Ci è voluto un deserto di lava e una tempesta di sabbia di quattro giorni per fermarlo. Ha percorso mezza Islanda a piedi nella più totale solitudine: 300 chilometri zaino in spalla con la sola compagnia di un diario, di una videocamera e della sua macchina fotografica.
Si chiama Alessandro Micozzi, 23 anni romano del quartiere Montesacro. Studia Ingegneria ambientale alla Sapienza e ha la passione per i viaggi e la fotografia. L’estate scorsa ha deciso di andare a ‘farsi una passeggiata’ in Islanda. Ha fatto lo zaino, caricato la sua Nikon e si è messo in viaggio.
L’Islanda è ‘terra di conquista’ per molti amanti della natura e della solitudine. Alessandro è uno di loro. È partito il 28 luglio dall’Italia, aereo con scalo a Londra, per contenere i costi, ed è sbarcato a Reykjavik. “Lì gli escursionisti sono accolti molto bene – racconta – ti controllano l'equipaggiamento e ti danno consigli in base al tragitto che vuoi percorrere”.
“Dopo l’arrivo ho fatto visita al console italiano in Islanda, Petur Bjornsson, con il quale avevo già avuto contatti dall’Italia, sono arrivato al Pingvellir national park e poi alle cascate di Gullfoss. Da lì è partita l’avventura”. Il programma prevedeva 420 chilometri a piedi. Fino a raggiungere Egilsstaðir, sul lago Lagarfljót, all’estremità est dell’isola.
“Quando sono partito è stata subito dura. Lo zaino pesava troppo e ho dovuto buttare parecchio cibo (soprattutto alimenti liofilizzati) altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Ricordo in particolare il primo chilometro, sapere di averne davanti altri 419 non era di conforto”. L’itinerario scelto da Alessandro passava attraverso la zona interna dell’Islanda, su sentieri di montagna, dove non c’è ombra di civiltà, ma la solitudine era compensata dalla tranquillità e dalla bellezza dei paesaggi.
Ghiacciai e lande deserte a perdita d’occhio che compongono panorami mozzafiato, come stare in un altro mondo: “Di incontri se ne facevano pochi – spiega – qualche rifugio, turisti in Jeep e qualche ciclista. Pochissimi i camminatori come me. Tutti erano gentili, chiedevano se avevo bisogno di qualcosa. A un certo punto la cartina topografica mi indicava un fiume che invece non c’era. Ci contavo per trovare da bere. Mi ha soccorso un turista in jeep che mi ha regalato una bottiglia d’acqua”.
Oltre alle esigenze materiali, pesava anche la solitudine, nessuno con cui parlare: “Per farmi compagnia parlavo anche da solo, o alla mia telecamera. E tenevo un diario che ho intenzione di pubblicare, prima o poi, quando aprirò un mio blog”.
Ogni giorno quasi venti chilometri, aiutato dal clima di un’estate per fortuna più calda della media. Il tempo però non è stato clemente: “Mi svegliavo la mattina che c’era il sole, mi mettevo in marcia. Verso metà pomeriggio però di solito si annuvolava e cominciava a piovere nel giro di pochi minuti. Così ero costretto a fermarmi, piantare la tenda e mettermi al riparo. Tutti i giorni la stessa storia”.
Costretto a riposi ‘forzati’ Alessandro dormiva quasi dodici ore per notte. La sua giornata cominciava alle sei del mattino con la colazione, marmellata o cioccolata. Alle sette in marcia fino a metà pomeriggio. “La fine dell’estate è un periodo estremamente mutevole – racconta – quando sono arrivato a fine luglio era quasi mezzanotte ma era ancora chiaro. Le ore di luce però si riducevano rapidamente, di 10 minuti ogni giorno”.
La tenda piantata, quando possibile, vicino a un corso d’acqua per fare rifornimento e non dover caricare ogni volta pesanti scorte: “L’acqua dei fiumi naturalmente è potabile. Quando occorreva comunque avevo la pompetta con il filtro per depurarla”.
Comunicazioni col mondo quasi zero. Alessandro aveva con sé solo un telefonino Gsm e un comunicatore satellitare con un semplice pulsante. Ogni volta che veniva premuto inviava a una serie di indirizzi di posta elettronica un segnale con le coordinate polari della sua posizione. E poi c’era il console: “Col signor Bjornsson ero in contatto già prima di partire. Era lui che teneva i contatti con la mia famiglia e li informava sulla mia posizione in base agli avvistamenti dei pochi abitanti del luogo o degli escursionisti”.
