Viaggi

Avventure d'Oriente


Da Bangkok al Triangolo d'Oro, un'esplorazione di oltre mille chilometri nel "Paese dei sorrisi". Villaggi di palafitte, foreste e piantagioni di riso, monaci e "donne giraffa", scimmie ed elefanti. E testimonianze di un glorioso passato    
4 minuti di lettura
 Appena fuori Bangkok, direzione nord, l'aria è subito più respirabile e l'atmosfera meno caotica. Si lascia alle spalle la chiassosa e vivace capitale per seguire un itinerario che condurrà, in circa una settimana, fino al celebre e famigerato Triangolo d'Oro. La strada è lunga, un migliaio di chilometri. Ma il percorso è affascinante, fra città moderne e villaggi di palafitte, foreste e piantagioni di riso, monaci e "donne giraffa", elefanti e scimmie. E soprattutto testimonianze del passato. Resti di antichi templi, molti Buddha. L'iconografia che appare più familiare, il pancione che indica abbondanza e prosperità, non corrisponde però alla figura che si vede qui, magra e di corporatura atletica, talvolta con i lineamenti quasi femminili, a rappresentare l'ideale della bellezza.

Circondati dalla rigogliosa vegetazione di una regione fertile si raggiunge Bang Pa-In e il suo Palazzo d'Estate. Il luogo non è tra i più interessanti, ma una breve sosta permette di scattare belle foto di un piccolo gioiello, l'Aisawan Tipha-At, padiglione thai del XIX secolo che sorge in mezzo a un laghetto. Una ventina di chilometri e si giunge ad Ayuthaya. Dell'antica e gloriosa capitale del Siam sono oggi rimaste le rovine dei templi. Poi, è la volta di Lopburi, il cui notevole interesse storico passa in secondo piano di fronte alla curiosa invasione di un nutrito esercito di scimmie.

E si arriva a Phitsanulok. Nel vivace mercato notturno lungo le rive del Mae Nam Nan lo sguardo è subito attratto da una vetrina piena di vassoi dal contenuto insolito. Insetti. L'esposizione è degna di un museo entomologico. Ma non sono lì per essere ammirati o studiati. Appena cotti, attendono di essere gustati. In bustine take away o piatti misti da assaporare caldi sul posto. Aromi penetranti, qualche gioco da baraccone. Come la "verdura volante", lanciata dal cuoco a un cameriere che attende con il piatto vuoto sul tetto di un furgone. La mattina dopo, ancora fumo di fritto. I thailandesi mangiano a tutte le ore. Monaci dal saio giallo si aggirano fra i monasteri e per le strade. Nei pressi di un tempio graziosi uccellini giacciono rinchiusi in minuscole gabbie. Liberarli, per i buddhisti, è un mezzo per ottenere meriti religiosi. Una manciata di spiccioli e alcuni riprendono il volo.

Dopo questa sosta si è di nuovo in viaggio. I cartelli segnaletici e le coloratissime insegne sono ormai quasi solo in caratteri thai. Si giunge a Sukhothai, culla della millenaria civiltà thailandese. Qui i resti degli antichi templi conservano le tracce del loro lungo passato. Le vicine rovine di Si Satchanalai sono piacevoli e tranquille. Fra un Buddha e l'altro c'è anche il tempo di godere la cordialità della gente. Nel "paese dei sorrisi" ci si sente a proprio agio ovunque, anche se solo nei grandi centri è possibile comunicare in inglese. Ma è giunto il momento di dirigersi verso la montagna. La salita è dolce. Chilometri e chilometri di una strada sinuosa circondata da una folta vegetazione tropicale. Di tanto in tanto si incontrano villaggi, palafitte in legno, ritratti dell'amatissimo re.

