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In cargo alle Marchesi

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"Va alle Marchesi?", chiede il funzionario dalla camicia a fiori del porto di Papeete. "Là è selvaggio!" proclama, timbrando il biglietto per l'Aranui. "Le Marchesi! Che esotiche fantasie non evoca già il loro solo nome!" - scriveva Melville, a metà '800, nel suo Taipi - "Urì nude, banchetti di cannibali, boschi di palme, scogliere coralline, guerrieri tatuati, e templi di bambù, e valli solatie fitte di alberi del pane, piroghe istoriate che si cullano sullo scintillio delle acque blu, e foreste vergini custodite da idoli spaventosi e, figurarsi, riti pagani, sacrifici di vittime umane!".Inquietanti, selvagge. Un americano di un secolo e mezzo fa e un tahitiano di oggi sulla stessa lunghezza d'onda. Forza del mito o realtà? Convergenza in ogni caso virtuosa per il viaggiatore curioso delle diversità, in rotta verso l'arcipelago più remoto della Polinesia francese. Sull'Aranui, il cargo misto merci-passeggeri che collega Tahiti e le Marchesi quindici volte l'anno. Il mezzo migliore, per chi ha tempo, per scoprire Fenua Enata (la "terra degli uomini", come i suoi abitanti originari chiamavano le loro isole). Perché in sedici giorni di "crociera-avventura" tocca villaggi e vallate delle sei isole abitate dell'arcipelago, permettendo un approccio ravvicinato alla natura potente del luogo e un contatto genuino con i suoi abitanti. Perché l'Aranui porta turisti, che durante gli scali fanno escursioni accompagnate (in lancia e jeep, a cavallo e a piedi) a templi, cascate, villaggi, baie e, sulla nave, assistono a conferenze e proiezioni. E trasporta merci. Al punto che i ritmi di vita dei 9 mila abitanti delle isole sono scanditi dai suoi arrivi e partenze. Quando il cargo è annunciato i villaggi si svuotano e i moli si riempiono. Quando entra nelle rade o sosta di fronte agli sbocchi delle vallate più remote, "la gente è contenta, sa che quel giorno l'Aranui sarà qui e in quell'altro giorno lascerà le isole, ha il tempo di telefonare, calcolare le spese per gli acquisti, avvertire le famiglie lontane", dice uno dei capi-marinai, Tino, dagli antenati tahitiani, marchesiani, spagnoli e cinesi. Per un paio di ore l'Aranui scarica e carica posta e container, automobili e scooter, carne congelata e scatole di biscotti, sacchi di copra e casse di birra; poi riparte. A volte capita che non arrivi, per qualche inconveniente tecnico, o non possa avvicinarsi, per le condizioni del mare. Allora staziona al largo delle muraglie grigio-giallo-verdi, nelle acque subito profonde migliaia di metri. Le Marchesi, infatti, non hanno lagune. Non sono atolli o isole con spiagge candide circondate da reef, ma vertici di vulcani spenti ancorati a più di 4 mila metri sul fondo del mare, massicci di basalto che emergono con picchi verticali fino a mille metri di altitudine e che precipitano direttamente nell'oceano. Attorno non c'è barriera corallina, perché le isole, pur prossime all'Equatore, sono toccate da correnti fredde di provenienza antartica sfavorevoli alla formazione di madrepore. Così l'onda lunga del Pacifico arriva a sbattere con tutto il suo fragore contro la costa, erodendola e modellandola, insieme a pioggia e vento. Ne risulta un paesaggio diverso da quello degli altri arcipelaghi polinesiani: coste alte e frastagliate, guglie e fortezze di lava che dominano spiagge di sabbia nera, vallate profonde che sboccano solitarie a mare, altipiani centrali e caldere sprofondate nelle quali si è infilato l'oceano. Una profusione di vegetazione, avvolta spesso in brume di calore, sotto le nuvole spazzate dal vento o ancorate ai picchi. Un territorio rimasto in buona parte vergine, senza il traffico o le costruzioni di altre isole, dove si vive con poco. Assorbendo, come ricordano i marchesiani, il mana, l'energia che emana dalla pietra, dalle montagne. "A Tahiti c'è molta gente, molte macchine, molta velocità", dice Tino. "Papeete sta diventando come Honolulu, come Parigi. La gente è sempre occupata, nervosa. Qui, su un battello in pieno oceano, il traffico è nullo. È questo l'esotismo dell'Aranui: il tramonto, l'alba, le stelle, il contatto con la gente, la forza che viene dalle