Tutto è filato liscio fino al 17 agosto. “Sono entrato nella zona vulcanica quattro giorni prima, un deserto di lava e sabbia. Non c’erano corsi d’acqua e ho dovuto portarmi una scorta pesante. Poi il vento e le tempeste di sabbia. Mi entrava dappertutto, nei vestiti, nel cibo e negli occhi. Quando il vento ha preso la mia tenda e l’ha sbattuta contro le rocce danneggiandola mi sono detto che poteva bastare”.
Giunto a Dreki Alessandro ha dato forfait, dopo 300 chilometri e 18 giorni di cammino, a più di due terzi del percorso programmato. Ha preso un pullman fino alla costa ed è cominciata la seconda parte del viaggio. “Ho proseguito in autostop lungo la Ring Road – racconta – con uno zaino leggero, mi fermavo nelle zone attrezzate e lì ho visto un altro pezzo di Islanda, molto diverso ma altrettanto suggestivo”.
La Ring road costeggia l’isola lungo tutto il litorale. Alessandro l’ha percorsa quasi tutta nelle ultime due settimane, sporgendo il pollice e facendo anche incontri singolari: “Una volta mi ha tirato su una famiglia che viaggiava in Jeep. In inglese mi hanno chiesto di dove fossi e io ho risposto ‘Rome, Italy’. Al che il padre mi dice ‘Ma che ddavero?’. Erano di Roma anche loro, del mio stesso quartiere”.
Ora che è tornato in Italia, alla vita di sempre, ripensa e descrive quelle ore di solitudine: “È stata dura, a volte ho pensato di non farcela – ammette con una luce vivida negli occhi – ma lo rifarei perché è stata un’esperienza incredibile. Non avevo con me nulla da leggere o musica da ascoltare, perché volevo scrivere e godermi la solitudine senza altre distrazioni. Inoltre l'igiene era precaria perché non avevo la possibilità di lavarmi. Ho fatto una doccia in 35 giorni, senza nemmeno il sapone! L'unica cosa che avevo era il bicarbonato per lavarmi i denti al fiume la sera”.
Questa non è la prima sua esperienza nei freddi paesi del nord. “Sono stato in Norvegia, l’ho girata in autostop. Poi alle isole Svalbard. Une delle ultime zone abitate più vicine al polo”. Da uno così ci si può aspettare tutto, meno che si fermi dal suo peregrinare. Infatti sta già programmando il prossimo viaggio, un’altra affascinante avventura: “Voglio attraversare i Balcani in bicicletta con un amico. Partiremo a dicembre da Trieste o più probabilmente da Spalato, per arrivare fino in Grecia”.
Si chiama Alessandro Micozzi, 23 anni romano del quartiere Montesacro. Studia Ingegneria ambientale alla Sapienza e ha la passione per i viaggi e la fotografia. L’estate scorsa ha deciso di andare a ‘farsi una passeggiata’ in Islanda. Ha fatto lo zaino, caricato la sua Nikon e si è messo in viaggio.
L’Islanda è ‘terra di conquista’ per molti amanti della natura e della solitudine. Alessandro è uno di loro. È partito il 28 luglio dall’Italia, aereo con scalo a Londra, per contenere i costi, ed è sbarcato a Reykjavik. “Lì gli escursionisti sono accolti molto bene – racconta – ti controllano l'equipaggiamento e ti danno consigli in base al tragitto che vuoi percorrere”.
“Dopo l’arrivo ho fatto visita al console italiano in Islanda, Petur Bjornsson, con il quale avevo già avuto contatti dall’Italia, sono arrivato al Pingvellir national park e poi alle cascate di Gullfoss. Da lì è partita l’avventura”. Il programma prevedeva 420 chilometri a piedi. Fino a raggiungere Egilsstaðir, sul lago Lagarfljót, all’estremità est dell’isola.
“Quando sono partito è stata subito dura. Lo zaino pesava troppo e ho dovuto buttare parecchio cibo (soprattutto alimenti liofilizzati) altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Ricordo in particolare il primo chilometro, sapere di averne davanti altri 419 non era di conforto”. L’itinerario scelto da Alessandro passava attraverso la zona interna dell’Islanda, su sentieri di montagna, dove non c’è ombra di civiltà, ma la solitudine era compensata dalla tranquillità e dalla bellezza dei paesaggi.
Ghiacciai e lande deserte a perdita d’occhio che compongono panorami mozzafiato, come stare in un altro mondo: “Di incontri se ne facevano pochi – spiega – qualche rifugio, turisti in Jeep e qualche ciclista. Pochissimi i camminatori come me. Tutti erano gentili, chiedevano se avevo bisogno di qualcosa. A un certo punto la cartina topografica mi indicava un fiume che invece non c’era. Ci contavo per trovare da bere. Mi ha soccorso un turista in jeep che mi ha regalato una bottiglia d’acqua”.
Oltre alle esigenze materiali, pesava anche la solitudine, nessuno con cui parlare: “Per farmi compagnia parlavo anche da solo, o alla mia telecamera. E tenevo un diario che ho intenzione di pubblicare, prima o poi, quando aprirò un mio blog”.
Ogni giorno quasi venti chilometri, aiutato dal clima di un’estate per fortuna più calda della media. Il tempo però non è stato clemente: “Mi svegliavo la mattina che c’era il sole, mi mettevo in marcia. Verso metà pomeriggio però di solito si annuvolava e cominciava a piovere nel giro di pochi minuti. Così ero costretto a fermarmi, piantare la tenda e mettermi al riparo. Tutti i giorni la stessa storia”.
Costretto a riposi ‘forzati’ Alessandro dormiva quasi dodici ore per notte. La sua giornata cominciava alle sei del mattino con la colazione, marmellata o cioccolata. Alle sette in marcia fino a metà pomeriggio. “La fine dell’estate è un periodo estremamente mutevole – racconta – quando sono arrivato a fine luglio era quasi mezzanotte ma era ancora chiaro. Le ore di luce però si riducevano rapidamente, di 10 minuti ogni giorno”.
La tenda piantata, quando possibile, vicino a un corso d’acqua per fare rifornimento e non dover caricare ogni volta pesanti scorte: “L’acqua dei fiumi naturalmente è potabile. Quando occorreva comunque avevo la pompetta con il filtro per depurarla”.
Comunicazioni col mondo quasi zero. Alessandro aveva con sé solo un telefonino Gsm e un comunicatore satellitare con un semplice pulsante. Ogni volta che veniva premuto inviava a una serie di indirizzi di posta elettronica un segnale con le coordinate polari della sua posizione. E poi c’era il console: “Col signor Bjornsson ero in contatto già prima di partire. Era lui che teneva i contatti con la mia famiglia e li informava sulla mia posizione in base agli avvistamenti dei pochi abitanti del luogo o degli escursionisti”.
Tutto è filato liscio fino al 17 agosto. “Sono entrato nella zona vulcanica quattro giorni prima, un deserto di lava e sabbia. Non c’erano corsi d’acqua e ho dovuto portarmi una scorta pesante. Poi il vento e le tempeste di sabbia. Mi entrava dappertutto, nei vestiti, nel cibo e negli occhi. Quando il vento ha preso la mia tenda e l’ha sbattuta contro le rocce danneggiandola mi sono detto che poteva bastare”.
Giunto a Dreki Alessandro ha dato forfait, dopo 300 chilometri e 18 giorni di cammino, a più di due terzi del percorso programmato. Ha preso un pullman fino alla costa ed è cominciata la seconda parte del viaggio. “Ho proseguito in autostop lungo la Ring Road – racconta – con uno zaino leggero, mi fermavo nelle zone attrezzate e lì ho visto un altro pezzo di Islanda, molto diverso ma altrettanto suggestivo”.
La Ring road costeggia l’isola lungo tutto il litorale. Alessandro l’ha percorsa quasi tutta nelle ultime due settimane, sporgendo il pollice e facendo anche incontri singolari: “Una volta mi ha tirato su una famiglia che viaggiava in Jeep. In inglese mi hanno chiesto di dove fossi e io ho risposto ‘Rome, Italy’. Al che il padre mi dice ‘Ma che ddavero?’. Erano di Roma anche loro, del mio stesso quartiere”.
Ora che è tornato in Italia, alla vita di sempre, ripensa e descrive quelle ore di solitudine: “È stata dura, a volte ho pensato di non farcela – ammette con una luce vivida negli occhi – ma lo rifarei perché è stata un’esperienza incredibile. Non avevo con me nulla da leggere o musica da ascoltare, perché volevo scrivere e godermi la solitudine senza altre distrazioni. Inoltre l'igiene era precaria perché non avevo la possibilità di lavarmi. Ho fatto una doccia in 35 giorni, senza nemmeno il sapone! L'unica cosa che avevo era il bicarbonato per lavarmi i denti al fiume la sera”.
Questa non è la prima sua esperienza nei freddi paesi del nord. “Sono stato in Norvegia, l’ho girata in autostop. Poi alle isole Svalbard. Une delle ultime zone abitate più vicine al polo”. Da uno così ci si può aspettare tutto, meno che si fermi dal suo peregrinare. Infatti sta già programmando il prossimo viaggio, un’altra affascinante avventura: “Voglio attraversare i Balcani in bicicletta con un amico. Partiremo a dicembre da Trieste o più probabilmente da Spalato, per arrivare fino in Grecia”.