A Torino la nebbia davvero fitta non c'è quasi mai, contrariamente a quel che si potrebbe credere. Certo però che quando arriva arriva. E allora la città si avvolge in un'atmosfera gelatinosa, che attutisce i rumori, e ci imbozzola come bachi in una nebulosa luminescente, mentre l'esperienza del mondo esterno si condensa a un braccio di distanza dal nostro corpo. Il fascino della città cambia, Torino diventa più metafisica, le piazze dipinte da De Chirico non dispiegano più l'elegante sobrietà sabauda nei tramonti violetti di Gozzano, ma vanno esplorate, portico dopo portico, inseguendo come fari nella nebbia le luci alternate di negozi, librerie e dei cento locali, bar, ritrovi, ristoranti, pub che negli ultimi anni spuntano come funghi nel centro storico, forse ad addolcire il declino industriale di una città che oggi stupisce per l'inattesa vivacità notturna quasi "madrilena".La nebbia più compatta degli ultimi anni, neppure a farlo apposta, ha accolto nella sua visita torinese uno degli autori più perturbanti del cinema contemporaneo: David Cronenberg, restituendogli uno scenario che sembra l'ideale per quei suoi film sempre in bilico tra l'ossessione paranoide e il realismo fantascientifico, dalle clonazioni di Brood alle ossessioni televisive di Videodrome, dagli squarci temporali della Zona morta agli sconfinamenti tra reale e virtuale dei videogames di eXzistenz. "Tutti mi parlano della bellezza delle montagne attorno a Torino, ma io le ho viste solo sui libri, e da quando sono qui non c'è nulla che mi dimostri che esistano davvero...": complice la fitta nebbia Cronenberg apre l'incontro con gli studenti del DAMS con un'ironica negazione della realtà fisica del panorama, che gli serve per introdurre il suo cinema visionario e spiegare che "l'evoluzione dell'uomo non si è fermata, solo che oggi non interagisce più con l'ambiente ma con la tecnologia". Per il regista canadese, maestro indiscusso di un cinema "post-human", Torino è una destinazione obbligata, vista la sua passione per le automobili, i motori e il design italiano. Quanti sanno, ad esempio, che il trasportatore di materia della Mosca riproduce ingrandito il cilindro di una Ducati?Una sua sceneggiatura inedita per un film sulla Ferrari sta sullo sfondo dell'invito rivoltogli da Volumina che, insieme con la Regione Piemonte, Telefilm Canada e le università di Torino e Toronto, prepara per il prossimo autunno un "tutto Cronenberg"."Ho sempre pensato al cinema come a un'arte in tre dimensioni, perciò gli spazi sono importanti per me, mi piace entrare in luoghi inattesi perché mi fanno venire delle idee che non sapevo di avere". Così, quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata in cerca di "locations" per la sua mostra, diventa un percorso all'interno di due monumenti-simbolo della area metropolitana torinese: la Mole Antonelliana e la Reggia di Venaria. "E' come salire su un'astronave pronta al decollo verso Marte", dice Cronenberg di fronte alla Mole, mentre cerca un punto di vista, come se dovesse piazzare la macchina da presa, per renderla ancora più imponente. L'interno lascia senza fiato, non tanto per l'allestimento del Museo del Cinema, troppo rococò e per nulla interattivo ma divertente soprattutto se ci si va con i bambini, quanto per la cosiddetta Aula del tempio, un'enorme campana tagliata verticalmente dall'ascensore che ci porta verso la sommità del monumento con un'esperienza mozzafiato: partendo da terra una funicolare trasparente si innalza nel vuoto fino a centrare, dopo un salto di 82 metri, una fessura che ci fa uscire su un terrazzino proiettato tutt'attorno su Torino, la collina, il Po, le Alpi."E' un'esperienza surreale, commenta Cronenberg, perché vista da fuori la Mole è un evidente simbolo fallico, ma entrati dentro ci troviamo avvolti in un gigantesco utero materno. Mi interessa molto questo passaggio in un'altra dimensione, perché noi abbiamo bisogno di una nuova estetica per l'interno dei corpi".Simbolo di Torino, la Mole nasce dalla fantasia di un "architetto folle", Alessandro Antonelli, che forza una commessa iniziale della comunità ebraica per tirare su fino ai 167,5 metri della guglia il più alto monumento in mattoni d'Europa. Ironia della sorte: il simbolo della città fabbrica, non è mai servito rigorosamente a nulla. Partita nel 1863 come sinagoga, acquistata e completata nel 1889 dal Comune come stazione ferroviaria, trova una destinazione oltre un secolo dopo, diventando nel 2000, dopo un radicale restauro curato dall'architetto Gianfranco Gritella, la sede del Museo Nazionale del Cinema.La Reggia sabauda di Venaria, seconda tappa di Cronenberg, un simbolo del Piemonte non lo è ancora, ma è sicuramente destinata a diventarlo. Con i suoi 50.000 metri quadrati coperti è una delle più grandi residenze reali d'Europa e, proprio come la Mole, di cui costituisce una sorta di "equivalente orizzontale", non è mai servita a molto. Inaugurata alla fine del Seicento, viene usata dalla corte sabauda per circa un secolo, diventando poi una caserma, mentre i Savoia riutilizzano gli arredi, portandoseli dietro anche nel trasferimento al Quirinale. Venaria, oggi in pieno restauro a cura della Regione Piemonte e del Ministero dei Beni Culturali, è un monumento "eccessivo", i cui continui cambi di prospettiva ne rendono possibile una veduta d'insieme soltanto da un aereo in volo.L'illusionismo barocco ne trasforma l'interno in una specie di "iperspazio" che dà l'impressione di essere più grande dell'esterno, come nell'imponente scenografia della Galleria di Diana, già aperta ai visitatori, cui fanno da contraltare, come tre grandi navate di una cattedrale laica, le scuderie per 2500 cavalli e la citroniera, lunga 140 metri, larga 23 e alta 17, dove stanno per iniziare i lavori. "E' emozionante - osserva Cronenberg - vedere l'alternarsi delle parti restaurate con quelle ancora in rovina, sembra di passeggiare in una macchina del tempo".E aggiunge: "L'arte nuova, in fondo, si è sempre fatta contemplando le rovine del passato", considerazione che gli scappa di getto varcata la soglia dell'ultima "camera delle meraviglie" della sua permanenza torinese: l'Italdesign di Giorgio Giugiaro, che ha invitato a vedere "come nascono le macchine" il regista che in Crash descriveva l'automobile come nuovo spazio esistenziale dell'uomo.Quella che avrebbe dovuto essere una breve visita conclusiva al museo di prototipi dell'Italdesign, grazie all'improvvisa cordialità scoppiata tra i due "registi", diventa una vera e propria lezione sulla progettazione di un'automobile: dalla "sceneggiatura", al set virtuale dove i disegni a mano vengono digitalizzati e acquistano volume, fino alla "messa in scena" vera e propria attraverso la costruzione di un modello spaziale in gesso che acquista poco a poco la forma definitiva. "Perché, dice Giugiaro, l'automobile prende forma solo nello spazio". "Sì, aggiunge Cronenberg, come il cinema e come la vita dell'uomo".