montagne".Le isole, dicono i loro abitanti, sono rimaste com'erano 50 o 150 anni fa. Grazie a una natura che non permette grandi interventi. Certo c'è la tv, aerei regolari, qualche pista e turista in più, ma "chi può sconvolgere la vita alle Marchesi non è ancora arrivato". A "scoprirle", per l'Occidente, fu uno spagnolo, Alvaro de Mendana, nel 1595, ribattezzandole "Marquesas" in onore del viceré del Perù. Ma il primo contatto in assoluto tra europei e polinesiani si risolse male: al furto di oggetti da parte degli indigeni (a cui era sconosciuto il concetto di proprietà) saliti sulla nave per accogliere gli stranieri, Mendana rispose con una scarica di pallettoni che fece diversi morti. Senza le ricchezze immediate cercate da esploratori e avventurieri, le isole vennero dimenticate per due secoli, tagliate fuori dalle rotte commerciali, a parte quelle dei balenieri, e dagli interessi strategici delle potenze europee fino al passaggio di Cook nel 1774. Nel 1842 l'ammiraglio francese Dupetit-Thouars le annettè alla Francia; l'evangelizzazione che seguì fece tabula rasa della cultura locale. Dal 1945 i marchesiani sono cittadini francesi, con diritto di voto. Oggi non vogliono l'indipendenza, ma più potere. Si sentono "come un cavallo legato a due pioli", un giorno o l'altro spezzeranno una delle corde, più quella con Tahiti (che quella con la Francia) accusata di centralizzare le risorse del territorio. Stesso popolo maohi, discendente dei primi naviganti arrivati da ovest proprio alle Marchesi duemila anni fa e da qui ripartiti per popolare il cosiddetto triangolo polinesiano (le terre emerse tra Hawaii, Nuova Zelanda e Isola di Pasqua), ma con tradizioni e lingue diverse. Una Polinesia altra. Una quindicina di isole sparse nel Pacifico centrale, appena sotto l'Equatore (1500 chilometri a nord-est di Tahiti), suddivise in due gruppi. Del gruppo settentrionale le isole principali sono Ua Huka, Ua Pou e Nuku Hiva, capoluogo amministrativo dell'intero arcipelago, l'isola della vallata di Taipi (che ispirò Melville), della baia di Anaho (per Stevenson la più bella dei Mari del Sud), delle cascate di Ahuei (alte 350 metri), dell'altopiano della Terre Deserte, dei siti archeologici sopra la baia di Hatiheu. Del gruppo meridionale le isole principali sono Tahuata (dove si produsse il primo contatto), Fatu Hiva e Hiva Oa. Fatu Hiva è probabilmente la più spettacolare dell'arcipelago. Il capitano dell'Aranui lo sa. Fa scendere i passeggeri nella baia di Omoa, invitandoli a una passeggiata lungo la pista (17 chilometri) che porta alla baia di Hanavave. E li recupera lì, prima del tramonto, posizionandosi di fronte alla Baia chiamata anche delle Vergini (i primi navigatori occidentali la battezzarono Baia delle Verghe, per la forma fallica delle rocce, ma la pruderie dei missionari francesi fece aggiungere una "i" mutando il nome da verges a vierges). Lì, grazie all'ultima luce del giorno, cangiante per il continuo movimento delle nuvole, la vista dal mare delle colonne di basalto che precipitano nell'oceano lascia senza fiato. Hiva Oa è l'isola dove Gauguin e Brel trascorsero i loro ultimi anni e dove ora riposano in semplici tombe, nel cimitero sulla collina di Atuona di fronte alla Baia dei Traditori. A Hiva Oa si trova Iipona, il centro cerimoniale (meae) più importante dell'arcipelago per la presenza di cinque monumentali statue di pietra (tiki), i monoliti sacri più grandi dell'intera Polinesia. I tiki rappresentano antenati leggendari e vengono temuti quando sono ritenuti ancora vivi, carichi cioè di mana (benefico o malefico), al punto che molti non si avventurano a toccarli né a salire sulle piattaforme di pietre di lava da cui vegliano su ciò che li circonda. Agli inizi del '900 un mercante tedesco, malgrado gli avvertimenti dei locali sui pericoli che correva, fece trasportare Takaii (il tiki più colossale di Iipona, alto due metri e mezzo) sulla sua goletta per portarlo in Europa. L'indomani l'imbarcazione che si stava dirigendo verso le Hawaii rischiò di colare a picco in una fulminea e terrificante tempesta. Il mercante riuscì a tornare indietro, rimise il tiki al suo posto e riprese subito il largo su un mare fattosi improvvisamente calmo. AranuiIl postale dell'avventuraCostruita