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Mali

L’architettura perfetta delle moschee

Sono strutture semplici e complesse insieme, spesso realizzate con mattoni di terra cruda ricoperti di fango. Vivono come dei piccoli ecosistemi da salvare, da restaurare continuamente per tenerle in vita. I Viaggi

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Le moschee del Mali sono fatte di mattoni di terra cruda ricoperti di fango. Da lontano sembrano torri nel deserto: alte, sottili, semplici, sobrie, essenziali. È qui che si tengono i festival religiosi organizzati dalle comunità locali: le moschee rinascono ogni anno attraverso un'opera di rinnovo e manutenzione, essenziali per la loro sopravvivenza nel tempo.

In Mali esistono popolazioni diverse: i Tuareg del Sahara, i Songhai di Timbuctu, i Malimkes a sud di Bamako e poi i Dogon, i Peul, i Bambara, i Bozo. Fra le espressioni artistiche del Paese, quella che fa da collante tra le diverse etnie è l'architettura di terra, negli ultimi anni oggetto di saggi, mostre fotografiche e progetti di recupero.

Il più importante è quello curato dal Fondo Aga Khan per la cultura. «Le architetture tradizionali e gli insediamenti in terra del Mali possono paragonarsi a specie biologiche o ecosistemi a rischio d’estinzione», spiega Francesco Siravo, architetto specializzato in restauro che lavora per l'Historic Cities Support Programme del Fondo Aga Khan per la Cultura. «All’inizio del nostro lavoro, nel 2004, ci siamo resi conto che esisteva una frattura tra materiali e tecniche edilizie contemporanee e i processi di costruzione tradizionali. La crisi non riguarda soltanto la ridotta disponibilità di materiali naturali ma anche la trasmissione intergenerazionale dei sistemi di costruzione tradizionale e la radicale trasformazione dei processi di manutenzione dei grandi edifici religiosi, affidati in passato alla cura dell’intera comunità».

La Grande Moschea di Mopti è stata scelta dal Fondo Aga Khan come progetto pilota per recuperare quanto rimane del patrimonio e adattarlo alle mutate condizioni sociali ed economiche del Mali. Le moschee infatti, sottoposte a periodiche piogge e al naturale decadimento dei materiali, sono destinate a deteriorarsi più rapidamente dei normali edifici e vanno rinnovate per assicurarne la durata nel tempo.

La manutenzione si fa dopo le grandi piogge fra ottobre e febbraio, si rinnova lo strato protettivo d’intonaco di terra che localmente si chiama banco. Una misura preventiva che permette di proteggere gli edifici e di evitare danni maggiori: l’infiltrazione dell’acqua nelle coperture e all’interno dei muri esterni.

A Mopti, i restauratori del Fondo Aga Khan sono intervenuti d’urgenza per evitare il crollo della parte superiore dell’edificio appesantita dall’applicazione di strutture murarie in mattoni cotti e da un rivestimento in cemento. «I metodi da applicare dovrebbero andare verso un recupero delle tecniche tradizionali - spiega Siravo – servono una selezione dei materiali, l’applicazione delle tecniche tradizionali, la riproposizione delle forme e proporzioni originarie, l’impiego dei vecchi maestri costruttori e di nuovi artigiani». La manifestazione più celebre si tiene a Djenné in febbraio, la grande moschea sito del Patrimonio Mondiale Unesco. I giovani trasportano grosse quantità di banco e rinnovano l’intonaco esterno arrampicandosi sui toron, gli appoggi di tronchi di palma inseriti lungo le facciate. Tutto questo prima era regolato dai capi religiosi e controllato dalle potenti corporazioni dei costruttori, i barey ton. Solo agli specialisti era consentito occuparsi di stendere l’intonaco e di fare altra manutenzione. Oggi i controlli si sono allentati e le antiche corporazioni locali si sono in parte dissolte. «Queste tradizioni vanno conservate – conclude Siravo - perché rafforzano il senso d’appartenenza e di coesione nelle comunità ma vanno reintrodotti quei meccanismi di controllo tecnico che in passato assicuravano la cura periodica e soprattutto la conservazione nel tempo delle moschee».