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Austin night (and day) live

Il viaggio è, e vuole continuare a essere, un angolo libero e creativo nel superconformista Texas. E con un mix di country, blues, jazz, rock, 24 ore su 24, è la capitale della musica dal vivo. Dweb

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 L'intuizione venne a Lillian Standfield una notte del 1991 quando, tornando da un concerto a Houston, la musicista blues si fermò a meditare per le strade del Texas. "La nostra città è molto meglio di Houston, dobbiamo fare qualcosa per lei", disse a un amico mentre fissava i cartelli luminosi all'imbocco di Austin. Ci pensò per tutta la notte e il giorno dopo corse in municipio, afferrò per un braccio il primo politico che le passava di fronte e gli spiegò la sua idea: nominare ufficialmente Austin "live music capital of the Usa", capitale americana della musica.
 
I numeri le davano ragione. Dati alla mano non esisteva (e non esiste) una città americana con un così alto numero di locali con musica dal vivo pro capite come Austin. Non New York, non Los Angeles, neppure New Orleans o Nashville, o Las Vegas. Austin era la regina musicale americana ma pochissimi lo sapevano. Mancava lo slogan giusto. Così il 29 agosto 1991 la città si autoproclamò "Live music capital of the world" (agli americani piace esagerare...). Te ne accorgi già all'aeroporto.

In tre spazi diversi gruppi suonano blues e country a rotazione, salutando chi torna a casa e accogliendo chi arriva la prima volta nella "capitale mondiale della musica dal vivo". Poi vai in giro per la città e capisci quanto il semplice slogan di Lillian sia diventato una realtà. Quanto la musica, in questo anomalo angolo di Texas dove ogni sera si suona dal vivo in quasi tutti i bar (sono centinaia e soddisfano qualsiasi gusto o tendenza, dal punk al folk, dall'indie rock al jazz), non sia un semplice divertimento. È un motore di creatività, il simbolo di ciò che rende Austin così speciale e non ultimo una voce importante - parliamo di milioni di dollari - del bilancio del governo locale.

Che ricambia il favore promuovendo l'immagine, sostenendo i concerti tutto l'anno e aiutando economicamente i musicisti. Ma lo slogan che va di più, oggi, è un altro. "Keep Austin Weird" si legge sugli adesivi appiccicati alle vetrine, "manteniamo Austin stravagante". In un Texas arido, conservatore e un po' ingessato questa città di 700mila abitanti circondata dai boschi con una delle più grandi università americane (la University of Texas) è il faro del progressismo eclettico statunitense.

È il Texas che non ti aspetti, quello degli Austinites, un mix variegato di artisti e colletti bianchi che girano in bicicletta fra le casette vittoriane lungo il Colorado river, scatenati musicisti e studenti riuniti in goliardiche fraternities stile Animal House, professori universitari e ingegneri impiegati all'Ibm, alla Dell o alla Apple (il settore informatico è fondamentale e la città è stata soprannominata Silicon Hills in ironica contrapposizione con la più celebre Silicon Valley californiana). Money magazine ha dichiarato Austin "miglior luogo dove vivere" fra le grandi città Usa, posizionandola nei primi posti della classifica sulla sicurezza (3 omicidi ogni 100mila abitanti).

"Siamo la 'terza costa' americana, dopo la California e la East Coast, ma mantenere weird questa città, con la sua aria eccentrica e spensierata, significa conservarne la forte personalità. Vuol dire resistere all'eccessivo consumismo, tutelare i bar e i negozietti che ancora popolano il Warehouse District, e magari difendere le piccole ma importanti radio come la nostra", sottolinea il giovane Kory Cook, vicedirettore musicale alla Kut, la radio universitaria lungo Guadalupe street.

