Parco Tanzania
di Fulco PratesiL’insieme dei Parchi naturalistici offre spettacoli che nessun altro luogo in Africa può oggi garantire: dal Serengeti al Masai Mara, dall'Amboseli allo Tsavo. I Viaggi
La prima volta che misi piede in Africa avevo diciannove anni. Affascinato dalla lettura dei libri di Hemingway, partii per il Tanganika (così si chiamava allora l’odierna Tanzania) e il Kenya. Dopo un drammatico viaggio su una carretta del mare sbarcai a Mombasa e, spostatomi all’interno, passai diverso tempo (mi vergogno a dirlo) a caccia.
Proprio in quell’anno (era il 1954) Hemingway (che aveva appena vinto il Nobel) conduceva da quelle parti il suo ultimo safari (descritto nel romanzo pubblicato postumo, Vero all’alba). Sette anni dopo si uccise con una fucilata alla testa. L’impressione più forte del primo incontro con questo continente, la ebbi nella savana dell’Amboseli in territorio Masai ai confini tra Kenya e Tanzania.
Si trattava di un’area di 300.000 ettari, dominata dal Kilimangiaro, che dal 1948 era stata chiusa alla caccia, (qui poi nacque il primo Parco Nazionale del Kenya) per tutelare la grande fauna la quale, perseguitata da…
Proprio in quell’anno (era il 1954) Hemingway (che aveva appena vinto il Nobel) conduceva da quelle parti il suo ultimo safari (descritto nel romanzo pubblicato postumo, Vero all’alba). Sette anni dopo si uccise con una fucilata alla testa. L’impressione più forte del primo incontro con questo continente, la ebbi nella savana dell’Amboseli in territorio Masai ai confini tra Kenya e Tanzania.
Si trattava di un’area di 300.000 ettari, dominata dal Kilimangiaro, che dal 1948 era stata chiusa alla caccia, (qui poi nacque il primo Parco Nazionale del Kenya) per tutelare la grande fauna la quale, perseguitata da…
La prima volta che misi piede in Africa avevo diciannove anni. Affascinato dalla lettura dei libri di Hemingway, partii per il Tanganika (così si chiamava allora l’odierna Tanzania) e il Kenya. Dopo un drammatico viaggio su una carretta del mare sbarcai a Mombasa e, spostatomi all’interno, passai diverso tempo (mi vergogno a dirlo) a caccia.
Proprio in quell’anno (era il 1954) Hemingway (che aveva appena vinto il Nobel) conduceva da quelle parti il suo ultimo safari (descritto nel romanzo pubblicato postumo, Vero all’alba). Sette anni dopo si uccise con una fucilata alla testa. L’impressione più forte del primo incontro con questo continente, la ebbi nella savana dell’Amboseli in territorio Masai ai confini tra Kenya e Tanzania.
Si trattava di un’area di 300.000 ettari, dominata dal Kilimangiaro, che dal 1948 era stata chiusa alla caccia, (qui poi nacque il primo Parco Nazionale del Kenya) per tutelare la grande fauna la quale, perseguitata dai continui safari, stava scomparendo. A parte la visione magica del Kilimangiaro con le sue ancora possenti nevi, mi entusiasmò uscendo dalla tenda dopo una gelida notte, lo spettacolo di due colossali rinoceronti neri che pascolavano a pochi metri di distanza.
Se il Parco Nazionale Kruger in Sudafrica è forse il più adatto per ammirare, bene e da vicino, la quasi totalità degli animali africani, i grandi spazi a cavallo tra Kenya e Tanzania offrono spettacoli d’insieme che nessun altro luogo in Africa può oggi garantire. È proprio tra la sponda orientale dell’immenso Lago Vittoria e l’Oceano Indiano che sono riunite le più grandi, famose e belle Riserve naturali di questi due Paesi, tutte ricavate dai terreni di caccia degli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900.
Pensate: il Masai Mara (di cui una parte è in Kenya) famoso per la drammatica migrazione degli gnu attraverso il fiume Mara; l’immenso Serengeti, scenario d’obbligo dei documentari televisivi con l’inflazionata scena del ghepardo con la gazzella; il Cratere di Ngorongoro, il Lago Manyara (da qui Hemingway, dopo un safari nel 1933, si ispirò per il romanzo Le verdi colline d’Africa e i due racconti Le nevi del Kilimangiaro e La breve felice vita di Francis Macomber).
E poi il parco di Arusha, quello di Tarangire, il PN Kilimangiaro e, in Kenya, l’Amboseli e l’immenso PN Tsavo, grande quanto la Toscana. In questa corona di aree naturalistiche del nord Tanzania (nel sud ve ne sono altre stupende e selvagge come il Selous e il Ruaha), batte il cuore dell’Africa vera.
