Viaggi

Nella terra di Tarzan

Dodicimila chilometri quadrati di natura, lo Tsavo National Park East, in un pezzo d’Africa immobile da secoli, dove s'incontrano mandrie di zebre, leonesse con i cuccioli, elefanti e branchi di bufali. Vietato uscire di notte: in agguato tra le tende ci sono i leopardi...

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Tarzan lo trovi dove hai sempre pensato che fosse. Là, dove il giallo della savana si spegne in chiazze di verde sempre più frequenti. Là, dove la grande bolla dell’orizzonte finisce di spostarsi in avanti e si fissa, alla fine, in un sipario compatto di tamarindi, acacie, palme e cespugli di ogni tipo avviluppati da hibyscus e bouganvillee. È la sponda del fiume Galana che porta l’acqua del Kilimangiaro fino al mare di Malindi. Qui trovi l’uomo che conosce il vasto sapere delle piante e degli animali.

Maneggia i serpenti, parla il linguaggio dei leoni e dei leopardi, divide il suo regno con gli ippopotami e i coccodrilli. Di ognuno distingue tracce e odori. Ne ha appreso abitudini, collere e affinità umane. Perché qui, in mezzo alla savana, e della savana stessa, vive. Anche se non si chiama Tarzan, né, sua moglie, Jane. Non lo ha allevato una scimmia, ma una ricca famiglia boera. Fa differenza? Questa è una parte del Kenya dove miti, leggende, storia e letteratura si impastano come si impasta di terra, di radici, di foglie, di vite e di sapori l’acqua del Galana.

Solo che il corso di questo racconto va nella direzione contraria. Non verso Malindi e la costa, ma a ritroso verso un pezzo di Africa rimasto immobile da secoli. È una pista rossa, lunga e diritta come una ferita, che ci porta lontano dagli alberghi e dal popolo delle vacanze. Non solo geograficamente. Alle spalle si lascia anche il resto del bagaglio: Mombasa divorata dall’umidità, i bambini di strada, gli odi razziali, la miseria che allaga le pupille e gonfia la pancia, le notti piene di birra e prostitute, i giorni anneriti dallo smog, i mendicanti, l’Aids.

C’è una scritta che t’inghiotte come fosse il portale di Stargate. Recita: Tsavo. National Park East. La oltrepassi e sei in un altro Kenya. Tutto il resto è già dimenticato. Dodicimila chilometri quadrati di parco: safari, dicono. Dovrebbero chiamarlo viaggio nel tempo. Perché in questo ambiente è nato l’uomo. Anche se tendono a rovesciarti addosso parecchia Karen Blixen - lini bianchi e nostalgie - viene piuttosto in mente Bruce Chatwin quando racconta gli effetti della Prima Glaciazione lungo la Rift Valley, tra i 3 milioni e i 2 milioni e mezzo di anni fa.

«...Le foreste furono spazzate via e sostituite dalla steppa: un deserto di sabbia e pietrisco, chiazze d’erba e cespugli spinosi, con alberi più alti che persistevano lungo i corsi d’acqua. La regione in cui il cervello del primo uomo si espanse fu una sterpaglia di rovi: la Corona di spine non fu accidentale». Forse è per questo che dimentichi tutto. Perché ti capita di vedere lo stesso immutato paesaggio sul quale si aprirono, pieni di paura, gli occhi dei nostri genitori: gli ombrelli acuminati delle acacie verso le quali allungano il collo morbido le giraffe; le mandrie di zebre con le loro vedette, pronte all’allarme, dislocate ai bordi del branco; le leonesse acquattate nelle chiazze d’ombra con i cuccioli; gli elefanti, rossi di fango, che scortecciano gli alberi; centinaia di bufali - un’onda nereggiante nell’erba gialla - che si spostano possenti e furenti nella loro transumanza.

Eppoi, i termitai alti due metri che avvolgono i fusti degli alberi fin quando le radici non sono state interamente divorate e la colonia di formiche si trasferisce altrove per lasciare la loro piramide rossa come tana per iguana e manguste. Altre storie verranno. Ma dopo, attorno ai falò. Perché, a metà pomeriggio, il sole scompare tra i suoi vapori rossastri che sembrano nubi in fuga da un incendio. Dal tramonto esala una brevissima luce eppoi è subito notte.

Una notte densa e totale che appanna i fuochi, ingoia le scintille, assedia le tende e ti spalanca sulla testa il firmamento più fitto che esista. Guardi quel cielo e puoi avvertire distintamente la terra nella sua minuta realtà di pianeta in regolare e monotona rotazione nell’universo. In un angolo di questa grande notte c’è il nostro campo: il Satao Camp, diciotto tende a due posti disposte a semicerchio attorno a una pozza d’acqua. Più tardi, spenti i fuochi, gli animali verranno a bere. È l’ora dei predatori.

