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Alla ricerca del tesoro

Una visita attenta alla cittadina toscana consente di ripercorrere, tra leggende e testimonianze archeologiche, la storia di re Porsenna e dello sfarzoso mausoleo del celebre principe estrusco. E di conoscere un territorio pervaso da una profonda serenità
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"Quando ero piccolo, io e i miei amici, ci avventuravamo spesso alla ricerca del tesoro. Si andava per cunicoli e si facevano nel terreno piccoli scavi. Era come un'estrazione del lotto, la speranza che qualcosa cambiasse. Non abbiamo mai trovato nulla". Francesco, chiusino doc, ci racconta i suoi ricordi di ragazzo e non ha dubbi: il tesoro di re Porsenna ha da sempre affascinato tutti e, in zona, quasi tutti hanno provato a cercarlo, anche se magari solo per gioco.

"Ci sentivamo tanti Indiana Jones, aggiunge Francesco, forse qualcuno l'ha trovato per davvero o forse è ancora sepolto in qualche angolo del nostro territorio". Nessuno potrà mai saperlo ma la leggenda della favolosa fortuna sotterranea di quel lucumone che espugnò Roma (salvata poi dall'eroismo di Muzio Scevola, come si legge sui libri di storia) e che fece vivere a Chiusi il periodo di massimo splendore, continua ad essere tramandata di generazione in generazione.

Tutto ha inizio con Plinio il Vecchio c…

"Quando ero piccolo, io e i miei amici, ci avventuravamo spesso alla ricerca del tesoro. Si andava per cunicoli e si facevano nel terreno piccoli scavi. Era come un'estrazione del lotto, la speranza che qualcosa cambiasse. Non abbiamo mai trovato nulla". Francesco, chiusino doc, ci racconta i suoi ricordi di ragazzo e non ha dubbi: il tesoro di re Porsenna ha da sempre affascinato tutti e, in zona, quasi tutti hanno provato a cercarlo, anche se magari solo per gioco.

"Ci sentivamo tanti Indiana Jones, aggiunge Francesco, forse qualcuno l'ha trovato per davvero o forse è ancora sepolto in qualche angolo del nostro territorio". Nessuno potrà mai saperlo ma la leggenda della favolosa fortuna sotterranea di quel lucumone che espugnò Roma (salvata poi dall'eroismo di Muzio Scevola, come si legge sui libri di storia) e che fece vivere a Chiusi il periodo di massimo splendore, continua ad essere tramandata di generazione in generazione.

Tutto ha inizio con Plinio il Vecchio che, nel suo Naturalis Historia, riporta un brano in cui descrive lo sfarzoso mausoleo del principe etrusco, sepolto sotto la cittadina toscana. Il monumento, secondo il racconto, era costituito da una base parallelepipeda in muratura di novanta metri di lato. Sopra vi erano cinque piramidi, sulla cui sommità pendevano delle campane che suonavano con il vento.

A questa descrizione la fantasia popolare aggiunse la ricchezza, sostenendo che a guisa di sarcofago, il fiero condottiero si era fatto costruire un cocchio d'oro trainato da dodici cavalli, contornati da una chioccia e tantissimi pulcini - sui numeri ognuno dice la sua, da cento a diecimila - anch'essi nel più prezioso dei metalli. Il tutto all'interno di un grandioso edificio sottorraneo difeso da un labirinto impenetrabile.

Il Mausoleo attirò l'attenzione di molti. Si dice che già papa Pio II, recandosi al congresso di Mantova nel 1459, cercò questa opera monumentale al suo passaggio da Chiusi. Persino Leonardo da Vinci effettuò degli scavi per riportare in luce cotanta meraviglia. Ancora oggi il binomio Chiusi-Porsenna è inscindibile e se il tesoro continuerà a rimanere solo una favola, la cittadina può vantare un ricco patrimonio ad iniziare proprio dal "Labirinto di Porsenna". Si tratta di un sistema di cunicoli e gallerie, scavate in un banco sabbioso e distribuite su più livelli.

Ciascuno ama vedere in questo groviglio proprio il labirinto del re Etrusco. In realtà si tratta di un ingegnoso sistema di drenaggio e approvvigionamento idrico, attivo sicuramente già in epoca etrusca. Un comodo accesso permette di scendere all'interno del tunnel - e di percorrerlo per circa 120 metri - e apre la visione su un laghetto, ovvero la cisterna romana a pianta circolare, con la volte a botte in blocchi di travertino. Attraverso questi stretti passaggi si arriva alla torre campanaria di San Secondiano, un tempo struttura difensiva.

Saliti in alto la vista spazia dal Monte Amiata al Cetona, sulle colline umbre e i borghi limitrofi. Siamo in Piazza del Duomo. Attorno ad essa vi è un'alta concentrazione di monumenti in un breve raggio dello spazio urbano. Domina la Cattedrale di San Secondiano, una delle più antiche della Toscana. Si caratterizza per le 18 colonne, una diversa dall'altra, con capitelli di ordine ionico e corinzio. Ma ciò che colpisce maggiormente è il "finto mosaico" della navata centrale e dell'abside. Un grosso lavoro realizzato da Arturo Viligiardi, alla fine dell'800, che s'ispirò ai mosaici ravennati. Bisogna avvicinarsi molto per scoprire che in realtà sono pennellate di colore.