Fuori a cercare parcheggio e a scaricare gli strumenti oggi c'è il furgone della Band of Heathens, cinque ragazzi di Austin che fanno un country melodico molto in voga, tanto da essere stati nominati "Best New Band" all'Austin Music Awards del 2007. Fra un'ora suoneranno dal vivo negli studi della radio, perché Kut - che ha da poco compiuto cinquant'anni e si è sempre mantenuta con i soldi donati dagli ascoltatori - è stata una delle prime stazioni al mondo a far esibire live nei propri studi i gruppi musicali. "Austin si è guadagnata negli anni questa reputazione di luogo libero e creativo in uno Stato molto conformista", spiega Gordy Quist mentre accorda la sua chitarra prima dell'esibizione, "qui si sono formati musicisti come Janis Joplin e Stevie Ray Vaughan, e ora la città vive di rendita, oggi ci sono comunità di musicisti che arrivano da ogni angolo d'America solo per vivere qui". La luce rossa è accesa, "on air", cinque brani dal loro ultimo album intervallati da telefonate degli ascoltatori.

[[ge:rep-locali:repubblica:117038501]]Tempo un'ora e The Band of Heathens ha finito, i ragazzi se ne vanno. Rimane a chiacchierare un omone alto e magro, John Chipman che all'Austin Music Awards di quest'anno ha vinto il titolo di "Best Drummer". "In questa città è come se i batteristi crescessero sugli alberi", dice John prima di andarsene, sorridendo. Uno dei più influenti della scena texana è stato Mike Buck. Non che non suoni più la batteria, ora che ha i capelli bianchi; lo fa con la fidanzata, la giovane cantante blues Eve Monsees. Ma lui ha tirato un po' i remi in barca e oggi gestisce (Eve gli dà una mano) l'Antone's Record Shop al 2928 di Guadalupe street, uno dei più forniti negozi di dischi di Austin. "Molti ragazzi pensano di venire in città e di essere scoperti dai talent scout locali, ma non è proprio così", racconta Buck maneggiando un 45 giri originale di Elvis.

"È vero, Austin è un palcoscenico eccezionale, ma è anche piena di gente che non ha sfondato e vivacchia suonando per una vita nei piccoli locali. È l'altra faccia della medaglia". Alcuni hanno avuto un discreto successo, certo. Come Charlie Sexton o Seth Walker, il "piccolo Ray Charles bianco"; come l'armonicista Walter T. Higgs, il giovane batterista Brannen Temple o la coppia Chris Gage e Christine Albert. Loro due stasera suonano al Central Market di Austin, un ristorante-gastronomia con patio per concerti e con loro, alla batteria, c'è Ernie Durawa, forse il batterista texano più conosciuto.

Tutti devono qualcosa al vecchio Ernie, qui a Austin, perché dà lezioni di batteria da una vita e ha formato intere generazioni di drummers locali. Ernie è di San Antonio, il suo vero nome è Ernesto Saldaña ma fu adottato dagli zii quando morì sua madre. Seduto all'Elephant Room di Congress avenue, davanti a una "Lone Star beer" spiega che "musicalmente la storia della città nasce negli anni Sessanta, quando stanchi di Nashville molti artisti scesero ad Austin. Si formarono vere e proprie comunità di musicisti, accolti in casa di amici o studenti universitari. Una di questi si chiamava Janis Joplin". La ragazza allora aveva meno di vent'anni e viveva in una specie di comune, The ghetto, in Nueces street.

Ogni mercoledì sera andava al Threadgill, un ex distributore di benzina trasformato in birreria nell'Armadillo district, e puntualmente prendeva il microfono in mano. "Era triste e sporca", raccontava Kenneth Threadgill, il proprietario, "i suoi capelli erano spettinati e sembrava che stesse indossando gli stessi vestiti da settimane, giorno e notte. Ma era così carismatica... tutti la adoravano". Barbour street, dove al posto del jazz si suonano blues e honky tonk, è da sempre la Sixth street, otto isolati strapieni di bar, café, discoteche, ristoranti, shop per turisti, tatuatori e cappellai, storici alberghi (come quello del ricco allevatore e barone Driskill) e birrerie dove le bariste ballano seminude sui banconi in stile Coyote Ugly.

