Yunnan significa proprio "a sud delle nuvole" e in questa remota regione della Cina meridionale, confinante con Tibet, Laos, Myanmar e Vietnam, leggende e arcane culture s'intrecciano come le nuvole che scorrono tra i monti in forme di draghi e fantasmi.
"Raggiungere lo Yuan shen, lo stato di coscienza pura o spirituale, è come scalare una montagna: man mano che si sale, il paesaggio si fa sempre più libero da ombre e nubi", osserva Kummel Dan, per gli occidentali Melanie, giovane donna che gestisce l'"Higherland Inn", guest house a 2.590 metri, costruita sul sito di un antico monastero taoista, di fronte a una grotta ancor oggi usata per la meditazione, un centinaio di metri più in alto del tempio di Zhonghe Si.
In quel rifugio, di fronte a un tè alle erbe rinforzato da un'intera radice di zenzero, confortati da una piccola, ben scelta raccolta di testi, si può davvero mettere a fuoco il viaggio in Yunnan, un'idea di Cina controcorrente, oltre gli stereotipi dell'asiatizzazione irradiata da Shanghai e Shenzen.
Questa è una regione ancora relativamente esterna al nuovo corso, un santuario di diversità culturali e ambientali: venticinque delle cinquantasei minoranze etniche cinesi vivono qui, quasi metà delle specie naturali del Paese sono diffuse in ecosistemi che vanno dalla foresta pluviale alle catene pre-himalayane, disposte in muraglie parallele attraversate da tre grandi fiumi: lo Yangtze, il Mekong e il Salween.
È anche per questo, per seguire il Mekong, magari attorcigliandomi al corso dello Yangtze, che sono arrivato fin qui. E lungo il cammino ho cominciato a comprendere perché in cinese il termine lontano, yuan, sia semanticamente tanto vicino a xuan, mistero. Si ritrovano le scene, le situazioni descritte da Gao Xingjang, Nobel per la letteratura nel 2000. A volte mi sembra di seguire il copione de La montagna dell'anima: "Sei salito all'alba su una corriera traballante, di quelle che in città non si usano più, e dopo dodici ore di sobbalzi su impervie strade di montagna, sei arrivato in questa cittadina del sud", tanto per citare l'incipit.
È un modo di riavvicinarsi all'antico concetto di viaggio in cui spazio e tempo coincidono. Attraversando lo Yunnan si impara soprattutto l'arte della pazienza: sono tappe di almeno sei ore al giorno, a volte otto, una volta quindici, in condizioni e posizioni che altrove farebbero impazzire e che qui trascorrono tranquillamente, accettando qualunque sosta, che sia per un guasto, per caricare e scaricare sacchi di riso o ceste di polli o per un controllo del Gonganju (per gli stranieri il PSB, Public Security Bureau), la polizia, in uniforme o nella più inquietante versione in borghese. Si riscopre l'uso di termini che appaiono desueti, ma che qui sono gli unici a poter rendere l'idea della realtà: gli alberghi sono locande, i ristoranti osterie, i gabinetti cessi.
Eppure, appena entrato in Yunnan, la prima impressione è quella di un ritorno al futuro. Ho lasciato alle spalle le piste poco battute tra i villaggi delle tribù delle colline della provincia di Luang Nam Tha, nel nord del Laos, e mi ritrovo su un pullmino con aria condizionata che corre su asfalto tra iperrealistiche cittadine dai palazzi a vetri blu tipici della moderna architettura cinese. Comincio a capire che le apparenze ingannano, quando cerco una camera a Menglà, primo stop cinese. Comunicare è quasi impossibile: anche nel miglior albergo non riesco a trovare chi parli inglese e, soprattutto, faccia il minimo sforzo per capirmi. Ancor più difficile chiedere da mangiare. Ci riesco disegnando un pesce, che mi viene servito con una salsa squisita.
Al "Mekong Café" di Jinghong, capoluogo dello Xishuangbannà, il cervello e il gusto possono resettarsi su codici abituali: ordino in inglese pesce alla griglia con lemongrass e birra Tsing Dao, la migliore. Con il sottofondo di musica lounge chiacchiero con una coppia di fotografi americani. L'estrema parte meridionale dello Yunnan, infatti, è diventata punto d'attrazione per cacciatori di nuove destinazioni esotiche, che si ritrovano tutti a Jinghong, nei locali del quartiere per viaggiatori indipendenti di Manting Lu.
Da là si parte per un circuito etnologico nei villaggi Dai, un gruppo della famiglia thai, uno dei pochi in Cina a praticare il buddhismo hinayana. Per i cinesi Han sono divenuti un richiamo turistico, tanto che hanno conglobato i villaggi attorno a Ganlanba (pochi chilometri a sud di Jinghong) nel "Dai's Garden", vera e propria Disneyland, con fontane per mettere in scena quotidianamente l'annuale festa dell'acqua, ristoranti tipici, bancarelle d'artigianato, anfiteatri per canti e danze tradizionali. Un parco etnico dove i Dai trascorrono una vita da comparse, in un allucinante mix tra lo zoo e la riserva indiana.
La vita di questa etnia continua dignitosa nelle piccole comunità tra le colline a ovest di Jinghong, da dove scendono a valle per ritrovarsi nei mercati di Menghun e in quello di Menghai, animato da sciamani, venditori di pesci da compagnia e combattimento, tatuatori di draghi e disegni magici d'animali, ragazze che passeggiano a braccetto a gruppi di due, tre, quattro, accomunate dai larghi cappelli di paglia alla Rossella O'Hara e dall'abito in toni pastello: rosa, turchese, rosso, verde.
Scendendo a sud, verso Damenglong e il confine con il Myanmar, si entra invece nella terra dei Bulang, le cui donne indossano turbanti neri decorati in argento, e degli lahu, dove il canone di bellezza femminile è la testa rasata, stanziati in villaggi ai margini di quella foresta pluviale che ha fatto definire lo Yunnan "il regno delle piante". Molto più a nord, nel distretto di Lunan, un centinaio di chilometri prima di Kunming, la foresta è di pietra. Shilin è una formazione carsica che nei millenni l'erosione atmosferica ha disegnato in sublime scena di pinnacoli, pilastri, steli di roccia grigia, un paesaggio che sembra materializzare l'ideale estetico taoista, che attribuisce la preminenza alla bellezza nella natura, dove le immagini sono più grandi dei pensieri. Inevitabile sia stata fonte di leggende, che le vecchie Sani, etnia birmano-tibetana organizzata in forma di matriarcato, ancora raccontano nel Villaggio dei Cinque Alberi, ricordando gli immortali che scavarono un labirinto nei monti per offrire rifugio agli amanti.
Il percorso che meglio definisce lo Yunnan è quello che lo attraversa longitudinalmente, da Jinghong a Baoshan e poi Dali. Segue per lunghi tratti il corso del Mekong, che ormai ha cambiato nome, diventando Lan Tsang Jiang, e ha perso importanza come arteria di comunicazione. In compenso ne acquista come fonte energetica: a Xiaowan, nelle gole tra Lincang e Dali, è in progetto la terza delle otto dighe pianificate da Beijing. Alta 292 metri, fa parte del progetto di modernizzazione delle province meno sviluppate. Per gli ambientalisti thai e vietnamiti segna la condanna a morte del fiume.
Continuo a intravedere il Mekong dalla strada sterrata che scorre lungo le valli dello Yunnan orientale. Un paesaggio che trasmette sensazioni estetiche e sentimenti contrastanti, quando attraversi monotone distese di risaie da cui emergono capanne di fango, oppure sali alle piantagioni di tè terrazzate tra boschi, macchie di bambù, villaggi dai tetti di mattoni cotti. Differenze che sembrano una metafora delle diseguaglianze cinesi, percepibili come in una mappa a macchie di leopardo. Le città, Lancang, Lincang o Baoshan, appaiono versioni ridotte della Pudong New Area di Shanghai, ma oltre i pochi chilometri di strade asfaltate che le circondano, si entra nella "Cina povera, quella che ha mantenuto la sua anima", come la definisce la sinologa Laura Trombetta Panigadi.
L'antica città di Dali, la sua anima l'ha barattata con un'apparenza in puro stile orientalista. Con i suoi vicoli acciottolati, le botteghe artigiane, le erboristerie, i venditori di giade e argenti, è uno di quei posti che la "Lonely Planet" definisce per diminutivi, dove tutti aprono un negozietto o un ristorantino: ex contadini, ex guardie rosse ed ex vittime delle guardie rosse. Ma non è uno scenario montato per i viaggiatori occidentali, bensì per i neoturisti cinesi della maggioranza Han, che sciamano seguendo ragazze in costume tradizionale Bai (non necessariamente appartenenti all'etnia locale), che fanno da guida e da comparsa per le foto.
"È show, solo show", dice con orgoglio Michael, proprietario cinese della prima agenzia turistica di Dali, riferendosi a quella che era una delle fonti primarie d'economia e oggi è la maggiore attrazione: la pesca con i cormorani sul lago Erhai Hu. Gli uccelli sono addestrati a seguire la barca, afferrare il pesce e riportarlo a bordo sperando in una ricompensa, dato che non possono inghiottire la preda perché il collo è stretto da un laccio. Ed è una gita e non un pellegrinaggio la salita al tempio di Zhonghe Si, che si raggiunge con una seggiovia panoramica o, come propone l'agenzia, a cavallo. Peccato che venga affittato solo con un vecchio che ti fa da guida precedendoti a piedi lungo il sentiero. "Lui non fa fatica", si irrita Michael quando gli dico che preferisco salire da solo.
Oltre Dali, procedendo verso nord, la vera anima dello Yunnan prende corpo nei volti e nei costumi delle minoranze etniche, come al mercato di Shaping, punto d'incontro dei Bai, stanziati in questa regione da tremila anni. Più avanti ancora verso la storica città Lijiang, Patrimonio Unesco dell'Umanità, si entra nella regione dei Naxi, etnia d'origine tibetana che fino a pochi anni fa aveva una struttura di tipo matrilineare. Qui, ormai, siamo davvero in un altro mondo, dove dovrebbe trovarsi, in qualche valle nascosta, il favoloso regno di Shangri La.
(2 aprile 2005)