Accanto ad Duomo è il Museo della Cattedrale che custodisce eleganti codici miniati dei Benedettini in Toscana del XV secolo, quadri e paramenti sacri. Gli scavi effettuati in molti secoli hanno restituito numerosi reperti archeologici che oggi sono ospitati nei vari musei della cittadina (molti altri sono stati portati via dai "tombaroli" con i loro saccheggi). I chiusini affermano, con una punta di orgoglio, che si tratta della più vasta area archeologica sommersa del mondo.

Il nostro viaggio nella storia parte quindi dal Museo Nazionale, situato in un edificio neoclassico, dove tutto quello che il territorio ha restituito - urne funerarie, gioielli, buccheri - è esposto come in uno spettacolo. Non sono semplici oggetti testimoni di tradizioni estinte ma qualcosa di più: sembra quasi che vivano, che trasmettano emozioni. Come "il coperchio dell'abbraccio" su di un'urna, che riporta due persone che si sfiorano, in una sorta di addio.

Ottocento metri quadrati di esposizione e oltre 2500 reperti che spiccano tra le vetrine e lungo i corridoi. Degni di menzione sono i "canopi", i vasi panciuti con il coperchio configurato a testa umana, tra i quali spicca il "Canopo" da Dolciano, ossario in lamina bronzea con testa in terracotta, posto simbolicamente su un trono. Tra le curiosità c'è un "grirarium", una gabbietta per l'allevamento dei ghiri che poi diventavano protagonisti di piatti di cui gli Etruschi andavano ghiotti. Una rarità se si considera che in tutto il mondo se ne conservano solo dieci. Infine, curiosando con attenzione, si noterà un campionario di oggetti alquanto bizzarri per un corredo funerario come grattugie e colini.

Altra sorpresa si ha con la visita al Museo Civico, dove è stata inaugurata di recente, una sezione sotterranea di epigrafia etrusca, con oltre 300 urne etrusche e 200 tegole con epigrafi poste su "banconi" tufacei. Se ci fosse una gara di primati, Chiusi sarebbe al primo posto. Basti pensare che, in età repubblicana ed ellenistica (fine III-I sec. a.C.), a Roma e ad Atene si arrivano a contare circa 1000 iscrizioni, mentre invece Chiusi ne aveva più di 3000.

L'allestimento museale rispetta nell'insieme la descrizione originale degli ambienti (si snoda lungo quelli che, in passato, erano stati adibiti a cantine delle case patrizie che vi sorgevano sopra e lungo i cunicoli che servivano per l'approvigionamento idrico) e ciascun pezzo è contraddistinto da un cartellino esplicativo. "Potremmo definirla - ci spiega Enrico Benelli, curatore scientifico della sezione - una vera e propria anagrafe etrusca, con la quale ricostruire la storia della famiglia, i legami parentali, le genealogie".

A questa prima sezione se ne affiancheranno presto altre due, di cui una interamente multimediale (curata dall'archeologo Roberto Caprara) con un'imponente cartografia visibile attraverso computer e pannelli, mentre l'altra accoglierà la sezione delle attività produttive. Oltre ai musei, il giro delle tombe è una delle altre caratteristiche che rende Chiusi inconfondibile. Su tutte la più nota: quella della Scimmia (aperta martedì, giovedì e sabato in due orari prestabiliti). Scoperta da Alessandro Francois nel 1846, è costituita da tre soffitti e letti funebri. Nel fregio sono rappresentati i giochi in onore del defunto: corsa delle bighe, lotta, cui assiste una piccola scimmia legata ad un cespuglio.

Poco distante è la Tomba della Pellegrina, l'unica ad aver mantenuto l'assetto originario del luogo con sarcofagi e urne. È stata trafugata diverse volte e c'è persino un cunicolo che si pensa sia stato scavato dai ladri. Curioso il sarcofago scoperchiato e la parte superiore di un'urna cineraria usata come "zeppa", in modo da poter rubare più comodamente gli oggetti all'interno.

Quella del Leone ha soffitti ornati da decorazioni policrome. Esempi eloquenti di grandiosità sono anche le catacombe che simboleggiano l'avvento del Cristianesimo già in epoca apostolica. Attualmente è aperta solo quella di Santa Caterina (Santa Mustiola è chiusa per restauri) lungo la strada che porta a Chiusi Scalo, a due chilometri dal centro storico.

Chiusi è una meta perfetta non solo per chi è in cerca di testimonianze del passato, ma anche per chi è in cerca di relax. E se vi divertite a origliare le chiacchiere degli avventori locali, vi accorgerete che gli argomenti principali sono due: il fantomatico tesoro e il turismo. Sul primo si è già detto molto, sul secondo ve ne accorgerete di persona, quando incontrerete un chiusino.

A prima vista i chiusini, sono davvero "chiusi", diffidenti, sembrano quasi infastiditi da chi viene a turbare la loro pace, ma alla fine, dietro un'apparenza scontrosa, nascondono tutta la propria dolcezza. E bastano poche ore perché prendano confidenza. E così, una volta conquistati, vi incanteranno con le storie legate al territorio, ad iniziare proprio da Porsenna. E vale davvero la pena ascoltarli, perché se è vero che nei racconti, i patrimoni in oro li trovano sempre gli altri, nella realtà la cittadina ha ritrovato in queste ricchezze archeologiche le proprie radici.

(17 mar 2005)