, scoppiata per difendere il diritto alla privacy dell'attore Matthew McConaughey, nasce da quello che ogni local considera un inalienabile diritto: surfare la propria spiaggia, lontano dalle folle di principianti, dal divismo, dai turisti e, in quel caso specifico, dai paparazzi.
La contraddizione è lampante. Se da un lato l'industria ha bisogno di attirare masse di adepti-consumatori, dall'altro i puristi dello sport trovano questa commercializzazione svilente. Delle migliaia di turisti che ogni estate si sporgono dal molo di Surf City, sono veramente pochi quelli che non provano, magari per una sola lezione, l'ebbrezza di scivolare con la tavola in mezzo alle schiume. [[ge:rep-locali:repubblica:117037449]]A turbare le notti dei più reazionari si è messa, negli ultimi 15 anni, anche la tecnologia. Se fino agli anni Novanta solo chi viveva sulla costa conosceva lo stato del mare, ora le previsioni meteo e le webcam hanno reso "potenziale surfista" chiunque nel raggio di 500 km. L'immagine del capellone freak, seduto a fumare marijuana nel suo VW Bug con le tavole sul tetto in attesa della mareggiata perfetta, è stata uccisa da centinaia di telecamere fisse (Huntington ne ha cinque) impietosamente puntate sugli spot migliori. Il risultato è una separazione spaziale netta e percepibile.
Sulle miracolose onde a lato del molo l'atmosfera è rarefatta e la comunicazione si riduce a occhiate di intesa. A poche centinaia di metri, sul lato commerciale della spiaggia, la gioia di chi prende la sua prima onda sbotta in legittime risate. I due lati del molo, le due facce di Surf City.