GLI ALPINI della divisione cuneese in Sardegna aspettavano gli americani. Pativano la fame e
così se ne andarono sulla spiaggia a pescare. Ci trovarono un pesce enorme e quella bestia mai vista li sfamò a migliaia. Quando uno di loro tornando a casa si mise a raccontare nessuno ci
credette, poi il prete del paese gli portò un libro con le fotografie degli animali del mare e lui riconobbe il capodoglio. “Campidoglio” lo chiama ancora oggi quel milite in pensione che passati gli ottant’anni
si fa ogni giorno sei chilometri a piedi per andarsene alla vigna. E io quell’alpino l’ho visto mentre
cavalcava il suo Moby Dick. L’ho visto dipinto su una tavoletta di legno di pochi centimetri. Ho visto l’uomo
piccolo che diventa enorme e salta sulla groppa del Leviatano con le maniche rimboccate, la penna sul
cappello e la piccozza in mano.
E POI HO VISTO Dario Azzalin e Francesco Racca uccisi nella battaglia di Cuneo, Andrea 'Tarzan' Micheletti fucilato a Chiusa Pesio e Alberto Cavallera che perse la vita a Torino. Tutti e quattro ragazzi morti per la Resistenza. Uno sorride, un altro c’ha il cappello. Il più piccolo aveva 17 anni e il più grande 22 e abitavano in Vicolo Barra di Ferro che da sessant’anni si chiama Dei Quattro Martiri. Li ho visti in fila e a mezzo busto dipinti su pochi centimetri di legno. Ho visto Salvatore Giuliano col sangue sulla canottiera all’alba del cinque luglio del ’50. Ho visto un Hutu con il machete in mano in mezzo a un’Africa vuota, il reattore 4 della centrale di Chernobyl spaccato con il fumo che esce, Pinelli che precipita dalla questura di Milano, Aldo Moro con la stella a cinque punte, gli americani sul Cermis, l’arresto di Ocalan, l’aereo spezzato sul mare di Ustica con i corpi che cascano nell’acqua, i ribelli ceceni gasati insieme ai loro prigionieri, il muro di Berlino che crolla e Stalin che piagnucola da una nuvoletta, Pasolini ammazzato a Ostia, Vittorio Emanuele di Savoia che spara al velista Dirk Hammer, la casa di Erika a Novi Ligure, il corpo di Ernesto Che Guevara, Fausto Coppi che pedala sul Turchino e il sub-comandante Marcos che cavalca verso Città del Messico. Li ho visti dipinti come ex-voto su tavolette di Franco Biagioni, nato nelle Marche, ma trasferitosi ovunque in Italia con la moglie e con il figlio.
DA QUALCHE ANNO gira col suo santuario mobile, una scatola di legno a rotelle che si apre come una baracca di burattini. Ma lì dentro ci stanno i santi laici o i racconti del nostro presente. E in quella forma semplice e quasi orale riescono miracolosamente a non essere retorici. “Ho incominciato a dipingere perché volevo poter ritrarre ogni cosa” dice. E adesso le cose ritratte ci stanno davanti. Ci accorgiamo che troppo spesso abbiamo assistito alla storia scambiandola per pettegolezzo. Che l’abbiamo vista in televisione tra un litigio da retrobottega parlamentare e la ricetta del giorno. Serviva la baracca rossa e grigia di Franco per sfilargli il vestito dell’informazione e mostrarla nuda. “Eppure basta togliergli il fondo e puoi farci lo spettacolo con Pulcinella e Arlecchino” mi dice. Peccato che i burattini siamo noi.
E POI HO VISTO Dario Azzalin e Francesco Racca uccisi nella battaglia di Cuneo, Andrea 'Tarzan' Micheletti fucilato a Chiusa Pesio e Alberto Cavallera che perse la vita a Torino. Tutti e quattro ragazzi morti per la Resistenza. Uno sorride, un altro c’ha il cappello. Il più piccolo aveva 17 anni e il più grande 22 e abitavano in Vicolo Barra di Ferro che da sessant’anni si chiama Dei Quattro Martiri. Li ho visti in fila e a mezzo busto dipinti su pochi centimetri di legno. Ho visto Salvatore Giuliano col sangue sulla canottiera all’alba del cinque luglio del ’50. Ho visto un Hutu con il machete in mano in mezzo a un’Africa vuota, il reattore 4 della centrale di Chernobyl spaccato con il fumo che esce, Pinelli che precipita dalla questura di Milano, Aldo Moro con la stella a cinque punte, gli americani sul Cermis, l’arresto di Ocalan, l’aereo spezzato sul mare di Ustica con i corpi che cascano nell’acqua, i ribelli ceceni gasati insieme ai loro prigionieri, il muro di Berlino che crolla e Stalin che piagnucola da una nuvoletta, Pasolini ammazzato a Ostia, Vittorio Emanuele di Savoia che spara al velista Dirk Hammer, la casa di Erika a Novi Ligure, il corpo di Ernesto Che Guevara, Fausto Coppi che pedala sul Turchino e il sub-comandante Marcos che cavalca verso Città del Messico. Li ho visti dipinti come ex-voto su tavolette di Franco Biagioni, nato nelle Marche, ma trasferitosi ovunque in Italia con la moglie e con il figlio.
DA QUALCHE ANNO gira col suo santuario mobile, una scatola di legno a rotelle che si apre come una baracca di burattini. Ma lì dentro ci stanno i santi laici o i racconti del nostro presente. E in quella forma semplice e quasi orale riescono miracolosamente a non essere retorici. “Ho incominciato a dipingere perché volevo poter ritrarre ogni cosa” dice. E adesso le cose ritratte ci stanno davanti. Ci accorgiamo che troppo spesso abbiamo assistito alla storia scambiandola per pettegolezzo. Che l’abbiamo vista in televisione tra un litigio da retrobottega parlamentare e la ricetta del giorno. Serviva la baracca rossa e grigia di Franco per sfilargli il vestito dell’informazione e mostrarla nuda. “Eppure basta togliergli il fondo e puoi farci lo spettacolo con Pulcinella e Arlecchino” mi dice. Peccato che i burattini siamo noi.