Il Professore tedesco Kaizar Gunther ha recentemente portato a termine un esperimento molto importante che ha finalmente fatto luce su un meccanismo mentale molto curioso: l’appiattimento delle argomentazioni quando si viaggia in ascensore. A tutti noi è capitato quel fortissimo ed inspiegabile imbarazzo che ci attanaglia quando ci ritroviamo soli con qualcuno in ascensore. Si tende a fare cose improbabili pur di non incontrare lo sguardo di colui che divide con noi quel piccolo spazio. Si giocherella con le chiavi fissandole inebetiti oppure si isola minuziosamente dal mazzo la chiave di casa predisponendola già con largo anticipo all’infilata nella serratura. Si legge e si rilegge quella minuscola targhetta che illustra la capienza e la portata massima di peso. Ci si sistema nervosamente la chioma guardandosi allo specchio… ma delle volte non basta. Delle volte la tensione è tale che si deve dire assolutamente qualcosa.
La frase d’approccio più originale che ho sentito dire in questi casi è “certo che va lento questo ascensore” altrimenti i cavalli di battaglia sono “oh! ha messo a freddo” oppure “ ha visto che traffico oggi?”. Io ho vissuto per quarant’anni, da quando sono nato, in uno stabile dove avevo una dirimpettaia attempata che dal primo all’ultimo giorno in cui ho abitato lì mi ha detto, salendo in ascensore, sempre la stessa frase: “eh…ti sei fatto un giovanotto”. Il professor Gunther ha architettato quindi questo esperimento. Ha piazzato degli elettrodi, collegati con un computer, sulla testa di due ingegneri nucleari facendo percorrere loro un tragitto di due chilometri fino ad arrivare all’ascensore di un grattacielo di ottanta piani per poi salire fino all’ultimo. Per tutto il percorso a piedi i due luminari hanno parlato approfonditamente di argomenti scientifici, ma dal momento della salita in ascensore il livello della conversazione è calato gradualmente fino ad arrivare, verso il cinquantesimo piano, alle tette rifatte di Valeria Marini e chiudendo con frasi tipo “io non sono razzista, ma se ne stessero a casa loro”.
Appena usciti dall’ascensore hanno percorso un ultimo tragitto di circa duecento metri in cui lo scambio di opinioni è tornato ad un livello accettabile.
A tutt'oggi il professor Gunther sta studiando le informazioni raccolte nel suo computer ma da una sua prima analisi risulta che il fenomeno è legato all’esiguità dell’ambiente in cui si passa quel lasso di tempo con un'altra persona. Quell’isolamento momentaneo con il resto del mondo ci imbarazza e ci banalizza. Ci sentiamo nudi davanti a chi è isolato insieme a noi.
Questo ci fa pensare che, verosimilmente, tutta la banalità che caratterizza il nostro tempo ha ragione di esistere in quanto siamo più che mai tutti isolati nonostante l’era di internet e della comunicazione immediata. Ma forse è una banalità anche questo concetto. Infatti Greg ed io l’abbiamo elaborato salendo in ascensore.
La frase d’approccio più originale che ho sentito dire in questi casi è “certo che va lento questo ascensore” altrimenti i cavalli di battaglia sono “oh! ha messo a freddo” oppure “ ha visto che traffico oggi?”. Io ho vissuto per quarant’anni, da quando sono nato, in uno stabile dove avevo una dirimpettaia attempata che dal primo all’ultimo giorno in cui ho abitato lì mi ha detto, salendo in ascensore, sempre la stessa frase: “eh…ti sei fatto un giovanotto”. Il professor Gunther ha architettato quindi questo esperimento. Ha piazzato degli elettrodi, collegati con un computer, sulla testa di due ingegneri nucleari facendo percorrere loro un tragitto di due chilometri fino ad arrivare all’ascensore di un grattacielo di ottanta piani per poi salire fino all’ultimo. Per tutto il percorso a piedi i due luminari hanno parlato approfonditamente di argomenti scientifici, ma dal momento della salita in ascensore il livello della conversazione è calato gradualmente fino ad arrivare, verso il cinquantesimo piano, alle tette rifatte di Valeria Marini e chiudendo con frasi tipo “io non sono razzista, ma se ne stessero a casa loro”.
Appena usciti dall’ascensore hanno percorso un ultimo tragitto di circa duecento metri in cui lo scambio di opinioni è tornato ad un livello accettabile.
A tutt'oggi il professor Gunther sta studiando le informazioni raccolte nel suo computer ma da una sua prima analisi risulta che il fenomeno è legato all’esiguità dell’ambiente in cui si passa quel lasso di tempo con un'altra persona. Quell’isolamento momentaneo con il resto del mondo ci imbarazza e ci banalizza. Ci sentiamo nudi davanti a chi è isolato insieme a noi.
Questo ci fa pensare che, verosimilmente, tutta la banalità che caratterizza il nostro tempo ha ragione di esistere in quanto siamo più che mai tutti isolati nonostante l’era di internet e della comunicazione immediata. Ma forse è una banalità anche questo concetto. Infatti Greg ed io l’abbiamo elaborato salendo in ascensore.