L'arte del nomadismo
Lisa Ginzburg"Camminare davvero è quando si dimentica la propria casa", ho scritto a quindici anni. Ben prima, intorno ai nove, avevo distinto il mondo in "casalinghi" e "fuorilunghi", gente che non molla il proprio nido e chi invece non aspetta che di lasciarlo, per giornate intere o lunghi mesi. Il tema dello spostarsi, dell'alternativa tra radicamento e avventura, mi frulla nella testa potrei dire da sempre. Quando, solo di recente, ho conosciuto il privilegio di una casa di proprietà, contavo la bellezza di diciassette traslochi. "Ora che hai una casa tua, potrai viaggiare più libera", dicevano tutti. Io intanto mi innamoravo dei versi di Juan Jimenez: "Perché le ali mettano radici/ e le radici volino". Se la stanzialità poteva intrigarmi, era solo nella misura in cui avrebbe favorito l'immaginazione. Non sempre lo spaziare della mente ha il suo corrispettivo in una pulsione allo spostamento fisico. Ma certo la mia esperienza dice che chi ha molto viaggiato, chi spesso cambia di luogo e situaz…
"Camminare davvero è quando si dimentica la propria casa", ho scritto a quindici anni. Ben prima, intorno ai nove, avevo distinto il mondo in "casalinghi" e "fuorilunghi", gente che non molla il proprio nido e chi invece non aspetta che di lasciarlo, per giornate intere o lunghi mesi. Il tema dello spostarsi, dell'alternativa tra radicamento e avventura, mi frulla nella testa potrei dire da sempre. Quando, solo di recente, ho conosciuto il privilegio di una casa di proprietà, contavo la bellezza di diciassette traslochi. "Ora che hai una casa tua, potrai viaggiare più libera", dicevano tutti. Io intanto mi innamoravo dei versi di Juan Jimenez: "Perché le ali mettano radici/ e le radici volino". Se la stanzialità poteva intrigarmi, era solo nella misura in cui avrebbe favorito l'immaginazione. Non sempre lo spaziare della mente ha il suo corrispettivo in una pulsione allo spostamento fisico. Ma certo la mia esperienza dice che chi ha molto viaggiato, chi spesso cambia di luogo e situazione, dà segno di coltivare pensieri più ariosi, tendenzialmente propensi a una maggior libertà di chi invece è abitudinariamente votato (o inchiodato) a una vita sedentaria. I viaggiatori si riconoscono perché, messaggeri d'aria come sono, lì dove arrivano smuovono l'aria. Nature ossigenate e ossigenanti, fanno dono di sé, completamente; poi vanno via senza lasciare traccia. Con persone così (una specie rara, più di quel che si pensi) ci si sente liberi. Proprio come accanto ai nomadi, non succederà mai di avvertire il peso imbrigliante del legame. Nella mia vita di viaggiatrice, tanta leggerezza e aria io le ho sentite molte volte. In un rito dell'infanzia che era, d'estate, prendere quanto più vento possibile sulla faccia sporgendomi fuori dai finestrini dei treni. Una particolare sensazione di libertà che non appartiene soltanto agli spostamenti. Anche ai luoghi di destinazione. Posti che per ragioni più e meno spiegabili ricordiamo come decisivi. Posti del cuore, reali e immaginari. Un primo, indelebile, visto quando ero ancora bambina ("fuorilunga" come già avevo capito di essere): Parigi, aprile, venticello già di primavera, sulla terrazza del Centre Pompidou allora appena costruito. Guardo la città sotto di me, a perdita d'occhio, quella miriade di tetti, abbaini e finestre grigi e bianco latte, la curva della collina di Montmartre, il nero fantascientifico della Tour Montparnasse. Qualcosa mi attanaglia (una sensazione che tornerà vent'anni più tardi, a Tokyo): è lo stupore davanti allo spettacolo di una città sconfinata, del tutto ignota, sfavillante di vita. In segno di fedeltà, dopo quel primo innamoramento infantile, a distanza di anni Parigi ancora uso attraversarla a piedi. Specie in certe zone a nord, tra Belleville e la Gare du Nord, cerco e ritrovo ogni volta l'ebbrezza di guardarla con gli occhi e l'animo ripuliti da ore di cammino.Il secondo luogo è la spiaggia di Piscinas, sulla costa sud occidentale della Sardegna. Ci si arriva