con l' intenzione di offrire ai passeggeri la maggiore comodità, l'Aranui lll è attrezzata con cabine dotate di finestre e suite con balconi panoramici, con due letti o un letto matrimoniale. Nella sala da pranzo, cibi francesi e polinesiani vengono serviti in un ambiente informale e familiare. Il tempo sulla nave passa velocemente: ci si può rinfrescare in piscina, pescare, fare snorkelling e con le attrezzature di bordo, esercitare il corpo in palestra o la mente in biblioteca. Si salpa a Papeete per 16 giorni di navigazione verso le isole più lontane della Polinesia Francese. Sono in tutto 15 tappe e quasi 800 miglia di percorso. La prima tappa sono le Isole Tuamotu, dove si può assistere alla raccolta delle perle nere che vengono estratte da ostriche giganti. Si prosegue per Ua Pou e poi Nuku Hiva, per ripercorrere su una jeep i luoghi descritti da Herman Melville. Il settimo è il giorno di Hiva Oa, l'isola del pittore Paul Gauguin e del cantautore Jacques Brel. Il giorno seguente si arriva alla lontana e verdeggiante Fatu Hiva, quindi a Hiva Oa e infine alla spettacolare Ua Huka, da esplorare a cavallo o a bordo di una jeep. Nel 1842, dopo "sei mesi trascorsi a inseguire il capodoglio sotto il cocente sole dell'equatore", a Nuku Hiva sbarca Herman Melville, ventitreenne marinaio di una baleniera americana. Diserta, per fuggire le angherie del capitano, e finisce prigioniero dei guerrieri cannibali della vallata di Taipi, dove passa un mese e mezzo prima di essere riscattato in cambio di un moschetto e di una tela di cotone. Melville riversa in Taipi il racconto delle sue avventure marchesiane. Pubblicato nel 1846, il bildungsroman del futuro autore di Moby Dick diventa subito un grande successo popolare. Qualche decennio dopo, quando a bordo della goletta Casco viaggia attraverso il Pacifico in cerca di un clima più salubre per i suoi polmoni, Robert Louis Stevenson è già l'autore celebrato dell'Isola del tesoro e del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Nel 1888 incrocia di fronte alla costa settentrionale di Nuku Hiva e così descrive, nel suo diario di viaggio Nei Mari del Sud, la "baia del calmo mattino", che per lui resterà il posto più bello di tutto l'oceano: "Ho veduto sorgere il giorno in molti luoghi del mondo; è stata una delle più grandi gioie della mia vita, ma l'alba che mi ha fatto maggiore impressione l'ho veduta brillare sulla baia di Anaho. Le montagne scoscese strapiombavano sul porto con ogni varietà di superfici e d'inclinazione, praterie, picchi e foreste. Ognuna con un suo colore, zafferano, zolfo, garofano, rosa. Tutto aveva la lucentezza della seta; sui toni più chiari sembrava fluttuare un'efflorescenza; e un vellutato solenne appariva su quelli più scuri". La parola tatuaggio deriva dalla parola polinesiana tatau. Nella civiltà tradizionale i tatuaggi (la cui pratica sarebbe nata circa 1500 anni fa alle Marchesi, per estendersi poi all'intera Polinesia) avevano molti significati, smarritisi con l'influenza dei missionari. Non erano semplici decorazioni ma piuttosto racconti di esistenze, una sorta di carta d'identità sempre visibile della persona che li aveva incisi sulla pelle, spesso dalla testa ai piedi (alle Marchesi anche sulla lingua, sulle palpebre e nelle narici). Narravano la storia individuale, l'appartenenza a un clan, la posizione sociale, la provenienza geografica. Erano anche una barriera di protezione contro le malattie e le influenze malefiche e la perdita dell'energia spirituale interna, il mana, e in battaglia servivano ai guerrieri per terrorizzare l'avversario. Con l'arrivo dei missionari, la pratica dei tatuaggi inizia a declinare, finché nella seconda metà del XIX secolo la Chiesa cattolica li vieta pena la prigione. Alle Marchesi, dove il tatuaggio è più diffuso che a Tahiti, gli ultimi tatuati scompaiono negli anni '30. Dagli anni '80 si assiste nell'arcipelago a una rinascita del tatuaggio, anche come riappropriazione del passato, rivendicazione di identità etnica e politica. Paradossalmente, essendo la cultura marchesiana di tradizione orale, il recupero dei motivi dei tatuaggi avviene grazie ai testi degli etnologi occidentali che li avevano copiati dal vivo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo.