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Scatti d'Egitto

La terra del Nilo per Mariano Fortuny diventa un grande catalogo dal quale lo scenografo, il pittore, il fotografo, il creatore di moda trae spunti e suggestioni
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In una delle più belle foto che documentano il viaggio in Egitto di Mariano Fortuny la statua della Dea Sehkmet, a Medinet Habu, colpita dalla luce alle spalle si staglia contro l'ombra della parete come se fosse in rilievo: i raggi del sole scivolano sui muri scolpiti esaltando i segni e i geroglifici incisi nella pietra.

In un'altra, scattata a Edfu, il cappello bianco di un fellah nel cortile del tempio di Horus cattura tutta la luce che si riverbera sulle colonne del tempio. In un ritratto di beduini bambini, seduti al riparo di una tenda, la luce scorre sulle superfici dei volti, delle vesti, del bastone che uno dei ragazzi appoggia alla spalla, modificando la percezione che abbiamo della profondità dell'immagine, rendendo le ombre più profonde, e lì, nel mistero del buio, la sagoma di una donna acquista rilievo più che se fosse in piena luce.

Mariano Fortuny, pittore, costumista, scenografo, fotografo, inventore di tessuti magici e irripetibili, viaggiava per raccogliere immag…

In una delle più belle foto che documentano il viaggio in Egitto di Mariano Fortuny la statua della Dea Sehkmet, a Medinet Habu, colpita dalla luce alle spalle si staglia contro l'ombra della parete come se fosse in rilievo: i raggi del sole scivolano sui muri scolpiti esaltando i segni e i geroglifici incisi nella pietra.

In un'altra, scattata a Edfu, il cappello bianco di un fellah nel cortile del tempio di Horus cattura tutta la luce che si riverbera sulle colonne del tempio. In un ritratto di beduini bambini, seduti al riparo di una tenda, la luce scorre sulle superfici dei volti, delle vesti, del bastone che uno dei ragazzi appoggia alla spalla, modificando la percezione che abbiamo della profondità dell'immagine, rendendo le ombre più profonde, e lì, nel mistero del buio, la sagoma di una donna acquista rilievo più che se fosse in piena luce.

Mariano Fortuny, pittore, costumista, scenografo, fotografo, inventore di tessuti magici e irripetibili, viaggiava per raccogliere immagini, suggestioni, sprazzi di cultura che poi usava nelle sue grandiose scenografie, negli orditi dei suoi velluti, negli stampati delle sue sete. Ma lui, che del palcoscenico aveva fatto il centro del mondo rivoluzionando le tecniche e le arti della scenografia, buttando alle ortiche i fondali dipinti dell'800 per creare suggestioni di luce e di buio che proiettavano la scena al di qua dello spazio del proscenio, vede anche la realtà di tutti i giorni da un'angolatura particolare, unica, preziosa.

Dai suoi viaggi, oltre all'Egitto la Persia, Creta, Delfi, tornava con un bagaglio di informazioni e di tecniche che gli permettevano di reinventare tessuti e stoffe - come il plissè, copiato dalle statue dell'antica grecia - e fogge, come i kaftani larghi, scivolati sulle spalle, che tutte le signore dei primi del novecento vollero immediatamente, decretandone il successo.

Marcel Proust scrive, riferendosi ad Albertine, che "tutto quello che avrebbe voluto indossare, in quel momento, erano creazioni di Fortuny". In Egitto Fortuny scoprì i cotoni egiziani, che stampati con tecniche raffinate rivestirono gli interni delle dimore del bel mondo, così come dalle pitture murali di Creta aveva ripreso e copiato i gigli regali che ricoprirono le sue tappezzerie.

Mariano Fortuny viaggia insieme alla moglie Henriette nel 1938 da Il Cairo ad Assuan ed Abu Simbel, lungo il fiume Nilo, seguendo quello che era stato per due secoli il percorso classico dei viaggiatori europei. Scatta foto che documentano l'impatto con la grande tradizione artistica egiziana, ma non solo. È affascinato dalla folla convulsa della città, dal pigiarsi dei pescatori sulle barche ormeggiate sul fiume, dai vicoli stretti nei quali le insegne luminose creano effetti di straniamento, un oriente classico che offre di sè interpretazioni differenti, più attuali. E quando ritrae la moglie in piedi, tra le secche del Nilo che le si allargano intorno come braccia di un labirinto, segue ancora una volta la propria capacità visionaria, quella che gli permetteva di intarsiare le sue stoffe di volute e di tralci, ricreando nel suo palazzo veneziano il lusso di altri mondi.

