Padova, Piazza delle Erbe, primo pomeriggio. A segnare l’ora provvede una meridiana disposta sulla facciata del Palazzo della Ragione, che racchiude un salone tanto vasto quanto magnifico, il cui spazio a fine settembre ospiterà una rappresentazione del “Mondo della Luna” di Haydn affidata ai Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone, in omaggio al Galilei.
A un lato della piazza, una fontana con riflessi di luce sull’acqua. Poche ore dopo, Piazza dei Signori, alla luce del crepuscolo. Qui, il primo impatto visivo è un prezioso orologio del Quattrocento incastonato nel Palazzo del Capitano, e poi l’occhio si posa sui palazzetti di varie forme e tinte disposti tutt’intorno. Un’armonia e un’eleganza che tornano nel terzo ritaglio di memoria: il salotto inondato di luce, un giorno più tardi, nella dimora padovana di Claudio Scimone.
Qui, è una finestra a offrire uno scorcio di panorama di una suggestione unica: il trionfo di campanili e cupole che suggella un edificio tra i più amati della cristianità, ossia la Basilica di Sant’Antonio da Padova, qui chiamata semplicemente “la basilica del santo”. Tra appuntamenti con gli allievi delle scuole di Padova e dintorni (ad Albignasego per l’esattezza, dove centinaia di bambini e ragazzi entusiasti hanno riempito un palazzetto dello sport) e una tournée all’estero (a Parigi, Salle Gaveau) incontro un gentiluomo della musica, Claudio Scimone, per farmi raccontare da lui gli angoli di Padova che gli sono più cari e anche due o tre cose che sa di Vivaldi…
“I luoghi che amo della mia città? Innanzitutto la Cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto, dove ho diretto il Gloria di Vivaldi e Le sette parole di Cristo sulla Croce di Haydn con la regia di Ermanno Olmi. Direi che tra Giotto e Vivaldi c’è una straordinaria affinità: entrambi sono stati cultori della semplicità più nitida e più intensa che si possa immaginare, quanto a espressione artistica, anche se i contenuti si rivelano di un’eccezionale profondità e incredibile finezza. C’è un’immediatezza tale che tutto, nella musica di Vivaldi o nella pittura di Giotto, risulta evidentissimo, e al tempo stesso pieno di sfaccettature e magnifici dettagli. Giotto, ad esempio: emerge dalla sua pittura una linea fondamentale su cui tutto si sviluppa anche se le singole figure sono ricchissime di colore, e chi guarda coglie il significato con un impatto immediato, come nella famosa scena del bacio di Giuda, proprio nella Cappella degli Scrovegni. E prendendo invece Vivaldi come esempio, la base essenziale della sua genialità è una sintesi così straordinaria per cui i contenuti arrivano nell’immediato a chiunque, e nello stesso tempo le sue descrizioni musicali sono cesellate in modo superbo”.
Generoso nel dirigere come nel raccontare e nello spiegare, Claudio Scimone segnala un altro suo luogo dell’anima: “E’ certamente il Castello dei Carraresi, un monumento che non conosce quasi nessuno anche se è in pieno centro. Era la sede della Signoria, ed è stato aggredito a più riprese dagli invasori che riuscirono a conquistarlo: prima dai veneziani che coprirono di calce gli affreschi, poi dagli austriaci che lo hanno trasformato in carcere, e tale è rimasto fino a pochi decenni fa. Solo adesso lo stanno rivalutando, con un investimento, da parte del Ministero dei Beni Culturali, di vari milioni di euro destinati al suo prossimo restauro”.
Il promotore dei Solisti Veneti prosegue nella sua lista di delizie: “La Padova che amo è anche il Prato della Valle, con le statue e il canale che lo circonda, e con la catena degli edifici che sono una struttura architettonica unica al mondo. E la Chiesa di Santa Sofia, una meravigliosa chiesa romanica che ha ospitato anche alcuni miei concerti con i Solisti Veneti. E poi la Basilica del Santo, così cosmopolita grazie ai tanti pellegrini e così ricca di memorie neoplatoniche e musicali, prima fra tutte la presenza di Giuseppe Tartini come maestro di concerto. Senza tralasciare l’incanto dei suoi chiostri silenziosi…”.
