Tiziano Terzani era sempre contento di incontrare i colleghi
giornalisti che si trovavano in India per lavoro. Dava
appuntamento al Press Club of India di Raisina Road a
New Delhi: edificio bianco, razionalista, all’interno di un
lussureggiante parco cittadino, dove era facile vedere ragazzini
che giocavano a cricket come da noi tirano calci al pallone. Terzani
arrivava in tuk-tuk. Abbronzato, sereno, vestito di bianco candido,
salutava all’indiana, con le mani giunte.
Meravigliava la sua accettazione (ragionata) degli usi e costumi locali e, soprattutto, delle superstizioni popolari. Aveva in merito sempre qualche sua esperienza da raccontare: santoni che l’invitavano a tuffarsi in un lago putrido che portava fortuna e lui che, rifiutatondosi di farlo, il giorno dopo si era rotto un dente; indovini che gli suggerivano come arredare la casa. Ma soprattutto invitava a non giudicare mai l’India con i nostri parametri occidentali e troppo razionali.
Meravigliava la sua accettazione (ragionata) degli usi e costumi locali e, soprattutto, delle superstizioni popolari. Aveva in merito sempre qualche sua esperienza da raccontare: santoni che l’invitavano a tuffarsi in un lago putrido che portava fortuna e lui che, rifiutatondosi di farlo, il giorno dopo si era rotto un dente; indovini che gli suggerivano come arredare la casa. Ma soprattutto invitava a non giudicare mai l’India con i nostri parametri occidentali e troppo razionali.