Né sentiremo i rumori: il lamento della jena, il fischio degli uccelli, lo scarto repentino di una fuga improvvisa, altre grida lontane sepolte nel buio, che si levano improvvise e improvvise si spengono soffocate nelle pieghe di lana della notte afosa. Ma finchè il fuoco è acceso si raccontano storie. Come quella dei mangiatori di uomini dello Tsavo, anno 1898. Le gesta del colonnello Patterson, un ufficiale dell’Indian Army, mandato quaggiù per costruire un ponte sul fiume Tsavo sul quale far passare la linea ferroviaria del treno che avrebbe dovuto collegare Mombasa all’Uganda, la cosiddetta Lunatic Express.

Un’impresa resa ancora più epica dal fatto che una coppia di leoni, un maschio e una femmina, facevano strage tra i coolies indiani che lavoravano alla ferrovia. A niente valsero, per mesi, appostamenti e battute: l’abilissima coppia di predatori continuava, nottetempo, a rapire e mangiare i coolies. Una strage. Finché, dopo inaudite peripezie, Patterson riuscì ad uccidere le due fiere che ora sono esposte al Field Museum di Chicago.

Sulla vicenda è stato anche girato un orrido film, con Michael Douglas, assistendo al quale non si può fare a meno di parteggiare per gli animali. Di fatto, l’abbattimento di quei leoni sembra segnare l’inizio di un’altra strage. Si apre l’interminabile stagione della caccia (legalizzata) ai Big Five, i Grandi Cinque: elefante, rinoceronte, bufalo, leone e leopardo. Solo con enorme ritardo lo Stato kenyiota correrà ai ripari istituendo i parchi protetti. E non servirà nemmeno quello.

Perché il bracconaggio è continuato fino a quando non è stato dato l’ordine di sparare a vista sui bracconieri per stroncare definitivamente il traffico di avorio e di corni di rinoceronte. Richiesti, questi ultimi, soprattutto dagli yemeniti che ci fanno i manici dei pugnali. Nel frattempo i rinoceronti si sono estinti e il Kenya ha dovuti importarli dal Sudafrica. Nello Tsavo ce ne sono una ventina: pressoché impossibile vederli nello sterminato territorio che hanno a disposizione.

Puntuale come il tramonto - dodici ore esatte di intervallo - il sole si leva, rotondo e rosso come una pietra infuocata, alle sei e mezza la Land Rover è già in viaggio da mezz’ora abbondante nella savana che ora profuma di fieno umido e ha un colore morbido e ombroso. Con la coda dell’occhio si colgono rapidi movimenti tra i cespugli. Ci sono le scimmie che fanno capolino tra i rami degli alberi, le coppie di Dikdik - antilopi bonsai- che si rifugiano nell’erba alta, e impala sospettose, gazzelle che saltano e scalciano nell’aria, struzzi che per un tratto corrono di fianco alla macchina.

Vedi ancora gli elefanti, venti, trenta, sotto un gruppo di tamarindi e ti accorgi di non essere abituato a queste dimensioni. Sotto gli alberi, sembrano miniature di quel che ti ricordi di aver visto allo zoo. Scopri che lo spazio è sterminato. Talmente vasto che rimpicciolisce e inghiotte qualsiasi cosa. Laggiù in fondo, all’infinito, c’è l’orizzonte che tremola nella luce. E sembra di avvicinarsi a un mare o ad un lago circondato da un torrente di luce azzurra. Invece l’unica cosa cui ci si avvicina è uno spazio ancora più vasto e indefinito. Per ore e ore. Fino a quando non arriviamo a Galdessa Camp, sulla riva del fiume Galana: il regno, a cinque stelle, di  Tarzan 2000.   


Il suo vero nome è Johann Du Toit. Ha 27 anni e il fisico del ruolo. È nato in Kenya da una famiglia boera. I suoi l’avevano mandato in Svizzera a studiare. Non gli è piaciuto. Né lo studio, né la Svizzera. Del resto, e nemmeno lo nasconde, ama più gli animali che i suoi simili. Così, trovata l’anima gemella - Marinah, 25 anni, malese - è venuto a impiantare il suo business in mezzo alla savana: safari per veri appassionati. Come riconoscere i veri appassionati? Facile.

Quelli disposti a pagare 350 dollari per una notte in tenda, compresa colazione, pranzo, cena, Land Rover con autista e trekking con scorta di rangers del Kenya Wildlife Service (l’organismo che gestisce i parchi). Ha messo su nove tende, a due posti, arredate con il gusto di un albergo di lusso: legni pregiati, lini, lavandini di pietra lavica, sedili ricavati da radici levigate. Il tutto, con vista .