Le paure dei bambini
di Pietro PalliniSette anni fa, poco dopo l'11 settembre, un ragazzino in classe fa un aeroplanino con la carta. Un simbolo dei suoi timori che si trasformano in un portafortuna. I Viaggi
Metà settembre: ricominciano le scuole; alunni e insegnanti si ritrovano in un fiorire di saluti, abbracci e domande sull'eterno argomento delle vacanze appena finite. Ma sette anni fa, settembre 2001, più a meno in questi giorni, ben diverso era il clima in classe di mia moglie, insegnante elementare.
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, a…
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, a…
Metà settembre: ricominciano le scuole; alunni e insegnanti si ritrovano in un fiorire di saluti, abbracci e domande sull'eterno argomento delle vacanze appena finite. Ma sette anni fa, settembre 2001, più a meno in questi giorni, ben diverso era il clima in classe di mia moglie, insegnante elementare.
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, anche a causa di una certa tendenza all'autoisolamento.
E il “passero” se ne sta lì, nel suo banco, apparentemente intento, come suo solito, a spiegazzare orribilmente un foglio di carta e sembra non prestare attenzione a tutta quella gente che si affolla intorno alla cattedra. Ogni tanto alza gli occhi, guarda la sua maestra, e poi riprende a tormentare il suo foglio di carta.
E poi il “passero” si alza, si avvicina a mia moglie, la tira per un braccio e le porge il foglio di carta, che non è un semplice foglio, ma è un... aeroplanino. Spiegazzato, ovviamente, e scalcagnato, come del resto sono i quaderni del “passero” e difficilmente riuscirà a volare, ma è proprio un aeroplano di linea, con la fila dei finestrini, i portelloni, i motori sotto le ali e dentro si vedono addirittura i piloti. Su un ala c'è scritto il mio nome, sull'altra quello di mia moglie.
“Tieni - le dice - dallo a tuo marito, e digli che con questo può volare tranquillo”. In questi sette anni, quell'aeroplanino è venuto con me in ogni parte del mondo, lo tengo nella borsa di volo, lo uso come segnalibro e... aveva ragione il “passero”: con quello ho volato tranquillo.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali
Non ci vuol molto a immaginare quale fosse il tenore delle conversazioni, a una settimana dall'attentato alle Torri Gemelle, intorno alla cattedra della moglie di un pilota intercontinentale.
Seduto in prima fila, un bambino fisicamente piccolo per la sua età, occhi grandi e vispissimi, col vizio di mangiucchiare le penne fino alla punta e spiegazzare i quaderni fino a ridurli a stracci illeggibili, alle spalle qualche problema familiare di troppo, un'intelligenza decisamente superiore alla media e un ciuffo ribelle perennemente dritto in testa che lo fa assomigliare a un uccellino spaurito: “passero solitario”, lo hanno soprannominato con reminiscenza leopardiana, anche a causa di una certa tendenza all'autoisolamento.
E il “passero” se ne sta lì, nel suo banco, apparentemente intento, come suo solito, a spiegazzare orribilmente un foglio di carta e sembra non prestare attenzione a tutta quella gente che si affolla intorno alla cattedra. Ogni tanto alza gli occhi, guarda la sua maestra, e poi riprende a tormentare il suo foglio di carta.
E poi il “passero” si alza, si avvicina a mia moglie, la tira per un braccio e le porge il foglio di carta, che non è un semplice foglio, ma è un... aeroplanino. Spiegazzato, ovviamente, e scalcagnato, come del resto sono i quaderni del “passero” e difficilmente riuscirà a volare, ma è proprio un aeroplano di linea, con la fila dei finestrini, i portelloni, i motori sotto le ali e dentro si vedono addirittura i piloti. Su un ala c'è scritto il mio nome, sull'altra quello di mia moglie.
“Tieni - le dice - dallo a tuo marito, e digli che con questo può volare tranquillo”. In questi sette anni, quell'aeroplanino è venuto con me in ogni parte del mondo, lo tengo nella borsa di volo, lo uso come segnalibro e... aveva ragione il “passero”: con quello ho volato tranquillo.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali