Viaggi

Sicilia

Va' dove ti porta il treno

Da Ragusa, la 'città dei ponti', a Ortigia attraversando la valle del Barocco. Luoghi di rara bellezza come Scicli, Ispica, Noto, Avola e Cassibile

6 minuti di lettura
Gli antichi siculi veneravano la dea Hybla, e così chiamarono la roccaforte edificata sul fiume Irminio. Poi vennero i greci e l’allungarono in Hybla Heraea, per ingraziarsi la divinità Hera, e la colonia prese a fiorire grazie ai commerci e all’agricoltura. Per i romani rimase Ibla, mentre furono i bizantini a darle il nome Rogos, cioè granaio: già allora i disboscamenti intorno avrebbero cambiato per sempre il panorama, da foreste a campi coltivati.

Nel IX secolo il dominio arabo le avrebbe imposto Ragus, che significa “luogo della battaglia”, o comunque di un evento importante, come la conquista di quella zona splendida e fertile. E così sarebbe rimasta Ragusa, la città sorta sui monti Iblei a 500 metri di altitudine, distrutta da un devastante terremoto nel 1693, e ricostruita “raddoppiandola”: la Ragusa “supra”, sull’altopiano, la nuova urbanizzazione settecentesca, e la Ragusa Ibla, riedificata sull’antico impianto medievale. Bellissima e benestante, detta “città dei ponti”, ama vantarsi di essere “l’altra Sicilia”, o come l’ha definita Gesualdo Bufalino, “un’isola nell’isola”, grazie alla sua storia che la distingue dal resto della Sicilia e che le ha conferito un contesto sociale ed economico da cui risulta ancora la città più ricca dell’isola.

Dalla sua stazione inizia il nostro viaggio attraverso la valle del barocco, nel periodo estivo dovrebbe tornare in attività – per ora non si sa quando - il trenino d’epoca sulla linea completata nel 1821, mentre noi useremo un qualsiasi convoglio a motrice diesel di Trenitalia.

Tra le graziose pensiline liberty, arriva il capostazione e squadra Paolo e me con aria delusa: “Ah, sareste voi la troupe?” Dannata televisione, ti annunci alle “autorità ferroviarie” magari sbagliando a usare il termine “reportage”, e si aspettano una nutrita squadra con telecamere e microfoni. Be’, Paolo ha il suo cospicuo bagaglio di fotografo e io soltanto la penna e il taccuino: sempre esigua, come troupe, agli occhi del capostazione. Che però si accende subito di generoso entusiasmo e ci spiega che nei primi chilometri percorreremo un tratto di ferrovia unico al mondo nel suo genere. All’inizio fatichiamo a capire cosa intenda, comunque, i binari per salire dal fondovalle compiono un tragitto a forma di 8, un doppio anello incrociato per buona parte in galleria. La cosa strana è che gira e rigira lo splendido panorama di Ragusa Ibla compare tre volte al finestrino, sia a destra che a sinistra.

[[ge:rep-locali:repubblica:117037909]]

Il capotreno ci racconta la storia del giovane ingegnere che progettò questa ardita opera. La galleria principale era in via di scavo, gli operai procedevano nelle due direzioni con l’obiettivo di incrociarsi in un punto prestabilito nei suoi disegni. L’ingegnere cominciò a preoccuparsi quando, secondo i suoi calcoli, i due cunicoli non si erano ancora incontrati. Passavano i giorni e si convinse di aver sbagliato il progetto: sospettava che i due fronti si fossero ormai superati senza incontrarsi, una sciagura. Un mattino i tecnici corsero a svegliarlo per comunicargli che era tutto risolto, le maestranze stavano festeggiando l’incontro dei due fronti. Ma arrivarono tardi: l’orgoglioso ingegnere pendeva dal soffitto con una corda al collo. La convinzione di aver sbagliato era un’onta insopportabile.

Stazione di Modica: scendiamo ad ammirare la targa in ricordo di Salvatore Quasimodo, che “qui concepito germogliò l’infanzia” proprio accanto ai binari, visto che il padre era capostazione di Modica. La sua casa natale è un piccolo museo, con la vecchia Olivetti e la registrazione della sua voce durante la cerimonia del conferimento del Nobel per la Letteratura nel 1959.

La “città delle cento chiese” ha un belvedere dove al tramonto sembra di stare davanti a un presepe, che con l’avanzare dell’oscurità si accende di luci calde e tenui, ed è famosa anche per la cioccolata di Modica, prodotta in base all’antica ricetta dei Maya, che ne coltivavano la pianta e inventarono il kakaw, poi ripresa dagli Aztechi con la bevanda che chiamavano xocóatl. A Modica il cacao arrivò con gli spagnoli nel ‘600, ennesimo dono di madre natura che l’Europa deve alle civiltà agricole del Messico, così come una cospicua parte di frutta e ortaggi che oggi consumiamo, a cominciare dai pomodori, senza i quali la Sicilia intera, fino al XVI secolo, era tutta un’altra cosa.

[[ge:rep-locali:repubblica:117037905]]A Scicli scendiamo nell’attesa del treno che arriva in direzione opposta: si viaggia a binario unico e nelle stazioni si aspetta il segnale verde. Scicli è un piccolo gioiello barocco, il suo Palazzo Beneventano fu definito da sir Anthony Blunt “il più bello della Sicilia, di un pallido giallo oro che al sole acquista un’indescrivibile opulenza”. Mandorli, ulivi, vigne e distese di carrubi. Il possente e longevo carrubo è l’albero sempreverde che fa parte del territorio siciliano fin dai tempi più remoti, e se una volta offriva soprattutto cibo per gli animali da soma, oggi dai suoi baccelloni bruni, le silique, l’industria farmaceutica ricava componenti per gli antibiotici e per prodotti cosmetici, mentre lo sciroppo ricavato dalle carrube, così diffuso nella zona di Scicli, intensifica le facoltà intellettive per gli studenti in vista d’esami e dà energia nei lavori più duri. Negli anni ’40 veniva usato come rimedio a tutti i mali possibili e immaginabili, un toccasana universale, oggi è molto più apprezzato in Inghilterra, Germania e Francia – dove si esporta in grandi quantità – che in Italia.

Passando da Ispica si impone una sosta, sia per il centro abitato come per quello disabitato, nonché per la zona della cosiddetta “cava”, e infine per il mare che dista appena sei chilometri. Anche Ispica ha avuto l’esistenza spaccata in due dal terremoto del 1693. Sulla collina è risorta la cittadina settecentesca, dove si è “innestato” il palazzo Bruno di Belmonte - odierno municipio - progettato da Ernesto Basile nel 1906, sorta di castello liberty assai suggestivo, con le sue torri angolari, le maioliche e le inferriate di ferro battuto, mentre l’Ispica medievale è rimasta abbandonata, i cui ruderi hanno dato vita al Parco archeologico della Forza, nome derivato da fortilitium, la dimora fortificata dei signori feudali Statella che sorgeva sullo sperone roccioso.

In quanto alla “cava”, non è opera dell’uomo ma dei corsi d’acqua nell’altopiano calcareo che hanno scavato un canalone, quasi un canyon, lungo 13 chilometri, il più vasto e profondo della Sicilia orientale, dove vale la pena visitare le labirintiche catacombe. E infine il mare: tra Pozzallo e Pachino si estende un litorale di sabbia fine e dune intervallate da alte scogliere, odierni paradisi per villeggianti che in tempi remoti furono scenario di un evento nefasto, quando una tempesta fece naufragare proprio tra queste spiagge da sogno l’intera flotta romana inviata in aiuto ad Attilio Regolo durante la Prima guerra punica.

Storia e leggenda si sono ormai fuse e confuse, nella tragica vicenda di Attilio Regolo. Sconfitto con le sue due legioni dai Cartaginesi in Nord Africa, fu fatto prigioniero, e quando i romani si rifecero nella battaglia di Palermo del 254 a. C., catturando a loro volta un gran numero di cartaginesi, il console venne inviato a Roma per trattare la pace, ma Attilio Regolo convinse il Senato a continuare la guerra perché il nemico, a suo avviso, era stremato dal lungo conflitto. A quel punto, il console tornò a Cartagine per non venire meno al giuramento fatto, e quei cattivoni dei nordafricani lo avrebbero infilato in una botte irta di chiodi per poi farlo rotolare da un pendio.

[[ge:rep-locali:repubblica:117037903]]Ripreso un altro treno sulla stessa tratta, eccoci finalmente a Noto, una “scenografia” di piazze e scalinate e terrazze, trionfo del barocco siciliano che lo storico dell’arte Cesare Brandi definì “giardino di pietra”, quella che qui ha un colore tra il rosa e il dorato, finemente intagliata in facciate e balconi, dove la monumentalità di chiese e palazzi, orgoglio di un’aristocrazia legata al vicerè spagnolo, si alterna alla città “minore”.

Riprendiamo la strada ferrata, attraversando i vigneti del rinomato Nero d’Avola, un rosso corposo che scaturisce da un vitigno robusto, in certi casi “ingentilito” sposandolo per esempio con il frappato, antichissimo vitigno di probabili origini iberiche, dando così origine al pregiato Cerasuolo di Vittoria.

[[ge:rep-locali:repubblica:117037904]]Dopo Avola c’è Cassibile, passata alla storia perché qui, il 3 settembre 1943, il generale Castellano firmò, per conto di Badoglio e dei Savoia, l’armistizio con le forze alleate rappresentate dal generale Bedell Smith. L’accordo rimase segreto fino all’8 settembre, quando venne reso pubblico alla radio senza aver messo in preallarme le truppe italiane, che nel giro di poche ore si ritrovarono nel caos totale, da alleate a nemiche dei tedeschi, preda facile di ogni rappresaglia.

E infine, Siracusa. Se arrivassimo dal mare, come fecero i corinzi guidati da Archia sette secoli prima dell’era cristiana… allora vedremmo l’isola di Ortigia sovrastata dai torrioni del castello Maniace, neanche un chilometro quadrato che i siracusani chiamano semplicemente “lo scoglio”, proteso a riparare le acque placide del vasto golfo sullo Ionio, il Porto Grande.

E chissà che meraviglie dovettero vedere i romani, che la conquistarono nel 212 a. C.: le mura, i templi, l’agorà, i sontuosi palazzi… Meraviglie che si dedicarono scelleratamente a distruggere in un immane saccheggio, anche se il console Marcello ordinò di risparmiare almeno gli edifici sacri. Erano inveleniti, i figli della lupa: da due anni assediavano Siracusa e per opera di un certo Archimede e dei suoi specchi “ustori”, si erano visti incendiare le navi come per un sortilegio, colpite da una sorta di raggi laser ante litteram, in un’epoca nella quale non si metteva in conto l’uso dell’energia solare a scopi bellici.

Noi, invece, arriviamo in treno, e subito visitiamo la sua isola ormai unita alla terraferma dall’ampio ponte Nuovo. Ortigia pullula di palazzi, cupole e campanili, in un armonioso tripudio di stili risalenti ai greci, ma con successivi apporti normanni, aragonesi, e infine il barocco, ovviamente. La fortezza quadrata fu fatta edificare nel 1239 da Federico II, e venne chiamata castello Maniace dal nome di un generale bizantino che si era incaricato di erigere una precedente postazione difensiva sulla punta estrema dell’isola Ortigia.

Ma forse il luogo di maggiore incanto è la Fonte Aretusa, sorgente che sgorga in una grotta a pochi passi dal mare, un mito che ha affascinato attraverso tante epoche ispirando poeti e scrittori, da Virgilio a Ovidio, citata da Cicerone nelle Verrine, cantata anche dall’arabo Edrisi, e in tempi più recenti da Milton, Gide e D’Annunzio.

Aretusa, ancella della dea della caccia Artemide, per sfuggire alle mire del focoso Alfeo, dio fluviale figlio di Oceano, fuggì dai boschi dell’Elide finendo a Siracusa, dove Artemide la tramutò in fonte. Ma Zeus fece altrettanto con Alfeo, che divenuto acqua di fiume, raggiunse la bramata ninfa scorrendo sottoterra. I poeti greci narravano che quando a Olimpia venivano sacrificati animali lungo il fiume Alfeo, le acque della sorgente a Ortigia si tingevano di rosso.

Nel centro di Siracusa si possono visitare numerose catacombe, le principali sono quelle di San Giovanni, di Vigna Cassia e di Santa Lucia: queste ultime conservano le reliquie della “santa protettrice degli occhi”, venerata dai fedeli locali e di tante parti d’Italia, al punto che esiste un sito internet dove affidare le suppliche scritte o rivolgere i relativi ringraziamenti. Il culto di Santa Lucia riguardò anche il Sommo Poeta: Dante Alighieri ebbe in gioventù una grave infiammazione agli occhi, dovuta, a suo dire, alle letture eccessive, e rivoltosi a Santa Lucia, era stato da questa miracolato. Riacquistata la vista, Dante le dedicò un posto d’onore nella Divina Commedia, facendone il simbolo della “grazia illuminante”, nonché sua umanissima soccorritrice venuta a condurlo in salvo dopo lo smarrimento nella selva oscura, portandolo in Purgatorio: Venne una donna e disse: I’ son Lucia, lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via…