Il tono morbido di Claudio Scimone quasi si infervora quando dichiara: “Nella mia attività artistica ho potuto dare vita a un sogno: suonare le Quattro Stagioni di Vivaldi nelle più belle ville venete del Palladio. Si può dire che la musica anima ciò che è immobile, e al tempo stesso riceve il suo carattere espressivo da un determinato luogo. Anche in questo caso parlerei di uno strettissimo legame tra Palladio e Vivaldi, e che indicherei in un’arte semplicissima, articolata ed elegantissima. Prendiamo Palladio: ha rivelato nei suoi capolavori un equilibrio perfetto tra ricchezza della decorazione e senso del limite che diventa arte al livello più eccelso. C’è tutto quello che deve esserci, ma non c’è mai nulla di troppo, e soprattutto c’è un’originalità di concezione artistica senza nulla di eccessivo. Di rimando, Vivaldi è la quintessenza del barocco, e vorrei sottolineare che non esistono due concerti vivaldiani che siano uguali nella forma. Ogni sua creazione musicale è un’avventura del tutto nuova, ma che si concatena a quanto lo precedeva. Anche qui, una perfezione delle proporzioni persino nei linguaggi più nuovi”.
Claudio Scimone conclude il suo viaggio nel “pianeta Vivaldi” con questa acuta osservazione: “In lui trovo anche una genialità di invenzioni timbriche per cui da soli quattro strumenti riusciva a creare qualcosa che i suoi successori non sono riusciti a creare con un’intera orchestra. Un senso estremo di libertà che in poche note dice tutto. E ancora qualcosa emerge: questo senso teatrale della musica, anche se è soltanto strumentale. Infatti, le grandi novità che Vivaldi ha introdotto nella musica strumentale sono da collegare al suo temperamento di uomo di teatro: un magnifico esempio è il suo “Adagio lirico”, che è sostanzialmente un’evoluzione dell’aria d’opera, e questo spiega anche la sua infinita gaiezza e il carattere tempestoso di tante sue creazioni”.
A un lato della piazza, una fontana con riflessi di luce sull’acqua. Poche ore dopo, Piazza dei Signori, alla luce del crepuscolo. Qui, il primo impatto visivo è un prezioso orologio del Quattrocento incastonato nel Palazzo del Capitano, e poi l’occhio si posa sui palazzetti di varie forme e tinte disposti tutt’intorno. Un’armonia e un’eleganza che tornano nel terzo ritaglio di memoria: il salotto inondato di luce, un giorno più tardi, nella dimora padovana di Claudio Scimone.
Qui, è una finestra a offrire uno scorcio di panorama di una suggestione unica: il trionfo di campanili e cupole che suggella un edificio tra i più amati della cristianità, ossia la Basilica di Sant’Antonio da Padova, qui chiamata semplicemente “la basilica del santo”. Tra appuntamenti con gli allievi delle scuole di Padova e dintorni (ad Albignasego per l’esattezza, dove centinaia di bambini e ragazzi entusiasti hanno riempito un palazzetto dello sport) e una tournée all’estero (a Parigi, Salle Gaveau) incontro un gentiluomo della musica, Claudio Scimone, per farmi raccontare da lui gli angoli di Padova che gli sono più cari e anche due o tre cose che sa di Vivaldi…
“I luoghi che amo della mia città? Innanzitutto la Cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto, dove ho diretto il Gloria di Vivaldi e Le sette parole di Cristo sulla Croce di Haydn con la regia di Ermanno Olmi. Direi che tra Giotto e Vivaldi c’è una straordinaria affinità: entrambi sono stati cultori della semplicità più nitida e più intensa che si possa immaginare, quanto a espressione artistica, anche se i contenuti si rivelano di un’eccezionale profondità e incredibile finezza. C’è un’immediatezza tale che tutto, nella musica di Vivaldi o nella pittura di Giotto, risulta evidentissimo, e al tempo stesso pieno di sfaccettature e magnifici dettagli. Giotto, ad esempio: emerge dalla sua pittura una linea fondamentale su cui tutto si sviluppa anche se le singole figure sono ricchissime di colore, e chi guarda coglie il significato con un impatto immediato, come nella famosa scena del bacio di Giuda, proprio nella Cappella degli Scrovegni. E prendendo invece Vivaldi come esempio, la base essenziale della sua genialità è una sintesi così straordinaria per cui i contenuti arrivano nell’immediato a chiunque, e nello stesso tempo le sue descrizioni musicali sono cesellate in modo superbo”.