dopo chilometri di strada sterrata, che sale e scende in una natura un po' arsa e un po' verde, disseminata di fatiscenti e imponenti costruzioni, con finestre, scale esterne, vetri rotti, strutture in ferro ricoperte da strati di ruggine. Sono le storiche miniere del Sulcis: tracce di un passato potente, conficcato nella terra. Silenzio vero, quello che nutre. Tanto che dopo quel tragitto, specie se si sta viaggiando soli, come è capitato a me, l'arrivo al mare è esplosivo, il suono delle onde rimbomba sul petto con più forza ancora, per quanto silenzio si è incamerato arrivando. Cammini lungo la spiaggia gigantesca e intorno è tutto un gioco di orizzonti. Se alle tue spalle torni a guardare le dune di sabbia, a stupirti di come toccano le nuvole, qualcosa proprio dice l'infinito.Il terzo luogo è di nuovo un'isola: greca, questa volta. Serifos. Ci sono arrivata via mare, su una barca a vela piegata da un vento di meltemi che pareva voler spazzare via tutto. Manovra d'attracco lunga, faticosa, solo dopo varie ore la felicità di bere una birra a barca ferma. E poi, è quasi sera, il buio piano piano si sta mangiando il rosso del tramonto, saliamo tutti a piedi verso l'alto, lì dov'è il vecchio paese. Case bianche, pale di mulini. Sensazione fortissima di essere lontana da casa, da qualsiasi casa. Pronta (per il tempo in cui resterò, che vorrei non finisse mai) ad ambientarmi in quell'atmosfera antica, quel paesino spazzato dal vento, capace di accogliere chi ci arriva con la stessa intensità del cielo che ormai si è fatto turchino."Qual è stato il viaggio, il luogo del mondo in cui più hai avvertito di essere lontano, davvero lontano?" è stata una delle domande che ho rivolto alle persone incontrate per la trasmissione Mente nomade. La girassero a me, racconterei di una passeggiata fatta alla fine di un'estate, in un primo pomeriggio di afa grigia. Ero a Kyoto, nella parte orientale della città. Percorrevo la cosiddetta "Passeggiata dei Filosofi". Sulla destra, a una certa distanza uno dall'altro, grandi templi da visitare o guardare anche solo da lontano. Sulla sinistra, in lontananza antiche case (anche quelle, come tutto ciò che vedevo, assolutamente nuove per me) facevano capolino tra gli alberi. La strada stretta, parallela a un fiumiciattolo ogni tanto attraversato da un piccolo ponte. Una pace ineffabile, non solo per il silenzio e la quiete, anche per altro. Qualcosa che in Giappone mi è accaduto spesso di avvertire. Una calma che proviene dal mistero delle cose non dette, quelle che non si diranno mai, le parole e i pensieri che restano negli interstizi dei fatti, nelle pause, nei gesti più piccoli ma pieni di significato. Procedevo su quel sentiero e qualsiasi cosa mi riguardasse, me, ogni coordinata di spazio e tempo del mio "mondo", era a un tratto incredibilmente lontana. Straniera. Stranieri a se stessi: è quello forse il culmine di un viaggio, lì dove la libertà si fa vertigine, e la non appartenenza a un luogo, straniamento spaventoso, che impressiona.A questi luoghi visti davvero, per un automatismo della mente mi viene da associarne un altro, dove da anni desidero moltissimo andare. È un viaggio che per ragioni casuali (fatali?) continuo a rimandare, in un luogo che ormai, a forza di essere vagheggiato nel pensiero, ha assunto contorni quasi da favola. È la regione del Tamil Nadu, nell'India del sud. Non lo immagino come mi è stato descritto; no, gli presto colori partoriti dalla fantasia. Lo vedo montagnoso e asciutto, a tratti verde, con un sole pallido e una luce cruda, reale. Templi ovunque, sui picchi delle montagne e in pianura. Fregi e intarsi davanti ai quali rimanere ore. Raffigurati, prodigi di bellezza: l'amore di Shiva e Shakti, la fertilità e la passione. I seni gonfi, le bocche dischiuse nella pace della meditazione erotica. Poca gente in giro. Niente case, niente villaggi. Solo, in mezzo alla natura, quelle opere d'arte, a grappoli. E un paesaggio assoluto, definitivo. Sarà per quello che non riesco ad andarci.