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Agricoltura di charme

Un viaggio nel Tavoliere delle Puglie, alla ricerca delle colture tipiche in una terra particolare, la Capitanata.

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Un'isola felice, in un mare di terra coltivata, dove l'agricoltura biologica è ancora un marchio di qualità e prestigio. Tutto questo accade alla Masseria Motticella.
Ciro Sirena, settant'anni, magrissimo, ha gli occhi vivaci e un volto scavato che fa pensare ad antiche privazioni. Mostra, nella corte della Masseria, una cassetta di legno come fosse una reliquia miracolosa. La scatola è piena di vecchi calzini di cotone e sacchetti di iuta che conservano parte del suo tesoro: semi di pomodori, di peperoni, di rape, accompagnati da fogli a quadretti con le date per la semina.
Quando alla metà degli anni Ottanta Paolo Petrilli ereditò alla morte del padre l'azienda Motticella, appena fuori Lucera, nel Foggiano, chiamò Ciro per fare insieme a lui un viaggio ideale alla ricerca delle colture tipiche della sua terra, la Capitanata. Nome derivato dai Catapani, governatori mandati in Puglia da Bisanzio, nell'XI secolo. Questa parte del Tavoliere è una delle aree agricole più importanti ed estese d'Italia, dove nella storia sono passati i Greci, i Romani, i Bizantini, i Saraceni, i Longobardi, i Normanni, gli Angioini.

Petrilli ci vive dal 1997 con la moglie Paola del Buono, avvocato, che l'aiuta con tenacia e passione, e i figli Francesco, di otto anni e Giulia di tre. Si arriva, lasciata l'autostrada adriatica a San Severo, accompagnati da un cielo che sembra lunghissimo, incontrando più trattori che automobili, per strade strette e perpendicolari che finiscono davanti a portali barocchi aperti talvolta sul nulla o ingresso di vaste aziende agricole con al centro piccole case bianche e costruzioni squadrate come fortezze, quasi senza finestre, ricordo di tempi in cui ci si doveva difendere dai briganti. Qua e là antichi pozzi simili a monumenti, segnano simbolicamente la ricchezza di acqua di ogni podere: quelli con quattro colonne fornivano molti secchi, quelli con due, una quantità minore. Ma nel Tavoliere l'acqua, dal Dopoguerra, non è più un problema, grandi opere di irrigazione furono realizzate grazie alla Cassa del Mezzogiorno. Petrilli è stato presidente del Parco Nazionale del Gargano e, dopo la laurea, avrebbe voluto insegnare Storia all'università, ma credeva fermamente nell'agricoltura: "È un bel mestiere, anche se ripetitivo e un po' "lagnoso", perché i contadini si lamentano sempre dei capricci del clima". "All'inizio della mia avventura", racconta Petrilli, "dovevo scegliere tra il pomodoro, la vite, il grano e l'olivo. Produzioni tipiche di queste parti". Decise di prendere il prodotto più semplice, il più povero: il pomodoro. "Ma facciamolo bene", disse.

Nei 240 ettari della sua azienda, dove ogni appezzamento ha il nome di qualche contadino o di una credenza popolare, produce anche barbabietola da zucchero, foraggio, grano. Ma il pomodoro lo fa "proprio bene". La produzione è completamente biologica: dei 50-60mila quintali prodotti all'anno, tutti con certificazione AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica), destinati all'industria, una parte, circa un migliaio di quintali, viene lavorata in azienda. "Questi pomodori, raccolti a mano", spiega Petrilli, "vengono bolliti a vapore e messi in piccoli contenitori di vetro, proprio come fanno da generazioni le donne di qui". Ne nascono barattoli di grande qualità, segnati da un'etichetta dalla calligrafia antica, con pelati, passata e cubettata che finiscono sulle tavole di famosi ristoranti come Aimo e Nadia, l'Antica Osteria del Ponte, il Sole di Ranco.

Oltre che in negozi selezionati in Italia, arrivano in Germania, Giappone, Svizzera, Francia, Canada. In Gran Bretagna si possono trovare da Fortnum & Mason, da Harrods e vengono usati nel celebre The River Cafè di Londra."Grazie a Ciro abbiamo recuperato i vecchi ceppi della tradizione locale che producono pomodori dal sapore intenso, come il "prunillo", il "san marzano" e il "torre maggiorese", ormai abbandonati dalla grande industria conserviera", racconta Petrilli. Ad ogni raccolto, Ciro Sirena sa capire, dalla forma e dal colore, quali sono i frutti che contengono i semi adatti alla riproduzione. Li estrae, li fa essiccare con tecniche antiche e li pianta al momento giusto. Ogni stagione ne raccoglie più di sessantamila."I primi anni non è stato facile vendere la nostra produzione di pomodori di qualità, anche perché il prezzo era superiore ai barattoli che si trovano nei supermercati. Ma da almeno tre anni a questa parte è cambiato il gusto del consumatore e le sue esigenze, lo stesso consumo industriale ha oggi standard superiori".Petrilli, a proposito dei suoi pomodori, ricorda lo slogan di un noto stilista "Faccio il lusso di massa", e aggiunge: "Il nostro prodotto è un piccolo lusso che ci si può permettere spesso".Sta cambiando l'atteggiamento nei confronti della campagna pugliese, dove oggi molti, spesso laureati, ritornano. "Una volta ci si vergognava di essere contadini", dice Petrilli, "perché si viveva separati dal mondo, perché c'era solo il signore da una parte e il contadino povero dall'altra. Ora molti giovani con un'istruzione elevata riscoprono la campagna e investono denaro. Sono convinto che l'agricoltura europea sia di fronte ad una sfida: solo con la difesa dell'ambiente e con la qualità potrà competere con Paesi dotati di grandi spazi che ragionano in termini di quantità invece che di qualità".

Il punto d'orgoglio della Motticella non è solo il pomodoro. Da due anni una ventina di ettari dell'azienda sono stati destinati a vigneto: producono due vini che, come i pomodori, trovano le proprie radici nella storia e nelle tradizioni. Hanno ricevuto nomi importanti, ispirati a personaggi dell'Orlando Furioso: Ferraù e Agramante; saranno in bottiglia a giugno e in distribuzione dal prossimo ottobre. L'Agramante, ottenuto da un uvaggio di sangiovese, montepulciano, uva di Troia e bombino è in realtà il Cacc'e mitte, vino che racconta la storia dei contadini poveri di queste terre. Ricavavano il loro vino mettendo (mitte) la poca uva che possedevano nei tini per la spremitura dei ricchi latifondisti e tirandola fuori rapidamente (cacc'). LuceraRicchezze e cultura dai Romani agli AngiòMolti, in paese, giurano che Federico II, invece che a Castel Fiorentino, sia morto proprio a Lucera, nella notte del 13 dicembre 1250. Vero o falso, il grosso centro pugliese deve molto al sovrano svevo: durante il suo regno raggiunse splendore e ricchezza.

Federico II ne fece una delle sue residenze preferite. Fu anche una città simbolo della convivenza fra razze e religioni. Il monarca, tra il 1224 e il 1246, vi trasferì infatti un'ampia comunità di saraceni dalla lontana Sicilia. Questi, che erano diventati in quel periodo fedelissimi agli Svevi e alcuni di loro scortavano armati Federico II, costruirono delle moschee in città, sulle quali successivamente gli Angioini edificarono le proprie chiese. Lucera, in realtà ha una storia molto più antica; nell'epoca preromana questa parte di Puglia era abitata dai Dauni, un popolo con una propria lingua ed un interessante e complesso culto dei morti. Lucera in epoca romana fu un centro agricolo e commerciale importante; nel 321 a.C. i Sanniti rinchiusero all'interno delle mura cittadine 600 cavalieri romani avuti come ostaggio alle Forche Caudine. Sotto Costantino, fu chiamata Constantiniana.

Altro nome che Lucera ebbe nella storia è Città di Santa Maria, datole da Carlo II d'Angiò che che scacciò i saraceni dalla città. Testimonia la dominazione angioina la grande Fortezza, oggi parzialmente visitabile, costruita, tra il 1269 e il 1283, trasformando la base saracena del castello. Nel centro storico di grande bellezza è il Duomo, edificato all'inizio del '300, dalla facciata gotica asimmetrica e con all'interno un'interessante Ultima Cena rinascimentale attribuita a Jacopo Palma il Giovane. Anche l'altare ha una storia nobile: la pietra, sostenuta da sei colonnine, apparteneva alla mensa di Federico II. Moltissimi sono i Palazzi nobiliari come il Palazzo de Nicastri, che ospita il Museo Civico Giuseppe Fiorelli che espone una serie di importanti antichità lucerine (via de Nicastri n. 36), il Palazzo Mozzagrugno, sede del Municipio e della Biblioteca comunale. Tra gli ingressi cittadini segnaliamo quello ogivale della Porta di Tria, segmento delle antiche mura costruite da Roberto d'Angiò. Fuori dell'abitato c'è anche un anfiteatro romano ellittico che fu fatto costruire da Marco Vecelio Campo, alto magistrato lucerino dell'Età augustea.