Negli anni Settanta però il baricentro musicale era altrove, più a sud, nell'Armadillo district, il quartiere preferito da hippy, beatnik e capelloni. E fra tutti i bar il più amato era l'Armadillo World Headquarters, destinato a diventare uno dei più celebri locali della storia del rock; Time lo paragonò per importanza al Fillmore di San Francisco. Aprì ufficialmente nell'agosto del 1970 quando Eddie Wilson, alla ricerca di un locale dove fare provare la sua Shiva's Headband, trovò un capannone abbandonato con la porta aperta poco a sud del fiume. "Era brutto e aveva una pessima acustica", ricorderà Eddie, "ma l'affitto era davvero basso.

E con quell'armatura esterna in alluminio ricordava proprio un armadillo". Qui furono lanciati Van Morrison e i Clash, qui vennero a suonare Ray Charles, Frank Zappa, Bruce Springsteen, gli ZZ Top, e la miscela di country e rock che ogni sera usciva da queste mura fu ricordata come Austin sound, o Cosmic Cowboy. L'Armadillo è fallito nel 1977. Il locale non aveva mai guadagnato molto e l'ingresso era quasi sempre gratuito ma il terreno dove sorgeva stava acquistando valore, la città si stava espandendo in quella zona e così in pochi anni al suo posto costruirono uffici.

Oggi c'è una targa a ricordare lo storico locale, e molti dei capelloni che lo frequentavano vivono ancora ad Austin. Come il direttore di radio Kut, Larry Monroe, che ha un modo tutto suo per convincerti di quanto Austin sia vivibile: "In sette mesi non ho mai tirato su la capotte della mia Alfa Spider dell'85, e fra gennaio e febbraio l'ho potuta aprire per ben 34 giorni". Comunque la zona sud della città non ha mai perso smalto, anzi. "Spend the day in So.Co", si legge nel cartellone di Doc's, una birreria molto nota fra i motociclisti in South Congress avenue. La lunga strada è ora famosa come So.Co, o "zona rosa"; un intero quartiere di negozi di vintage e ristoranti all'aperto (come il Güero's, dove si ascolta musica all'ombra di una quercia secolare mangiando tacos e bevendo un margarita), e di discoteche celebri come il Continental Club, che l'anno scorso ha festeggiato cinquant'anni. So.Co finisce dove inizia il fiume, con i canoisti che si allenano e i battelli a vapore che passano pieni di turisti, e il ponte di Congress avenue che tutti i giorni, al tramonto, ospita una minacciosa nuvola nera. È la più grande colonia urbana di pipistrelli al mondo. Che come fanno molti Austinites iniziano a vivere veramente solo di notte.  Janis cantava qui Tutto iniziò ad Austin il 6 dicembre 1933. Il giorno prima il governo aveva messo fine al proibizionismo. Kenneth Threadgill era proprietario di un distributore di benzina a nord della città e già produceva moonshine, l'alcol illegale, quello fatto di notte alla luce della luna. Chi voleva, dopo aver fatto il pieno, girava l'angolo e Kenneth gliene vendeva un po'.

Ma era fuorilegge e così la notte fra il 5 e il 6 dicembre il ragazzo si mise in fila davanti agli uffici della Travis County. Al mattino fu il primo a ricevere la licenza per la vendita dei liquori e, tornato a casa, aprì il bar Threadgill's. Settantacinque anni dopo quel locale c'è ancora: al 6416 di North Lamar blvd (www.threadgills.com). Threadgill's divenne il posto preferito dai musicisti della zona, che si davano appuntamento qui per suonare, giocare d'azzardo e bere alcolici (ma non per ballare, la licenza arrivò molti anni dopo).

Il bar rimaneva aperto 24 ore su 24. Lo stesso Kenneth prendeva spesso il microfono e si improvvisava cantante, anche perché non c'era un vero e proprio palco: ci si esibiva fra i tavoli, come in un vero juke joint e i musicisti erano pagati in birre. Nel 1942 quando Kenneth fu chiamato alle armi lui e sua moglie Mildred dovettero farsi fare chiavi e serratura perché fino ad allora non avevano mai chiuso il locale. Dopo la guerra continuò a essere luogo di ritrovo per molti giovani. C'era anche una certa Janis Joplin che ogni tanto cantava con la sua voce roca, a cavallo fra country e rock'n'roll ogni mercoledì sera...