Warriors, dove siete... giochiamo a fare la guerra”. L’insinuante vocina inondava via radio l’intera rete sotterranea di Manhattan, nel film che ha celebrato con più claustrofobica efficacia la metropolitana di New York. Metafora narrativa e grande sito del rischio, della sfida e dell’ambiguo coraggio delle gang giovanili. Pochi anni dopo, come tanti in una prima vacanza americana, giocavo la mia parte di avventura tra Lexington avenue e il west, scendendo nell’arteria in cui giorno e notte scorre gran parte della vita della “città che non dorme mai”. Osando in ore e territori non sempre sicuri, nonostante il poliziotto per convoglio che l’amministrazione di allora, messa in scacco da molte “prodezze criminali” (ricordate Tony Musante in New York ore 3, l’ora dei vigliacchi?) aveva messo in campo per risalire la china dei sondaggi. Arrivarono dopo, a tranquillizzare i più, i muscoli di Rudy Giuliani. Era l’estate del 1982, avevamo vinto i mondiali di calcio, e Little Italy, dove tutti si chiamavano 'Paolorossi', non era ancora ridotta alla minuscola enclave di oggi, assediata dai 150mila indaffaratissimi commercianti e ristoratori di Chinatown. Il graffitismo di Basquiat e Haring stava esplodendo a Times Square e dintorni, una nuova generazione di cineasti, da Spike Lee a Jim Jarmusch, da John Sayles ad Amos Poe, rivelava New York come straordinario set. Una bellissima nera danzava a Central Park e il battello verso Staten Island, itinerario quotidiano di eserciti di pendolari, diventava luogo privilegiato di riflessioni esistenziali. Ma molto nasceva proprio là sotto, tra un treno e l’altro, tra Union Square, Soho e il Village in piena seconda giovinezza.
Oggi New York Underground significa 1.100 chilometri di strada rotabile (quasi la Milano-Reggio Calabria), dal North Bronx al Jfk Airport, da Flushing Meadows a Battery Park. Si ferma in poco meno di 500 stazioni e contende a Londra il primato della lunghezza complessiva. Forse non può vantare inestimabili opere d’arte, come la stazione del Louvre di Parigi, che sfoggia reperti egizi, non si affaccia sui fasti ottocenteschi di Victoria Station né sulle tracce dell’Atene classica, non offre l’emozione dei 400 all’ora della Shanghai-Pudong, la ferrovia sopraelevata a levitazione magnetica più veloce al mondo, e nemmeno i mosaici e i lampadari di quella moscovita. Ma certo tra le oltre 200 metropolitane, piccole e grandi, sotterranee e non, che fanno vivere le più moderne città del mondo, ha un posto unico. Fumi e profumi, aromi umani e industriali, cibo e sporcizia, vecchi pazzi e musicisti si mescolano senza quasi soluzione di continuità, da sempre.
[[ge:rep-locali:repubblica:117039238]]Negli anni, molto è cambiato. Sembrerà banale dirlo ma i vagoni sono molto più puliti e, a differenza dell’afa di un tempo, sono ora sferzati dall’efficientissima aria condizionata, la cui dittatura estiva è penetrata sottoterra. Pubblicità e avvisi al pubblico segnano il passaggio del tempo: numeri verdi per ragazze madri di ogni etnia e annunci per corsi di lingua inglese rivolti a ucraini e coreani, romeni e latini in tutte le loro varianti, hanno sostituito le vecchie pubblicità di viaggi esotici o trappole per scarafaggi, da sempre flagello di New York, di cui l’underground anni Ottanta era piena (“Roaches check in but they don’t check out”, magnificava lo slogan di una di quelle gabbiette). E gli avvisi, ben più numerosi dei variegati segni metropolitani di rivolta, dichiaratamente politici e non, oggi invitano a stare attenti alla sicurezza, a chi hai vicino e a che borsa porta al braccio, e soprattutto a cosa abbandona o dimentica. I newyorkesi sembrano averlo nel complesso superato, si potrebbe quasi dire rimosso, basti pensare all’ingloriosa, se non scandalosa, conclusione dei concorsi banditi e poi non finanziati per il memorial da realizzare nell’area delle Twin Towers: in realtà per tutti l’11 settembre è ancora lì. In chi e in ciò che manca all’architettura della città oltre che alla memoria collettiva. In una città dove dilagano spagnolo e cinese, e si parla ormai un anglo-esperanto a tutti subito comprensibile, inesorabilmente scompare anche il fascino malfamato di Harlem, ristrutturata dagli immancabili architetti (neri stavolta) alla moda, mentre chiude il glorioso Yankee Stadium, autentica colonna d’Ercole, anche in metropolitana, prima di avventurarsi nel misterioso Bronx, divenuto anch’esso assai meno temibile, e l’Apollo Theatre, già tempio della musica black, è ormai diventato meta abituale per bianchi. Aprono i sushi e chiude pizza Napoli, perché tanto è un cibo universale e tutti lo mangiano, si trova ovunque e lo fanno egiziani e coreani, ancor più che gli italiani.