E molti venditori di tempietti, una sorta di supermarket dell'altare casalingo. Lampang accoglie i visitatori con le sue case in teak, i templi in stile birmano e il vivace mercato di alimentari. La notte la si trascorre in un lodge in riva al fiume circondato da un bellissimo orto botanico tropicale. L'unico rumore sono i grilli, l'unico inconveniente le zanzare.
Lasciata la strada principale ci si dirige verso un villaggio rurale di profughi birmani appartenenti all'etnia karen. Arrivati in Thailandia circa 50 anni fa, preferiscono oggi la povertà alla dittatura militare. Le donne giovani lavorano i tessuti, mentre le anziane stazionano davanti alle capanne fumando sigarette confezionate a mano, masticando, per far passare la fame, un'erba selvatica. Hanno denti e labbra marroni. I bambini non danno l'assalto ai turisti, anzi quasi si nascondono. Poi, prendono timidamente biscotti e caramelle e ringraziano con il gesto dei grandi, congiungendo le manine e chinando la testa.

Visitato l'antico tempio di Lamphun sono quasi obbligatorie innumerevoli soste in negozi di lacche orientali, ombrellini in carta dipinta, ceramiche, seta, pietre, argenti. E finalmente si entra a Chiang Mai, dove si può fare esperienza del massaggio thailandese. Forte, energico, sembra che distrugga i muscoli e invece, dopo due ore, lascia la testa fra le nuvole, le gambe leggere e uno stato di generale benessere. La sera un giro sull'immancabile tuk-tuk. Le rumorose e scoppiettanti motorette a tre ruote con tanto di impegnativa insegna "taxi" sono un ottimo mezzo per spostarsi nelle città thailandesi.

Una quindicina di chilometri in salita conducono sul Doi Suthep, la vetta che domina Chiang Mai e sulla quale si erge il Wat Pra That Doi Suthep, il tempio sacro della città, con la sua interminabile scalinata serpentiforme. La benedizione arriva inaspettata e coglie un po' tutti di sorpresa. Sembra scortese rifiutare. Dopo una vera e propria annaffiata, ci si ritrova con un braccialetto in cotone grezzo al polso. Di grande interesse il grande bazar notturno: un formicaio di bancarelle colme di oggetti di artigianato del nord e di capi di abbigliamento e orologi firmati. I marchi sono chiaramente falsi, ma la qualità assolutamente non scadente. C'è molto da acquistare. La contrattazione è d'obbligo, come sempre in Thailandia, ma la trattativa non è estenuante. Schietta, veloce, raggiunge presto ottimi risultati per entrambe le parti.
A questo punto è previsto l'appuntameznto con le donne dal collo di giraffa. I loro villaggi principali sono intorno a Mae Hong Son, vicino al confine con il Myanmar, paese dal quale sono fuggite. Troppo distanti per un viaggio di breve-media durata. Ma una guida del luogo si mostra disponibile a svelare un "segreto". A pagamento. Una jeep ci conduce in un piccolo villaggio, a pochi chilometri, dove vivono, probabilmente a scopi turistici, circa trenta donne. Sono orgogliose del loro pesante ornamento, ma in alcune la sofferenza è evidente. Si racconta che togliendolo anche solo per un attimo morirebbero, perché i muscoli del collo non riuscirebbero più a sorreggere la testa. Mettersi in posa davanti ai turisti, circondate da stoffe dai colori sgargianti, per queste donne è ormai un lavoro. Preferito a quello più faticoso dei campi.

Tornati a Tha Ton, si sale sulla motolancia che, sfrecciando veloce sul fiume Kok, in circa tre ore conduce a Chiang Rai. Da Chiang Rai ci si muove di prima mattina, imbattendosi in qualche posto di blocco. Controlli per armi e droga. Ai bordi della strada si vedono galli da combattimento in gabbia. Attraversando distese coltivazioni di tabacco si raggiunge finalmente il Triangolo d'Oro, l'estremo lembo del paese, al confine con Myanmar e Laos. Ancora oggi è uno dei principali centri di coltivazione illegale del papavero da oppio. Una visita al piccolo museo dell'oppio, e poi un giro in barca sul Mekong, uno dei maggiori fiumi del mondo. Volendo, si può fare una sosta su una piccola isola laotiana, assaggiare una grappa al serpente e inviare una cartolina. Quindi, non resta che rientrare a Chiang Rai e dirigerci in aeroporto. Destinazione, una delle splendide località balneari della Thailandia.