Savane punteggiate di baobab immensi e acacie a ombrello, colline boscose e praterie a perdita d’occhio, fiumi fangosi e rocce isolate. Insomma un paradiso naturalistico il quale, grazie alla protezione e al turismo che essa ha attivato, contribuisce all’economia del Paese. La maggior parte di coloro che sbarcano dai voli charter negli aeroporti dell’Africa Orientale sono attirati, inutile dirlo, dalla ricchezza faunistica di questi luoghi.
Inquadrati in paesaggi d’inebriante serenità e bellezza, valorizzati da albe e tramonti fiammeggianti, sotto cieli adornati dalle classiche nuvole tropicali, gli animali giocano qui il loro ruolo più fantastico. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, e le organizzazioni turistiche la facilitano con grande professionalità anche se in qualche caso l’affollamento di pullmini attorno a un leone indifferente o il mitragliamento di foto su una coppia di ghepardi in amore può dar fastidio.
Ma i territori sono immensi, le stagioni per la visita abbastanza ampie, e chiunque può scegliersi la maniera e i tempi migliori per visitare questi imperdibili santuari della natura tropicale, magari anche se solo come corollario alle solite sedute di abbronzaggio balneare sulle spiagge di Malindi o Watamu. Naturalmente il palmarès più ricercato per un ecoturista dilettante è costituito dai Big Five, i Cinque Grandi, che sono (secondo la definizione degli antichi White hunter): elefante, leone, leopardo, bufalo e rinoceronte. Poterli vedere tutti in pochi giorni non è difficile, basta impegnarsi.
Per elefante, leone e bufalo, nessun problema, sono dappertutto. Per il rinoceronte occorre avere un po’ più di pazienza (ne sono rimasti pochi). Per il leopardo, più elusivo, il massimo è poterlo osservare appollaiato su un albero, così come per il leone è il vederlo sulla preda oppure (somma beatitudine per gli ecoguardoni) fotografarlo impegnato in un amplesso su una leonessa piuttosto annoiata.
Completato l’elenco delle 5 basiliche, occupiamoci del contorno. Come le processioni interminabili di zebre, miste a goffi gnu (non ci credereste, ma a un bambino romano cui fu chiesto quale animale preferisse rispose «lo gnu»), il delicato zampettare delle bianconere gazzelle di Thomson e di quelle di Grant, gli impala dalle corna a lira e tante, tante altre antilopi che solo con un buon manuale e il binocolo potrete riuscire a identificare. Per le giraffe, il must è la loro fotografia, al tramonto, con il sole sullo sfondo.
Una guida esperta ve la garantirà. Ma, accanto a queste immancabili cartoline illustrate, godetevi, per favore, tutta la minima splendida corte delle specie più piccole. Ecco le evoluzioni acrobatiche del falco giocoliere, la nettarina che pilucca un fiore rosso fuoco, la tavolozza celeste, rossa e arancio del capo delle faraone, il volo metallico della ghiandaia marina petto lillà, la marcia determinata del serpentario, le cimose rosate dei fenicotteri minori sui laghi, le sagome lustre e fangose degli ippopotami, l’affannarsi delle bufaghe che spidocchiano i bufali, la curiosità buffa della mangusta, la corsa danzante degli struzzi.
E, contorno immancabile ma sempre interessante, la componente umana: i guerrieri Masai intelligenti e ironici, i loro costumi, le loro danze, il loro villaggi, purtroppo sempre più contaminati dall’invadenza di un turismo commerciale, poco attento e sensibile.
Proprio in quell’anno (era il 1954) Hemingway (che aveva appena vinto il Nobel) conduceva da quelle parti il suo ultimo safari (descritto nel romanzo pubblicato postumo, Vero all’alba). Sette anni dopo si uccise con una fucilata alla testa. L’impressione più forte del primo incontro con questo continente, la ebbi nella savana dell’Amboseli in territorio Masai ai confini tra Kenya e Tanzania.
Si trattava di un’area di 300.000 ettari, dominata dal Kilimangiaro, che dal 1948 era stata chiusa alla caccia, (qui poi nacque il primo Parco Nazionale del Kenya) per tutelare la grande fauna la quale, perseguitata dai continui safari, stava scomparendo. A parte la visione magica del Kilimangiaro con le sue ancora possenti nevi, mi entusiasmò uscendo dalla tenda dopo una gelida notte, lo spettacolo di due colossali rinoceronti neri che pascolavano a pochi metri di distanza.
