In uno dei miei precedenti viaggi a Parigi ricordo una signora che non solo non si è sforzata di capire quale indicazione le stessi chiedendo ma mi guardava con aria di disprezzo per la mia pessima pronuncia. Ho sentito perfino il bisogno di giustificarmi informandola che avevo studiato il francese solo due anni alle medie e il secondo anno con una supplente inesperta perché la professoressa era assente per gravidanza.
Devo dire che, quando sei uno straniero in un'altra città, il grado di gentilezza degli autoctoni ti fa vedere più o meno bello il luogo che stai visitando. Ricordo perfettamente di aver liquidato la chiesa di Notre-Dame con un «carina, ma Santa Maria in Trastevere è un'altra cosa!», subito dopo il dialogo con la signora poco disponibile. Ed è per questo che Tiziana ed io abbiamo trovato così imponente l'Arc de Triomphe, perché un minuto prima abbiamo chiesto un'indicazione ad un parigino che aveva vissuto cinque anni a borgata Finocchio, una zona periferica di Roma, e ci ha indicato una farmacia in un piacevolissimo idioma romanaccio-francese. Improvvisamente i francesi ci stavano tutti simpatici, abbiamo capito quanto è stupido a volte generalizzare e abbiamo continuato la nostra passeggiata convinti di questa teoria…fino a che un cameriere ha iniziato a sbuffare perché non riuscivo a spiegargli, con il mio pessimo francese stile Totò e Peppino, che volevo una bistecca molto cotta per me ed una con cottura media per mia moglie. Questo ha pregiudicato il giudizio affibbiato alla carne: “Suole da scarpe” così abbiamo valutato le bistecche che ci hanno portato, naturalmente al sangue, con conseguente sproloquio negativo sulla cucina francese in generale.
Un altro luogo comune associato di frequente ai parigini è che sono eccessivamente campanilisti. Anche qui c'è da dire che, nonostante una predisposizione genetica allo sciovinismo effettivamente riscontrata, l'atteggiamento può essere detestabile o amabile a seconda del parigino in questione. Ricordo una splendida mattinata passata passeggiando con Tiziana lungo il Marché Bastille, a mio avviso il più bel mercato di Parigi, e un incontro piacevole con un venditore di ostriche da consumare al banco. Il tipo si è sforzato di parlare con noi in inglese, e improvvisamente il suo banco ci è sembrato il più bello di tutto il mercato, ed era ancora più piacevole riscontrare che sia noi che lui comunicavamo in inglese come Tarzan con Chita. Almeno ci capivamo, anche se visti da una certa distanza sembrava che ci esibissimo in uno spettacolo di mimi. Abbiamo mangiato una quantità industriale di ostriche, tra l’altro di ottima qualità e ad un prezzo modesto. La conversazione, ad un certo punto, è virata sulla cucina italiana e quella francese. Lui, molto carinamente, ha ammesso la maggiore varietà e tradizione della cucina italiana e la bontà di certi piatti, da lui stesso definiti superbi, come le lasagne e la carbonara. Io stesso ho ammesso l'influenza creativa della nouvelle cousine nella gastronomia moderna. Sui vini sembrava propenso ad esternare la superiorità delle produzioni francesi anche se ammetteva sportivamente la grande qualità dei vigneti italiani. Ma ad un certo punto ho commesso un grave errore… ho osato definire il Parmigiano il formaggio più buono del mondo. Sui formaggi ha cambiato espressione. Improvvisamente ha iniziato a parlare in francese e, anche se non ho capito niente di quello che stava dicendo, era chiara la sua ferma posizione sui formaggi francesi: non c'è partita! Per calmarlo ho dovuto mettere al secondo posto dei miei formaggi preferiti il Camembert… questo lo ha rilassato ma continuava a parlare francese. Ho mangiato un'ultima ostrica e ci siamo salutati. Per qualche strano motivo il formaggio infuocava il suo patriottismo. In questo caso non c'è prevenzione, è che qualcosa, nei suoi neuroni, si combinava chimicamente quando veniva minimamente denigrato il formaggio francese.
Sta di fatto che è la quarta volta che vado a Parigi. Nonostante i luoghi comuni, che non mi sento di smentire, i parigini sono vivi e creativi. Una società multietnica con una identità palpabile. Una città magica e materna. Se non vivessi in questa città meravigliosa che è Roma forse ci andrei ad abitare per un po’… naturalmente dopo aver conseguito un corso intensivo di francese… sennò chi ci parla con me?