Generoso nel dirigere come nel raccontare e nello spiegare, Claudio Scimone segnala un altro suo luogo dell’anima: “E’ certamente il Castello dei Carraresi, un monumento che non conosce quasi nessuno anche se è in pieno centro. Era la sede della Signoria, ed è stato aggredito a più riprese dagli invasori che riuscirono a conquistarlo: prima dai veneziani che coprirono di calce gli affreschi, poi dagli austriaci che lo hanno trasformato in carcere, e tale è rimasto fino a pochi decenni fa. Solo adesso lo stanno rivalutando, con un investimento, da parte del Ministero dei Beni Culturali, di vari milioni di euro destinati al suo prossimo restauro”.
Il promotore dei Solisti Veneti prosegue nella sua lista di delizie: “La Padova che amo è anche il Prato della Valle, con le statue e il canale che lo circonda, e con la catena degli edifici che sono una struttura architettonica unica al mondo. E la Chiesa di Santa Sofia, una meravigliosa chiesa romanica che ha ospitato anche alcuni miei concerti con i Solisti Veneti. E poi la Basilica del Santo, così cosmopolita grazie ai tanti pellegrini e così ricca di memorie neoplatoniche e musicali, prima fra tutte la presenza di Giuseppe Tartini come maestro di concerto. Senza tralasciare l’incanto dei suoi chiostri silenziosi…”.
Il tono morbido di Claudio Scimone quasi si infervora quando dichiara: “Nella mia attività artistica ho potuto dare vita a un sogno: suonare le Quattro Stagioni di Vivaldi nelle più belle ville venete del Palladio. Si può dire che la musica anima ciò che è immobile, e al tempo stesso riceve il suo carattere espressivo da un determinato luogo. Anche in questo caso parlerei di uno strettissimo legame tra Palladio e Vivaldi, e che indicherei in un’arte semplicissima, articolata ed elegantissima. Prendiamo Palladio: ha rivelato nei suoi capolavori un equilibrio perfetto tra ricchezza della decorazione e senso del limite che diventa arte al livello più eccelso. C’è tutto quello che deve esserci, ma non c’è mai nulla di troppo, e soprattutto c’è un’originalità di concezione artistica senza nulla di eccessivo. Di rimando, Vivaldi è la quintessenza del barocco, e vorrei sottolineare che non esistono due concerti vivaldiani che siano uguali nella forma. Ogni sua creazione musicale è un’avventura del tutto nuova, ma che si concatena a quanto lo precedeva. Anche qui, una perfezione delle proporzioni persino nei linguaggi più nuovi”.
Claudio Scimone conclude il suo viaggio nel “pianeta Vivaldi” con questa acuta osservazione: “In lui trovo anche una genialità di invenzioni timbriche per cui da soli quattro strumenti riusciva a creare qualcosa che i suoi successori non sono riusciti a creare con un’intera orchestra. Un senso estremo di libertà che in poche note dice tutto. E ancora qualcosa emerge: questo senso teatrale della musica, anche se è soltanto strumentale. Infatti, le grandi novità che Vivaldi ha introdotto nella musica strumentale sono da collegare al suo temperamento di uomo di teatro: un magnifico esempio è il suo “Adagio lirico”, che è sostanzialmente un’evoluzione dell’aria d’opera, e questo spiega anche la sua infinita gaiezza e il carattere tempestoso di tante sue creazioni”.