Se il Parco Nazionale Kruger in Sudafrica è forse il più adatto per ammirare, bene e da vicino, la quasi totalità degli animali africani, i grandi spazi a cavallo tra Kenya e Tanzania offrono spettacoli d’insieme che nessun altro luogo in Africa può oggi garantire. È proprio tra la sponda orientale dell’immenso Lago Vittoria e l’Oceano Indiano che sono riunite le più grandi, famose e belle Riserve naturali di questi due Paesi, tutte ricavate dai terreni di caccia degli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900.
Pensate: il Masai Mara (di cui una parte è in Kenya) famoso per la drammatica migrazione degli gnu attraverso il fiume Mara; l’immenso Serengeti, scenario d’obbligo dei documentari televisivi con l’inflazionata scena del ghepardo con la gazzella; il Cratere di Ngorongoro, il Lago Manyara (da qui Hemingway, dopo un safari nel 1933, si ispirò per il romanzo Le verdi colline d’Africa e i due racconti Le nevi del Kilimangiaro e La breve felice vita di Francis Macomber).
E poi il parco di Arusha, quello di Tarangire, il PN Kilimangiaro e, in Kenya, l’Amboseli e l’immenso PN Tsavo, grande quanto la Toscana. In questa corona di aree naturalistiche del nord Tanzania (nel sud ve ne sono altre stupende e selvagge come il Selous e il Ruaha), batte il cuore dell’Africa vera.
Savane punteggiate di baobab immensi e acacie a ombrello, colline boscose e praterie a perdita d’occhio, fiumi fangosi e rocce isolate. Insomma un paradiso naturalistico il quale, grazie alla protezione e al turismo che essa ha attivato, contribuisce all’economia del Paese. La maggior parte di coloro che sbarcano dai voli charter negli aeroporti dell’Africa Orientale sono attirati, inutile dirlo, dalla ricchezza faunistica di questi luoghi.
Inquadrati in paesaggi d’inebriante serenità e bellezza, valorizzati da albe e tramonti fiammeggianti, sotto cieli adornati dalle classiche nuvole tropicali, gli animali giocano qui il loro ruolo più fantastico. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, e le organizzazioni turistiche la facilitano con grande professionalità anche se in qualche caso l’affollamento di pullmini attorno a un leone indifferente o il mitragliamento di foto su una coppia di ghepardi in amore può dar fastidio.
Ma i territori sono immensi, le stagioni per la visita abbastanza ampie, e chiunque può scegliersi la maniera e i tempi migliori per visitare questi imperdibili santuari della natura tropicale, magari anche se solo come corollario alle solite sedute di abbronzaggio balneare sulle spiagge di Malindi o Watamu. Naturalmente il palmarès più ricercato per un ecoturista dilettante è costituito dai Big Five, i Cinque Grandi, che sono (secondo la definizione degli antichi White hunter): elefante, leone, leopardo, bufalo e rinoceronte. Poterli vedere tutti in pochi giorni non è difficile, basta impegnarsi.
Per elefante, leone e bufalo, nessun problema, sono dappertutto. Per il rinoceronte occorre avere un po’ più di pazienza (ne sono rimasti pochi). Per il leopardo, più elusivo, il massimo è poterlo osservare appollaiato su un albero, così come per il leone è il vederlo sulla preda oppure (somma beatitudine per gli ecoguardoni) fotografarlo impegnato in un amplesso su una leonessa piuttosto annoiata.
Completato l’elenco delle 5 basiliche, occupiamoci del contorno. Come le processioni interminabili di zebre, miste a goffi gnu (non ci credereste, ma a un bambino romano cui fu chiesto quale animale preferisse rispose «lo gnu»), il delicato zampettare delle bianconere gazzelle di Thomson e di quelle di Grant, gli impala dalle corna a lira e tante, tante altre antilopi che solo con un buon manuale e il binocolo potrete riuscire a identificare. Per le giraffe, il must è la loro fotografia, al tramonto, con il sole sullo sfondo.
Una guida esperta ve la garantirà. Ma, accanto a queste immancabili cartoline illustrate, godetevi, per favore, tutta la minima splendida corte delle specie più piccole. Ecco le evoluzioni acrobatiche del falco giocoliere, la nettarina che pilucca un fiore rosso fuoco, la tavolozza celeste, rossa e arancio del capo delle faraone, il volo metallico della ghiandaia marina petto lillà, la marcia determinata del serpentario, le cimose rosate dei fenicotteri minori sui laghi, le sagome lustre e fangose degli ippopotami, l’affannarsi delle bufaghe che spidocchiano i bufali, la curiosità buffa della mangusta, la corsa danzante degli struzzi.
E, contorno immancabile ma sempre interessante, la componente umana: i guerrieri Masai intelligenti e ironici, i loro costumi, le loro danze, il loro villaggi, purtroppo sempre più contaminati dall’invadenza di un turismo commerciale, poco attento e sensibile.