«NUORO è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti è, relativamente, il paese più colto e battagliero dell’isola», scriveva Grazia Deledda nel 1894. Contava poche migliaia di anime, a quei tempi, Nuoro. Ma già nutriva artisti e scrittori coraggiosi. E oggi non vuole deludere la memoria della figlia più illustre. Da una parte arricchisce il Museo del Costume e delle Tradizioni; dall’altra amplia i locali del Man, il Museo permanente dell’arte sarda dal 900 a oggi, che ospita artisti di tutto il mondo. La mostra “Man Ray: Unconcerned. But Not Indifferent”, è un’antologica con 343 opere del “Man Ray Trust“ di New York (fino al 6 gennaio).
Il centro storico di Nuoro apre le botteghe d’artigianato, gli atelier, recupera i vecchi selciati, restaura i palazzi. Nel quartiere dei Pastori, la Casa Natale di Grazia Deledda conserva un fascino austero, ottocentesco. È un piccolo museo che vuole restare casa. È intatta la soffitta dove si rifugiava a leggere e a scrivere di nascosto, perché osteggiata dai genitori. Nel giardino, sotto le querce secolari, panchine e librerie invitano al riposo, alla lettura. All’ultimo piano, la camera da letto dove Deledda ha vissuto prima di sposarsi con Palmiro Madesani e trasferirsi a Roma. Accanto, la stanza dedicata alla cerimonia del Nobel, con il suo breve discorso. E poi lo studio e i ricordi di Roma, dove la scrittrice ha vissuto con il marito e i figli, Sardus e Franz, fino al 1936, anno della morte. Ora è sepolta nella Chiesa della Solitudine. All’inizio, tutto ostacolava la sua passione: la scrittura. «Tutto il paese mormorò contro di me», ricordava, «dissero che ero male avviata, mi scrissero lettere anonime, fui perseguitata….per lungo tempo, ma io scrissi di nascosto». Dacia Maraini ha scritto di lei: «È una gioia leggerla. A quei tempi, il Nobel, alle donne, non veniva dato.
Ma lei raccontava il mondo vero, uomini e donne come sono e si avvicinava alla letteratura europea. Vicina a Dostojevski, non a D’Annunzio».
Il centro storico di Nuoro apre le botteghe d’artigianato, gli atelier, recupera i vecchi selciati, restaura i palazzi. Nel quartiere dei Pastori, la Casa Natale di Grazia Deledda conserva un fascino austero, ottocentesco. È un piccolo museo che vuole restare casa. È intatta la soffitta dove si rifugiava a leggere e a scrivere di nascosto, perché osteggiata dai genitori. Nel giardino, sotto le querce secolari, panchine e librerie invitano al riposo, alla lettura. All’ultimo piano, la camera da letto dove Deledda ha vissuto prima di sposarsi con Palmiro Madesani e trasferirsi a Roma. Accanto, la stanza dedicata alla cerimonia del Nobel, con il suo breve discorso. E poi lo studio e i ricordi di Roma, dove la scrittrice ha vissuto con il marito e i figli, Sardus e Franz, fino al 1936, anno della morte. Ora è sepolta nella Chiesa della Solitudine. All’inizio, tutto ostacolava la sua passione: la scrittura. «Tutto il paese mormorò contro di me», ricordava, «dissero che ero male avviata, mi scrissero lettere anonime, fui perseguitata….per lungo tempo, ma io scrissi di nascosto». Dacia Maraini ha scritto di lei: «È una gioia leggerla. A quei tempi, il Nobel, alle donne, non veniva dato.
Ma lei raccontava il mondo vero, uomini e donne come sono e si avvicinava alla letteratura europea. Vicina a Dostojevski, non a D’Annunzio».