LA NOTIZIA è stata resa ufficiale circa un mese fa. Nel cuore della foresta pluviale del Congo esiste un
villaggio ex-colonia calabrese. ‘Nduja- u-tulu”, questo è il nome del villaggio scoperto recentemente dall’esploratore
tedesco Otto Halsinkeer. Quando il 30 ottobre 1922, l’Italia occupa Jefren, nell’entroterra
tripolino, quattro soldati calabresi, incaricati di esplorare zone limitrofe, si perdono e finiscono, non
si è ancora capito come, in una zona vergine della Jungla del Congo.
Sono i primi bianchi visti dagli indigeni che li divinizzano immediatamente, specialmente Pasquale
Rizzato, detto “ Mpurrutu”. Pasquale è l’unico biondo dei quattro è viene indicato dallo sciamano del villaggio
come “Hanka-za-ita” , ovvero il figlio del sole.
La sua imprecazione tipica: “Mannaia ‘a miseria!” diventa il coro cantato dagli indigeni per salutare Hanka-za-ita.
NOI SIAMO i primi italiani a visitare Nduja-u-tulu. La cosa che salta immediatamente all’occhio è l’eredità genetica lasciata dai quattro Coloni. Una considerevole quantità di meticci afro-calabresi ci accolgono ospitali nel loro habitat, esibendosi in un canto percussivo che è un misto di sonorità tribali e “Calabrisella mia”. Le porte delle capanne, tipicamente africane, sono adornate da cespugli di peperoncini rossissimi che oltre a decorare le case sono parte integrante dell’alimentazione locale. Le donne sono impegnate a preparare la “’Ndujata”: una pappa di radici, frutta e “Nduja”.
I tre ingredienti si pestano per ore in un recipiente fino a creare un unico impasto molto saporito che ci viene offerto con generosità. La ‘Nduja è stata sicuramente inserita da Ciccio Sparanza, uno dei quattro coloni, che nei primi anni del novecento aiutava il padre nella lavorazione del maiale Questa ‘Nduja è di Facocero, il sapore è un po’ piu’ “Selvatico” rispetto al maiale ma si fa piacevolmente gustare.
DOPO AVER condiviso il pasto, i nativi ci fanno accomodare sul bordo di una radura all’interno del villaggio e un gruppo di giovani, uomini e donne, si esibiscono in una danza che è praticamente una tarantella dai sapori ancestrali…in questa danza abbiamo colto veramente la fusione tra l’africa e l’Aspromonte, un momento davvero emozionante. Anche nella lingua si colgono fortissime influenze calabresi. La fonetica è talmente aspirata che puo’ mandare in iperventilazione chi non è abituato ad esprimersi in questo dialetto. “Hatthhhahhatthhhha” significa “amore”, “Trhukkhhunthhhhinho” che significa “Andiamo”, “Chhaschhhhutthhherhhhthe” che significa “io”. Nella corretta pronuncia tutte le acca vanno aspirate e sono necessari dei buoni polmoni per articolare correttamente questi vocaboli. Chissà, tra un secolo questo piccolo villaggio nel cuore della foresta pluviale africana sarà l’unica testimonianza di una cultura che sta lentamente scomparendo… ci riferiamo a quella calabrese, ovviamente, e del tutto il sud Italia colonizzato dagli stessi italiani… quelli più cattivi e senza scrupoli che non sono capitati certo per sbaglio.
La sua imprecazione tipica: “Mannaia ‘a miseria!” diventa il coro cantato dagli indigeni per salutare Hanka-za-ita.
NOI SIAMO i primi italiani a visitare Nduja-u-tulu. La cosa che salta immediatamente all’occhio è l’eredità genetica lasciata dai quattro Coloni. Una considerevole quantità di meticci afro-calabresi ci accolgono ospitali nel loro habitat, esibendosi in un canto percussivo che è un misto di sonorità tribali e “Calabrisella mia”. Le porte delle capanne, tipicamente africane, sono adornate da cespugli di peperoncini rossissimi che oltre a decorare le case sono parte integrante dell’alimentazione locale. Le donne sono impegnate a preparare la “’Ndujata”: una pappa di radici, frutta e “Nduja”.
I tre ingredienti si pestano per ore in un recipiente fino a creare un unico impasto molto saporito che ci viene offerto con generosità. La ‘Nduja è stata sicuramente inserita da Ciccio Sparanza, uno dei quattro coloni, che nei primi anni del novecento aiutava il padre nella lavorazione del maiale Questa ‘Nduja è di Facocero, il sapore è un po’ piu’ “Selvatico” rispetto al maiale ma si fa piacevolmente gustare.
DOPO AVER condiviso il pasto, i nativi ci fanno accomodare sul bordo di una radura all’interno del villaggio e un gruppo di giovani, uomini e donne, si esibiscono in una danza che è praticamente una tarantella dai sapori ancestrali…in questa danza abbiamo colto veramente la fusione tra l’africa e l’Aspromonte, un momento davvero emozionante. Anche nella lingua si colgono fortissime influenze calabresi. La fonetica è talmente aspirata che puo’ mandare in iperventilazione chi non è abituato ad esprimersi in questo dialetto. “Hatthhhahhatthhhha” significa “amore”, “Trhukkhhunthhhhinho” che significa “Andiamo”, “Chhaschhhhutthhherhhhthe” che significa “io”. Nella corretta pronuncia tutte le acca vanno aspirate e sono necessari dei buoni polmoni per articolare correttamente questi vocaboli. Chissà, tra un secolo questo piccolo villaggio nel cuore della foresta pluviale africana sarà l’unica testimonianza di una cultura che sta lentamente scomparendo… ci riferiamo a quella calabrese, ovviamente, e del tutto il sud Italia colonizzato dagli stessi italiani… quelli più cattivi e senza scrupoli che non sono capitati certo per sbaglio.