L'Egitto per Mariano Fortuny diventa un grande catalogo dal quale lo scenografo, il pittore, il fotografo, il creatore di moda trae spunti e suggestioni. La foto, in questo senso, non è il fine ma piuttosto il mezzo col quale questo patrimonio dal quale attingere poi, una volta rientrato nella sua Venezia, viene catturato e posseduto. Gli scatti, sia i suoi che quelli della moglie, non hanno altro obiettivo che questo, ma ci rendono, insieme al documento storico, anche il filtro col quale Fortuny osservava la scena.

La coppia non si limita a scattare immagini in cui si ritraggono l'un l'altro, pacifici borghesi in vacanza. Lei, Henriette, col cappellino a falde larghe e gli stivaletti, il foulard legato a fiocco, sul battello fluviale, con uno sfondo di barche sul fiume; oppure seduta su una roccia, con la borsetta in mano, davanti a un gruppo di turisti in cammello. Lui, col casco da esploratore in testa e il bastone in mano, l'immancabile macchina fotografica a tracolla, seduto all'ombra dei pilastri del tempio di Medinet Habu, o appoggiato al muro di cinta del monastero di S.Simone, in pieno sole, con una frastagliata cortina d'ombre che gli si allarga davanti, tra le quali si nota anche quella di Henriette che gli sta scattando la foto.

Accanto a queste immagini, familiari e quasi dimesse, ci sono le altre, quelle che ci parlano degli interessi e dei gusti di questa coppia singolare, che, in un accordo formidabile e indistruttibile, riuscì a diventare il fulcro del mondo artistico e culturale del proprio tempo. Ed ecco gli scatti alle feluche sul Nilo, alle rupi del deserto occidentale, alla folla della città vecchia al Cairo, del Mosuki di Assuan  affollato di biciclette e asini, di mercanti e compratori, alle greggi strette all'ombra della chioma di un albero tra le dune di El Fayum, alle donne coperte da veli neri tra le tombe del cimitero di Assuan, ai bambini pastori che spingono le loro caprette tra le rovine del tempio di Montu, ai giovani cammellieri che dall'alto della loro cavalcatura si girano a guardare l'obiettivo, sagome trasparenti tra le dune, anche loro in controluce.

Le immagini che Fortuny cattura con il suo obiettivo non sono in realtà molto diverse da quelle che anche gli odierni viaggiatori potrebbero scattare se non si facessero distrarre dai miraggi del turismo di massa, se non si facessero confondere da auto e pulmann, dalle sirene di villaggi turistici in cui, a volte, il profumo dell'antico Egitto viene sacrificato a quello delle vacanze tutto compreso. Perché l'Egitto è, quasi del tutto, ancora quello che Mariano Fortuny ha fissato con la sua macchina fotografica. Quello che è cambiato è, forse, l'occhio del viaggiatore. Il grande scenografo e sua moglie viaggiavano seguendo le proprie curiosità intellettuali, approfittando della cultura con cui venivano in contatto, lasciandosi irretire dalla storia e dal gusto delle popolazioni che incontravano. Un plissè scolpito intorno ai fianchi di una statua, un geroglifico inciso nella parete di un tempio erano la loro ricompensa di un viaggio lungo e faticoso, di un uscire da se stessi e dalle proprie certezze per andare a incontrare una grande civiltà, millenaria e affascinante. Che è ancora lì, per chi voglia avere il coraggio di andare a cercarla.

Come fecero Mariano Fortuny e sua moglie Henriette, viaggiatori d'occidente innamorati dell'oriente e delle sue meraviglie.

Quadri, foto, oggetti, statue e soprattutto alcuni dei suoi famosissimi tessuti e delle sue lampade sono raccolti nel Museo Fortuny, all'interno del suo palazzo veneziano, oggi visitabile. Qui si può respirare l'atmosfera in cui visse e lavorò lo scenografo geniale, che intuì per primo la necessità di illuminare il palco con luci indirette, creando un ruolo, quello del direttore delle luci, fino a quel momento sconosciuto. Ma la sua intuizione più geniale fu la cupola smontabile rivestita di nero che per la prima volta nella storia del teatro sostituì le quinte, dando alla scena una profondità mai neppure pensata. Amico di Wagner e di Proust, di Emma Grammatica, di Eleonora Dusa, di Isadora Duncan, ma anche del filosofo Shopenauer e di Hugo Von Hofmannsthal, allestì memorabili spettacoli nei più noti teatri, la Scala di Milano e il Goldoni di Venezia: dal Tristano e Isotta ai Maestri Cantori, all'Otello, all'Elktra, a La Vida breve di De Falla.