Il disastro di Tenerife
Pietro PalliniSono passati trentadue anni dal più grave incidente aereo della storia dell'aviazione civile: 583 furono i morti. Due Jumbo si scontrarono, uno olandese in decollo e l'altro Usa, ancora sulla pista. Fatali furono lo stress e la fretta
TRENTADUE anni esatti, dal disastro di Tenerife, che rimane a tutt'oggi l'incidente più grave della storia dell'aviazione civile. In quel pomeriggio nebbioso, decine di aerei erano stati dirottati verso un aeroporto secondario a causa di un attentato nello scalo principale delle Canarie, e tutti avevano fretta di fare rifornimento e ripartire.
E fu proprio la fretta, insieme alla poca abitudine dei controllori a gestire un traffico di quelle proporzioni, all'inadeguatezza delle infrastrutture, allo stress generato da ritardi e circostanze impreviste e al cattivo uso della fraseologia aeronautica (peraltro ancora insufficientemente standardizzata) a fare sì che uno dei due aerei iniziasse la corsa di decollo mentre l'altro si trovava ancora in mezzo alla pista.
Quando il comandante olandese intravide nella nebbia le luci del Jumbo americano era ormai era troppo tardi per frenare, ma ancora troppo presto per prendere il volo. Ci furono 583 morti e una sessantina di increduli sopravvisut…
E fu proprio la fretta, insieme alla poca abitudine dei controllori a gestire un traffico di quelle proporzioni, all'inadeguatezza delle infrastrutture, allo stress generato da ritardi e circostanze impreviste e al cattivo uso della fraseologia aeronautica (peraltro ancora insufficientemente standardizzata) a fare sì che uno dei due aerei iniziasse la corsa di decollo mentre l'altro si trovava ancora in mezzo alla pista.
Quando il comandante olandese intravide nella nebbia le luci del Jumbo americano era ormai era troppo tardi per frenare, ma ancora troppo presto per prendere il volo. Ci furono 583 morti e una sessantina di increduli sopravvisut…
TRENTADUE anni esatti, dal disastro di Tenerife, che rimane a tutt'oggi l'incidente più grave della storia dell'aviazione civile. In quel pomeriggio nebbioso, decine di aerei erano stati dirottati verso un aeroporto secondario a causa di un attentato nello scalo principale delle Canarie, e tutti avevano fretta di fare rifornimento e ripartire.
E fu proprio la fretta, insieme alla poca abitudine dei controllori a gestire un traffico di quelle proporzioni, all'inadeguatezza delle infrastrutture, allo stress generato da ritardi e circostanze impreviste e al cattivo uso della fraseologia aeronautica (peraltro ancora insufficientemente standardizzata) a fare sì che uno dei due aerei iniziasse la corsa di decollo mentre l'altro si trovava ancora in mezzo alla pista.
Quando il comandante olandese intravide nella nebbia le luci del Jumbo americano era ormai era troppo tardi per frenare, ma ancora troppo presto per prendere il volo. Ci furono 583 morti e una sessantina di increduli sopravvisuti. L'inchiesta che ne seguì è una vera e propria una pietra miliare nella storia della sicurezza aerea e ha innescato un cambiamento profondo i cui effetti continuano a farsi sentire anche oggi.
Davanti a un incidente di dimensioni fino ad allora inimmaginabili, gli investigatori aeronautici capirono che per evitare il ripetersi di un simile disastro non bastava la pura e semplice ricerca di un colpevole (per questo ci sono i giudici) o la ricostruzione dei fatti e delle storie umane di vittime e/o eroi (per questo ci sono i giornalisti) e decisero di focalizzare la loro attenzione su tutta la catena di eventi capace di trasformare l'ultimo anello, un essere umano ai comandi di un sofisticato macchinario, in un colpevole, una vittima o un eroe a seconda dei punti di vista.
E' a monte, indagando su procedure, addestramenti e abitudini, che si deve scavare e intervenire, ed è quello che in questi trentadue anni è stato fatto. Trentadue anni che, tra l'altro, coincidono con la mia vita aeronautica: proprio in quei giorni infatti, ai comandi di un piccolo monomotore, io apprendevo i primi rudimenti del mestiere.
E fu proprio la fretta, insieme alla poca abitudine dei controllori a gestire un traffico di quelle proporzioni, all'inadeguatezza delle infrastrutture, allo stress generato da ritardi e circostanze impreviste e al cattivo uso della fraseologia aeronautica (peraltro ancora insufficientemente standardizzata) a fare sì che uno dei due aerei iniziasse la corsa di decollo mentre l'altro si trovava ancora in mezzo alla pista.
Quando il comandante olandese intravide nella nebbia le luci del Jumbo americano era ormai era troppo tardi per frenare, ma ancora troppo presto per prendere il volo. Ci furono 583 morti e una sessantina di increduli sopravvisuti. L'inchiesta che ne seguì è una vera e propria una pietra miliare nella storia della sicurezza aerea e ha innescato un cambiamento profondo i cui effetti continuano a farsi sentire anche oggi.
Davanti a un incidente di dimensioni fino ad allora inimmaginabili, gli investigatori aeronautici capirono che per evitare il ripetersi di un simile disastro non bastava la pura e semplice ricerca di un colpevole (per questo ci sono i giudici) o la ricostruzione dei fatti e delle storie umane di vittime e/o eroi (per questo ci sono i giornalisti) e decisero di focalizzare la loro attenzione su tutta la catena di eventi capace di trasformare l'ultimo anello, un essere umano ai comandi di un sofisticato macchinario, in un colpevole, una vittima o un eroe a seconda dei punti di vista.
E' a monte, indagando su procedure, addestramenti e abitudini, che si deve scavare e intervenire, ed è quello che in questi trentadue anni è stato fatto. Trentadue anni che, tra l'altro, coincidono con la mia vita aeronautica: proprio in quei giorni infatti, ai comandi di un piccolo monomotore, io apprendevo i primi rudimenti del mestiere.