Scoprire il magico risparmio garantito dalla Metrocard, vuol dire capire, entrare un po’ nell’universo democratico di un mezzo tra i meno costosi al mondo, non solo per i cittadini, che unisce persone e strati sociali diversi e lontani, i tifosi del baseball e il pubblico dell’opera, i neri dei projects e i russi di Coney Island, i turisti di Columbus Circle e del Museum District, i manager di Wall Street. Molti dei quali, malinconicamente, proprio sui vagoni della subway hanno caricato i loro famosi scatoloni, simbolo della crisi che spazza la città. In superficie
Oggi New York Underground significa 1.100 chilometri di strada rotabile (quasi la Milano-Reggio Calabria), dal North Bronx al Jfk Airport, da Flushing Meadows a Battery Park. Si ferma in poco meno di 500 stazioni e contende a Londra il primato della lunghezza complessiva. Forse non può vantare inestimabili opere d’arte, come la stazione del Louvre di Parigi, che sfoggia reperti egizi, non si affaccia sui fasti ottocenteschi di Victoria Station né sulle tracce dell’Atene classica, non offre l’emozione dei 400 all’ora della Shanghai-Pudong, la ferrovia sopraelevata a levitazione magnetica più veloce al mondo, e nemmeno i mosaici e i lampadari di quella moscovita. Ma certo tra le oltre 200 metropolitane, piccole e grandi, sotterranee e non, che fanno vivere le più moderne città del mondo, ha un posto unico. Fumi e profumi, aromi umani e industriali, cibo e sporcizia, vecchi pazzi e musicisti si mescolano senza quasi soluzione di continuità, da sempre.
[[ge:rep-locali:repubblica:117039238]]Negli anni, molto è cambiato. Sembrerà banale dirlo ma i vagoni sono molto più puliti e, a differenza dell’afa di un tempo, sono ora sferzati dall’efficientissima aria condizionata, la cui dittatura estiva è penetrata sottoterra. Pubblicità e avvisi al pubblico segnano il passaggio del tempo: numeri verdi per ragazze madri di ogni etnia e annunci per corsi di lingua inglese rivolti a ucraini e coreani, romeni e latini in tutte le loro varianti, hanno sostituito le vecchie pubblicità di viaggi esotici o trappole per scarafaggi, da sempre flagello di New York, di cui l’underground anni Ottanta era piena (“Roaches check in but they don’t check out”, magnificava lo slogan di una di quelle gabbiette). E gli avvisi, ben più numerosi dei variegati segni metropolitani di rivolta, dichiaratamente politici e non, oggi invitano a stare attenti alla sicurezza, a chi hai vicino e a che borsa porta al braccio, e soprattutto a cosa abbandona o dimentica. I newyorkesi sembrano averlo nel complesso superato, si potrebbe quasi dire rimosso, basti pensare all’ingloriosa, se non scandalosa, conclusione dei concorsi banditi e poi non finanziati per il memorial da realizzare nell’area delle Twin Towers: in realtà per tutti l’11 settembre è ancora lì. In chi e in ciò che manca all’architettura della città oltre che alla memoria collettiva. In una città dove dilagano spagnolo e cinese, e si parla ormai un anglo-esperanto a tutti subito comprensibile, inesorabilmente scompare anche il fascino malfamato di Harlem, ristrutturata dagli immancabili architetti (neri stavolta) alla moda, mentre chiude il glorioso Yankee Stadium, autentica colonna d’Ercole, anche in metropolitana, prima di avventurarsi nel misterioso Bronx, divenuto anch’esso assai meno temibile, e l’Apollo Theatre, già tempio della musica black, è ormai diventato meta abituale per bianchi. Aprono i sushi e chiude pizza Napoli, perché tanto è un cibo universale e tutti lo mangiano, si trova ovunque e lo fanno egiziani e coreani, ancor più che gli italiani.
Scoprire il magico risparmio garantito dalla Metrocard, vuol dire capire, entrare un po’ nell’universo democratico di un mezzo tra i meno costosi al mondo, non solo per i cittadini, che unisce persone e strati sociali diversi e lontani, i tifosi del baseball e il pubblico dell’opera, i neri dei projects e i russi di Coney Island, i turisti di Columbus Circle e del Museum District, i manager di Wall Street. Molti dei quali, malinconicamente, proprio sui vagoni della subway hanno caricato i loro famosi scatoloni, simbolo della crisi che spazza la città. In superficie